Le donne e il viaggio sacro: Sebastiana Papa
19 01 2008Diversi anni fa incontrai per lavoro una grande fotografa italiana: Sebastiana Papa. Fu quasi un evento magico: lavorammo e viaggiammo anche insieme, per un periodo. Dall’Estremo Oriente all’India alla Terra Santa: furono molti i mondi che questa donna straordinaria seppe svelarmi. Amica di Sonia Gandhi e dei più grandi scrittori israeliani, in punta dei piedi, ma con immensa determinazione, percorreva sola da anni le strade del mondo. Viaggiatrice, artista, fotografa ma anche e soprattutto amica. Poi, un giorno, è partita per il suo ultimo viaggio. Ci ha lasciato le sue foto, i suoi tesori. Questo è l’articolo che scrissi in occasione di una delle sue ultime mostre a Roma, e che fu pubblicato da “Caffe Europa” (nel numero del 9/2/01). Vorrei riproporlo qui riadattato solo in minima parte: una piccola testimonianza su una grande artista.
- Da Gerusalemme con amore. Da questa città simbolo, vicina e lontana, “porto di mare in riva all’eternità”, come l’ha definita Yehuda Amichai, arrivò al Teatro Argentina nel cuore di Roma, nel febbraio 2001, una mostra fotografica di Sebastiana Papa dal titolo: Incontri a Gerusalemme. Gli uomini e il divino.
- Cinquanta foto in bianco e nero realizzate nell’arco di quattro autunni, dal ‘96 al ’99, con una Leica Mp3 al collo e la solita voglia di andare al “fondo” delle cose. Per un’artista come Sebastiana Papa, attenta scrutatrice di vite e di anime, per oltre trent’anni in giro per il mondo dove fotografava ed esponeva i suoi lavori, si trattò di “firmare” con la luce un’altra coraggiosa e difficile ricerca: l’esperienza del mistero in Terrasanta. Aveva già percorso una strada parallela e altrettanto ardua ne “Il femminile di Dio” (Edizioni Fahrenheit 451)
- Dopo “Orgosolo”, duro e appassionato lavoro fotografico sulla Sardegna di oggi e del ‘66, quella dei rapimenti e della diffidenza, ma anche dell’innata ospitalità, raccolto poi in un libro (Edizioni Fahrenheit 451), era quella un’altra esperienza forte, “controcorrente”, difficile e anche per questo ancora più preziosa per questa donna straordinaria: documentare l’incontro personale con il trascendente, mostrare quanto questo sia possibile a tutti, donne, uomini, bambini. Possibile soprattutto in una città simbolo come Gerusalemme, luogo d’incontro e scontro delle tre grandi religioni monoteiste.
- Un rapporto con il divino che non si è mai ridotto ai rituali religiosi, alle preghiere private, ma che pervade da sempre la vita di tutti i giorni, i momenti di festa e quelli dedicati allo studio. “La trascendenza è questa - mi diceva Sebastiana Papa, sedute davanti a una tazza di tè nella piccola cucina della sua casa romana - non è solo Dio, è anche dell’umano nell’umano”. Una professione di laicità, la sua, che sembrava però costituire l’unico modo possibile per fare esperienza del mistero, del divino, per viverlo senza retorica. Così, nonostante l’afa di fine estate, vestita “per rispetto” con una lunga gonna blu, calze nere pesanti, maglietta a maniche lunghe e collo alto, fazzoletto in testa, la grande fotografa girava per Gerusalemme in lungo e in largo, mimetizzata.
- “Mi parlano direttamente in yiddish”, mi raccontava. E spiegava così la sua filosofia: “La fotografia nasce soltanto se c’è comunicazione tra me e la persona che sto fotografando. Questo rapporto però può essere solo paritario, invece in mano io ho un mezzo di potere: la macchina fotografica. Per comunicare allora devo annullare questo potere”. Aveva le mani occupate, Sebastiana Papa, nel momento in cui fotografava, non poteva usare la parola, rimanevano allora solo l’aspetto e quelle che chiamava le sue “energie corporee”. Attraverso queste si raccontava per permettere all’altro, a sua volta, di raccontarsi.
- E’ così che sono nate le sue magiche e intense fotografie. Non immagini rubate, quindi, ma condivise. Immagini che a detta del grande narratore israeliano e suo amico, David Grossman, sprigionano “quel che è impossibile vedere nella frettolosa quotidianità”. Le giovani donne davanti al muro del pianto, i ragazzi in festa, i poveri e gli emarginati diventano altro, si aprono davanti agli occhi della fotografa che riesce così a svelare quei piccoli, preziosi “semi d’eternità”, quelle tracce invisibili ai più, quelle emozioni che soltanto un grande artista è capace di trasmettere.
- Se la preghiera - ebraica, cristiana, musulmana - ha fatto da filo conduttore per queste immagini, la città, Gerusalemme, con le sue luci e le sue ombre, è stata però la vera protagonista di questo viaggio dove le differenze tra ebrei, cristiani e musulmani sono pervase da un unico senso religioso, da una sola esperienza sacrale.
- Testo: Marina Misiti
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