In inglese suona benissimo: street food. Sembra evocare una nuova moda, e in parte lo è. Sembra discendere dalla filosofia della globalizzazione, e invece è un rituale antichissimo. Per alcuni è uno stile di vita, un vero e proprio viaggio nel mondo dei sapori. Per molti altri solo una necessità. Da noi, finora, era conosciuto come “cibo di strada”. Venduto su una bancarella. Cucinato al momento. Offerto, il più delle volte, su un cartoccio e mangiato con una mano sola, spesso in piedi e ungendosi le dita. Ma è a buon mercato, non ha orari fissi e regala un grande senso di libertà, dicono gli estimatori. Tra i “contagiati” ci sono soprattutto i giovani e le donne (sperimentatrici e curiose per natura), che in ogni parte del mondo ai costosi e spesso simili menu continentali preferiscono le specialità del luogo, quelle che sopravvivono nelle case, che si ritrovano nel caos di piazze e mercati e non conoscono l’altalena delle mode. Una cosa è certa: lo street food non si è ancora trasformato in fast food e, secondo nutrizionisti, conserverebbe l’equilibrio delle diete tradizionali.

Dai felafel alle tortillas, dal suvlaki agli hot dog, senza dimenticare le nostre pizze a taglio, le piadine o gli arrosticini: ogni Paese, si sa, ha le sue specialità, ogni regione i suoi sapori. Dopo il world food e le sperimentazioni fusion, è la “strada” oggi l’ultima frontiera del cibo etnico, con i colori, gli odori che sprigiona e le sue infinite possibilità di incontri. «Le strade sono vive, non sono solo luoghi di passaggio. Fuori dai ristoranti e dalle mura domestiche c’è un’altra dimensione possibile per mangiare: è quella della “cucina da passeggio”, dei pasti che si consumano ai chioschi in mezzo alle vie delle città, camminando e parlando – mi spiega Chef Kumalé, al secolo Vittorio Castellani, guru del world food itinerante –. Le metropoli stesse sono organismi vivi, determinate dagli edifici che le compongono, dai mercati che le animano e dai cittadini che le riempiono di senso con le loro attività. Le prelibatezze acquistate sui banchetti o dai venditori ambulanti, costituiscono forse la più antica e autentica forma di ristorazione: semplici nella preparazione, legate alle tradizioni e alle materie prime del territorio a cui appartengono, consentono anche di leggere la storia (non solo gastronomica) di un luogo e dei suoi abitanti». (Continua -1)
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Tags: Cibo, cucina, fusion, mondo, nuovi stili, strada, street food, tendenze, TRACCE DAL MONDO
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