Tempura, kebab, ecc…. il giro del mondo in 24 ore

8 01 2008
  • Nel mondo più di due miliardi e mezzo di persone mangiano lo street food. E non soltanto nei Paesi poveri o in quelli con grandi tradizioni multietniche. In Giappone non è difficile incontrare manager e impiegati nei giardini, durante la pausa pranzo, con in mano vassoietti pieni di tempura (frittura varia) e soba noodles, specie di spaghetti, o bento boxes: scatole con bocconcini di riso e pesce crudo o affumicato. 
  • In Danimarca, Svezia e Norvegia, invece, si pranza spesso con un particolare pane di segale farcito con burro e salmone o gamberetti. Nelle città russe, poi, esiste una vera e propria tradizione: vicino alle fermate della metropolitana i chioschetti vendono gelati, vodka e blinni, i pani farciti con caviale. Lungo le stazioni della Transiberiana, salgono e scendono in continuazione ambulanti e popolazione locale che cucina e vende in cartocci ancora fumanti i propri cibi.
  • Tra i grattacieli di Hong Kong o a Orchand Road, a Singapore, chicken satays (spiedini di pollo speziato) e animali di tutti i tipi sono esposti sui banchetti, pronti per essere fritti e mangiati al momento. Durante le ferias, le tradizionali feste di piazza nella Catalogna spagnola così come nella Linguadoca francese tapas, paella, churros e tortillas de patata (omelette di patate, cipolle e pepe), riempiono di aromi gli affollatissimi stand. 
  • Ma questo è niente rispetto alla più creativa, colorata e fumante piazza del mondo: la Jemaa el-Fna di Marrakech. Dai tipici venditori di acqua e succo d’arancia che la popolano di mattina presto, ai mille capannelli odoranti di spezie, carni e cous cous che la riempiono di sera: il grande cuore della città marocchina si trasforma col passare delle ore, per sfamare turisti, poveri e pellegrini. 
  • Come avviene anche tra le innumerevoli bancarelle-ristoranti sulle rive del Bosforo, patria del doner kebab (lo spiedone rotante di carni marinate con succo di cipolla, limone, latte e spezie), del kisir e dei midye tava, o sotto le moschee di Eminönü, sempre a Istanbul, dove il kebab diventa “marinero” col pesce fritto, servito direttamente dai barconi attraccati alle banchine. 
  • Sono i Paesi caldi dell’area mediterranea, dove la gente vive molto all’aperto e non ha bisogno del rito del pranzo come momento di aggregazione, a costituire un vero paradiso per i “buongustai di strada”: tra le mete predilette i grandi mercati egiziani, tunisini o marocchini, aperti a tutte le ore, come la medina di Fès, o il mitico Misir Çarsisi di Istanbul, l’antico bazar di formaggi, caviale iraniano e tè nero pregiato (Fine -4)




E’ l’Italia del cibo da strada

8 01 2008

E in Italia? Intorno alle grandi città esiste una provincia dove chioschi e ambulanti continuano a sopravvivere, dove la piazza è ancora un luogo in cui passare del tempo: un’Italia dei sapori da riscoprire. Dove, con un po’ di fortuna, si possono trovare gli autentici würstel dell’Alto Adige, bollenti e salsati anche d’estate, gli stuzzicanti arrosticini abbruzzesi (spedini di pecora venduti a numero), i corposi arancini siciliani o i fritti romani (supplì, carciofi e fiori di zucca con la mozzarella e l’acciuga).

In Emilia se siamo fortunate potremmo trovare lo gnocco fritto ripieno di coppa e salame, in Romagna la piadina riempita con l’insalata o con la salsiccia arrosto e, scendendo via via nella penisola, si spalanca il mondo delle pizze e delle focacce. In alcune zone dell’Umbria ci sono ancora chioschetti che vendono la “torta”, una specie di pizza povera cotta sotto la cenere.

Nelle Marche sopravvivono i banchetti con la porchetta farcita di pepe e finocchietto e le friggitorie ambulanti di San Benedetto del Tronto: cucinano pesce fritto e olive ascolane.E’ nei quartieri popolari di Napoli che invece ancora resiste la tradizione della pizza a taglio come cibo di strada: costa poco, si usa il vero fior di latte e la pasta per la sera viene preparata al mattino; a volte si portano gli avanzi per farsi farcire la pizza, che viene piegata in quattro per poter essere consumata in piedi. Un vero rituale cui abbandonarsi.

Vittime per un po’ di tempo delle conseguenze della mucca pazza altre ricette del Sud: è il caso dell’“u morzeddu” calabrese servito nella pitta, una ciambella di pane morbido, i cui ingredienti principali sono le interiora di vitello: polmone, milza, lingua, trippa. Anche i siciliani hanno rischiato un pezzo forte della loro gastronomia, quel “pani cà meusa” (pane con la milza) che da secoli viene venduto nei banchi del mercato palermitano della Vucciria. Piatti che raccontano storie antiche della nostra terra, a cui oggi si aggiungono specialità importate dalle comunità straniere in Italia, in un affascinante viaggio gastronomico che sa trasportarci fin nei vicoli di paesi arabi, balcanici, asiatici, latini e africani. (Continua -3)





Viaggio intorno ai sapori

8 01 2008

C’è un’Italia dei “sapori di strada”, dello street food, che oggi rischia di scomparire, soprattutto nelle grandi aree metropolitane del Nord. I profumi dei fritti, degli arrosti, dei cibi cotti all’aperto sono ormai relegati ai rari momenti di festa, alle sagre o alle uscite dagli stadi, dove prevalgono però gli odori finti delle patatine surgelate, degli hot-dog o delle piadine da supermercato: si calcola che solo nel nostro Paese, in un anno, siano stati venduti quasi otto miliardi di pasti precotti o surgelati. Eppure, proprio dalle rive del Mediterraneo, la tradizione del cibo di strada si è estesa a tutti quei luoghi del pianeta in cui il clima temperato e lo sviluppo delle relazioni sociali ne consentivano la realizzazione: dal vicino al lontano Oriente, dall’Africa all’America Latina, per non parlare dell’Occidente industrializzato, di Paesi come l’Inghilterra, l’Australia o gli Stati Uniti che hanno assorbito e fatto proprie diverse specialità importate in seguito alle ondate migratorie.

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(foto: © Marina Misiti)

Ricordate “E morì con un felafel in mano”, il film-culto (e prima best-seller) di Richard Lowenstein? Ruotava intorno alla vita dei giovani australiani di oggi, che coabitano e si nutrono solo di cibo arabo-asiatico take away, tanto che l’involtino del titolo ne è diventato il simbolo. E che dire del boom delle “kebaberie” maghrebine (che ha impensierito catene di multinazionali come Mc’Donalds) nate nel centro di Parigi, addirittura nell’elegante quartiere ebraico del Marais? O dell’incredibile successo dei Gastro-Soho Tours, ideati da Jenny Linford, nei vicoli dei quartieri multietnici della City londinese? Sarà la gastronomia araba e orientale, con le sue spezie e i suoi colori, a riportare anche nelle nostre città il gusto dei pasti on the road?

Antropologi e sociologi sostengono che proprio gli immigrati potrebbero offrirci la possibilità di godere di nuovo con poche lire di sapori antichi, popolari, radicati nelle diverse culture. E le donne migranti rappresenterebbero, con tutto il loro retaggio culinario (sono loro infatti le specialiste dei cibi ripieni e dei pani da farcire, mentre gli uomini si occupano delle carni), le migliori testimoni e detentrici di queste conoscenze.

Ne è convinto anche Chef Kumalé che a Torino, nel grande mercato multietnico di Porta Palazzo, ha ideato una serie di itinerari etno-gastronomici, affidati a street food trainers, cui hanno partecipato migliaia di persone e che polemizza con le “limitanti” direttive europee introdotte da alcuni anni, come il sistema Haccp, utilizzato per individuare i pericoli (microbiologici, chimici o fisici) che possono determinare la non sicurezza di un prodotto alimentare. Una normativa che, considerando la strada “a rischio”, finisce per scoraggiare e rendere sempre più difficoltosa l’autentica cucina on the road. (Continua -2)





Nuove tendenze? Il vecchio street food

8 01 2008

In inglese suona benissimo: street food. Sembra evocare una nuova moda, e in parte lo è. Sembra discendere dalla filosofia della globalizzazione, e invece è un rituale antichissimo. Per alcuni è uno stile di vita, un vero e proprio viaggio nel mondo dei sapori. Per molti altri solo una necessità. Da noi, finora, era conosciuto come “cibo di strada”. Venduto su una bancarella. Cucinato al momento. Offerto, il più delle volte, su un cartoccio e mangiato con una mano sola, spesso in piedi e ungendosi le dita. Ma è a buon mercato, non ha orari fissi e regala un grande senso di libertà, dicono gli estimatori. Tra i “contagiati” ci sono soprattutto i giovani e le donne (sperimentatrici e curiose per natura), che in ogni parte del mondo ai costosi e spesso simili menu continentali preferiscono le specialità del luogo, quelle che sopravvivono nelle case, che si ritrovano nel caos di piazze e mercati e non conoscono l’altalena delle mode. Una cosa è certa: lo street food non si è ancora trasformato in fast food e, secondo nutrizionisti, conserverebbe l’equilibrio delle diete tradizionali.

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(foto: © Marina Misiti)

Dai felafel alle tortillas, dal suvlaki agli hot dog, senza dimenticare le nostre pizze a taglio, le piadine o gli arrosticini: ogni Paese, si sa, ha le sue specialità, ogni regione i suoi sapori. Dopo il world food e le sperimentazioni fusion, è la “strada” oggi l’ultima frontiera del cibo etnico, con i colori, gli odori che sprigiona e le sue infinite possibilità di incontri. «Le strade sono vive, non sono solo luoghi di passaggio. Fuori dai ristoranti e dalle mura domestiche c’è un’altra dimensione possibile per mangiare: è quella della “cucina da passeggio”, dei pasti che si consumano ai chioschi in mezzo alle vie delle città, camminando e parlando - mi spiega Chef Kumalé, al secolo Vittorio Castellani, guru del world food itinerante –. Le metropoli stesse sono organismi vivi, determinate dagli edifici che le compongono, dai mercati che le animano e dai cittadini che le riempiono di senso con le loro attività. Le prelibatezze acquistate sui banchetti o dai venditori ambulanti, costituiscono forse la più antica e autentica forma di ristorazione: semplici nella preparazione, legate alle tradizioni e alle materie prime del territorio a cui appartengono, consentono anche di leggere la storia (non solo gastronomica) di un luogo e dei suoi abitanti». (Continua -1)





Gli indirizzi provati per voi (la Barcellona-trendy in poche righe)

8 01 2008

  • Fantastica guida agli Hotel della città (edita dalla Taschen) in mano, ecco la Barcellona di cui ho parlato: 

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Vinçon, Passeig de Gràcia, 96

Tony Mora, Passeig de Gràcia, 33

Anna Povo, Vidrieria, 11

Vinya del Senyor, Carrer Santa Maria, 5

Caffè del Museo Texil, Carrer Montcada, 12

Up & Down, Carrer Numància, 179

Otto Zutz Club, Lincoln, 15

Club Apolo/Nitsaclub, Carrer Nou de la Rambla, 113

Coses de Menjar, Pla de Palau,

77 Portes, Passeig de Isabel II, 14

Metronom, Carrer Fusina, 9

Caffè Hivernacle, Passeig Picasso

 





Il Barrio alla moda

8 01 2008

Barcellona nel cuore? Senza dubbio il Parc de la Ciutadella: il più antico e amato dai barcellonesi. Qui la domenica mattina, gli abitanti della parte vecchia della città, vengono a correre. Le coppie affittano le barche per fare il giro del laghetto. Ma in questo bellissimo giardino c’è il Caffè dove mi ritiro da sola per rilassarmi e leggere i giornali: è il fantastico Hivernacle (Passeig Picasso), costruito in stile tipico catalano modernista all’interno di un orto botanico… un posto da sogno! L’ideale per un brunch domenicale, ma anche per assaporare uno snack lontani dal trambusto della città. A pochi passi da lì una grande biblioteca e centro culturale: nell’ex antico Mercato del Born, una struttura di ferro in stile liberty, vero capolavoro d’epoca. Non passa giorno senza che a Barcellona si apra un nuovo bar, un club, un ristorante o una galleria d’arte. O che si trasformi: come il Club Apolo/Nitsaclub, una vecchia sala da ballo diventata adesso una postazione chiave della scena elettronica barcellonese. Spesso nascono là dove fino a poco tempo prima c’era un edificio che cadeva a pezzi. Eppure su alcuni palazzi da poco restaurati si leggono striscioni con su scritto: «Dietro una facciata dipinta c’è una casa in rovina». «Il Comune per rendere più attraente la città, finanzia i lavori di restauro delle abitazioni più malandate. Ma soltanto per la facciata. Così, all’interno, quelle stesse case restano delle catapecchie», racconta l’anziano proprietario di una vecchia osteria piena di fumo, un merendero, dietro allo splendido mercato coperto della Boqueria, dove i nottambuli all’alba si ritrovano per fare colazione. Fino a pochi anni fa era impensabile avventurarsi da sole nel Barrio de La Ribera, tra i pescatori di Barceloneta o nel malfamato Barrio de Raval (da alcuni chiamato Barrio Chino, cioè quartiere cinese, un tempo ambiguo e frequentato soprattutto da prostitute, intellettuali e gitani). Oggi invece questi vecchi quartieri sono diventati i luoghi della “movida” e ospitano locali d’avanguardia e ristoranti alla moda. (Continua - 4)





Shopping e altro a Barcellona

8 01 2008

I luoghi.

Lo shopping.

E’ bello perdersi tra i mille oggetti ricercati, accessori “chic”, pezzi di design che riempiono i due piani della boutique, anzi come dicono qui della “tenda”, più incredibile di Barcellona: da Vinçon, sul Passeig de Gràcia al numero 96, in quella che fu la casa di un grande pittore catalano dell’800. E’ proprio accanto alla celebre “Pedrera” una delle case costruite da Antoni Gaudì, il più conosciuto “stock market” della città: un posto speciale dove “rischi” di trovare di tutto, e non solo per la casa. Tra gli stilisti catalani consiglierei il “classico” Toni Mirò ma anche gli “emergenti” e bravissimi Lidia Delgedo e Josep Font. Stivali fabbricati in proprio a Palma di Majorca sono quelli di Tony Mora (Passeig de Gràcia, 33), ma se voglio trovare il capo più originale e sofisticato, insomma se voglio sentirmi a Parigi o a New York, preferisco fare un salto nelle boutique più trendy del Barrio Ribera: da Gusto ad Anna Povo (Vidrieria, 11). E dalla Manual Alpargatera (Carrer Avinyò, 7) trovo “espadrillas” d’autore.

 

La gola.

Coses de Menjar” e “7 Portes” a Pla de Palau, quasi uno di fronte all’altro, riflettono lo spirito della città, tradizionale e moderna insieme: il primo bizzarro, colorato e sperimentale come la sua cucina, per quando arrivano gli amici artisti da tutto il mondo; il secondo più caldo, avvolgente e classico, perfetto per una cenetta romantica.

Prima di cena, poi, a due passi a lì è d’obbligo l’aperitivo alla Vineria con i tavoli all’aperto e i musicisti da strada di fronte alla chiesa dei pescatori, la suggestiva Santa Maria del Mar. Oppure le tapas al Caffè del Museo Texil (Calle Montcada, numero 12): nel cortile di questo splendido palazzo d’epoca, si danno appuntamento i creativi e i designer della Barcellona d’avanguardia. (Continua - 3)





L’arte e gli artisti di Barcellona

8 01 2008

Per dimostrare di essere una nazione vera la Catalogna a Barcellona ha restaurato edifici storici del modernismo, recuperato la zona portuale e ripulito quattro chilometri di litorale (con tonnellate di sabbia importate appositamente), celebrato i “suoi” Mirò, Picasso, Tàpies e Antoni Gaudì: il mistico e geniale architetto, nato più di 150 anni fa, che oltre alla neogotica cattedrale incompiuta ha firmato il parco Güell con i suoi mosaici multicolori e vari edifici, come la ondulata Casa Milà. Quel visionario e indomito progettista che ha influenzato il gusto estetico di tutta la città, caratterizzando strade e negozi e che ancora oggi fa proseliti: è il caso di Geni e Kris, due giovani artisti catalani che in un laboratorio al “Mercantic” di San Cugat del Vallès, lavorano e si sono specializzati proprio nell’arte dei mosaici con la ceramica spezzettata “alla Gaudì”. Per quanto riguarda l’arte qui non c’è che l’imbarazzo della scelta: il mio posto preferito oggi è la Calle Moncada con le sue decine di gallerie e show room, di fronte ai due antichi palazzi del Museo Picasso, altro gioiello che non mi stancherei mai di visitare, insieme alla Galleria Berini e al Metronom. (Continua - 2)





Barcellona, città postmoderna

8 01 2008

Barcellona: non solo Ramblas e Sagrada Familia. Un sorprendente contrasto di tradizioni e libertà caratterizza la mappa della città di cui vorrei parlarvi. E’ il gioco continuo tra il retaggio mediterraneo e le tendenze d’avanguardia ad attrarre qui gente da tutto il mondo, assicurano i suoi abitanti. E’ nel dedalo di vicoli del Barrio Ribera giù fino al porto, tra locande dei pescatori, vetrine eleganti e cyber caffè, che si snoda la “nuova” Barcellona, cosmopolita e contraddittoria. La città catalana oggi mostra a chi la visita il suo volto postmoderno e grintoso: un’intera città sottosopra, diventata in pochi anni meta turistica chic. Dove antico e moderno si confondono e la creatività vive di forti contrasti. «Barcellona è come una donna, ha due anime. Quella interna è buia, austera, restauratrice e bibliotecaria. Quella esterna è pittrice, bohémienne, flamenca, industriosa e catalana». Non ha dubbi, la scrittrice Nuria Amat, nel descrivere la natia capital catalana. La sua anima segreta e intellettuale di giorno, diventa straripante di colori la notte, quando si popola di personaggi che sembrano usciti dai romanzi di Manuel Vàzquez Montalbàn. Ho scelto di parlare di questa “altra” Barcellona, di quella città che appartiene soprattutto ai suoi due milioni di abitanti, e ho deciso di seguire e proporvi passo passo i loro itinerari (Continua - 1)