Nuove tendenze? Il geisha style

29 02 2008

Il Giappone di una geisha di oggi. Parte seconda. 

«Dopo aver terminato la scuola media, quattro anni fa, sono stata introdotta in questa okiya (la casa della geisha) da un amico dei miei genitori. È da allora che vivo e studio qui, con altre cinque ragazze. Tutti i giorni imparo qualcosa dalla mia okami (la responsabile della casa).

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Non solo l’arte, la danza classica, gli stili delle acconciature, il trucco o lo shamisen, (una specie di chitarra a tre corde, ndr). Sto studiando l’inglese, per esempio. Anche la politica, lo sport e i giochi di società, m’interessa di tutto. Certo, passo intere giornate a fare pratica: versare il sakè, assistere alle cerimonie del tè. Accompagno spesso la okami agli appuntamenti con i clienti. Ci vogliono ore e ore per memorizzare tutti i movimenti». Per Yumiko niente è lasciato al caso: ci sono regole che insegnano come camminare, sedersi, alzarsi, ma anche come ridere o come piangere. Secondo antichi codici. «Quando parlo cerco di usare il dialetto di Kyoto – mi spiega -, che è il più raffinato. In un certo modo mi sento un’artista. Fra un anno avrò l’esame finale. Se lo passerò, verrò iscritta al nostro Registro e farò parte integrante della Casa. I ristoranti più lussuosi e i club più esclusivi, potranno allora prenotarmi direttamente». Guadagna bene una geisha, mai meno di 25.000 yen per due ore, assicura Yumiko. Ma per adesso tutti i suoi risparmi li deve investire per il suo lungo training, e per acquistare i preziosi kimono di seta che faranno parte del suo esclusivo guardaroba. Non crede affatto al declino della geisha. «Ogni generazione dà interpretazioni diverse della tradizione. Il fenomeno delle finte geishe? Non è forse la prova del fascino tuttora vivo per quelle vere?».

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Yumiko tralascia di raccontarmi che il Comune di Kanazawa, alcuni anni fa, ha lanciato la proposta di finanziare con fondi pubblici una scuola per geishe. O che la stessa idea è sorta a Tokyo, nel quartiere di Asakusa, la parte vecchia della città, quando ci si è accorti che delle 1000 geishe che vi lavoravano fino a qualche tempo prima, ormai ne rimanevano soltanto 58. E non accenna nemmeno al fatto che spesso le geishe vengano confuse con le prostitute. «Lo so – mi dirà poi, alla fine della giornata -, ma in realtà siamo libere. Possiamo scegliere di avere una relazione con un uomo, oppure no. Alcune hanno dei clienti fissi per anni. Altre invece fanno dei buoni matrimoni». Anche i ricchi clienti, però, stanno scomparendo: le aziende hanno tagliato le spese d’intrattenimento riservate ai dipendenti che accompagnano gli ospiti. Le delicate riunioni d’affari, da un po’ di tempo, non si svolgono più sulle note dello shamisen. «Gli uomini stessi sono cambiati – sostiene Tokuji N., gestore di un famoso night club della città –, non chiedono più musiche e danze tradizionali. Si sentono più a loro agio con le nostre giovani bar-hostess». Nella sola Tokyo oltre 500.000 donne alimentano il mercato del piacere: le mama-san gestiscono i bar e giovanissime bar-hostess, spesso in kimono, si ritrovano in tutti i locali notturni. Nuove vestali della moderna società nipponica votata al dio yen. Dove anche il mito della geisha si può comprare. Dove i sogni possono avere prezzi accettabili: da 50 a 300 dollari. 

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E dove può accadere che l’ultima moda di adolescenti, giovani donne e mamme, diventi così andare a Kyoto e sottoporsi a un… “travestimento”. Sono almeno 50 infatti i saloni di “trasformazione” che hanno aperto negli ultimi anni. Affittano sogni a prezzi abbordabili: kimono e sandali di legno, acconciature e trucchi. E le “travestite” girano felici per la città. Posano per le foto con i turisti e si fanno riprendere con le telecamere digitali. Scampoli di eleganza per un immaginario che cambia più lentamente delle abitudini. (continua - 2)

  • (testo: Marina Misiti)






    Il Giappone di una geisha di oggi

    28 02 2008

    L’impero dei segni finisce a Gion. Nel distretto più antico e famoso di Kyoto, lungo la Hanamikoji street. Si scioglie insieme al trucco di porcellana un po’ sbiadito di una donna in attesa di clienti. Tra le pieghe del suo kimono, comprato sulle bancarelle del mercato dell’usato al tempio shinto di Temmangu….

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    Iniziava così un mio reportage dal Giappone pubblicato su “Grazia“. Dopo aver letto il libro di Arthur Golden, “Memoirs of a Geisha“, ero decisa a  partire per Kyoto, ancora una volta per capire, vedere, conoscere da vicino questo mondo ricco di fascino, così ben descritto anche nell’omonimo film diretto da Rob Marshall (ma ricostruito in parte a Ventura, in California), uscito qualche stagione fa, e l’interesse del mio giornale per un’inchiesta, mi fece andare ancora più a fondo. Ne è nato un lungo e famoso reportage, un viaggio illustrato con splendide foto dell’agenzia Magnum che ha mostrato anche i lati in ombra di questa suggestiva tradizione. Eccone alcuni stralci.

    • «È vero, sono una finta geisha. In fondo sono solo più moderna: ballo e canto anch’io, ma lo faccio con il karaoke. Ho seguito un corso di tre mesi per prepararmi e adesso guadagno bene». Nobuko M., 24 anni, è soltanto una delle decine di “copie” che nel tardo pomeriggio si aggirano nelle strade strette di Gion, tra le basse casette di legno con le tendine in bambù. Quelle come lei vengono chiamate geisha girl o garu in giapponese, per differenziarle dalle autentiche. Per i tradizionalisti: brutte copie, facilmente smascherabili. Per i locali: una via di mezzo tra un’attricetta e un’entraineuse. Per le “professioniste”delle Case da Tè di Kyoto: impostore, imitatrici senza scrupoli.

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    • Per cercare di arginare il fenomeno delle finte geishe (il plurale lo abbiamo inventato noi, nella lingua giapponese non credo che esista) è nato un comitato, una vera e propria lobby. Per la prima volta, le abitanti dei cinque “quartieri dei fiori”, hanno deciso di protestare all’ufficio locale del turismo. Chiedono all’amministrazione di mettere al bando un business che sta rischiando di intaccare la loro immagine: quel glamour indefinibile, quella raffinatezza senza tempo, quel miscuglio di grazia e devozione che caratterizza le 198 geishe e le cinquanta maiko (apprendiste) che ancora oggi “praticano” in città.

    • Per vendere sogni esclusivi, ci vuole un certificato doc. Eppure il timore è che, uno dopo l’altro, stiano entrando in crisi i simboli stessi del Sol Levante. Quelli legati alla bellezza, alla spiritualità, all’anima zen di questo Paese. Quelli che hanno colpito di più l’Occidente, influenzando lo stile di vita, la moda, l’arredamento delle nostre case. Pochi si rendono conto che un pezzo di Giappone si sta già dissolvendo insieme al tè verde in polvere, abbandonato da molti per il caffè. Pochi vogliono leggere di geishe fasulle e di finte cerimonie del tè. Di rituali costosissimi per turisti in cerca del Dao. Di monaci zen reclutati con gli annunci sui giornali e di finte monache assunte part-time dai templi più famosi, ormai vuoti. E, infine, di crollo delle vendite dei kimono (60 per cento negli ultimi dieci anni), abito-simbolo di questo pezzo di Estremo Oriente, ad esclusivo vantaggio delle griffe occidentali.

    • Ma c’è chi resiste. Chi insegue ancora un sogno, un ideale di semplicità buddista non dettato dal marketing. O chi di sete dai colori sgargianti e di laboriose acconciature, ne ha fatto uno stile di vita. Passettini compresi. E’ un viaggio tra donne che vale la pena di essere compiuto… (continua - 1)

    (testo: Marina Misiti)




    Julia in viaggio sugli alberi

    26 02 2008

    Il richiamo della foresta 

      

    • Ricordate Julia “Butterfly” Hill? Anni fa si arrampicò in cima a una sequoia, battezzata Luna, e ne ridisce solo due anni e sei giorni dopo. Ecco una strardinaria donna con la valigia, anzi con uno zaino e alcune grandi idee dentro. Per farsi ascoltare intraprese un “viaggio” estremo a 56 metri da terra. Per combattere la sua battaglia andò a vivere sulla piccola piattaforma di legno nonostante il freddo, la fame e le condizioni durissime. Julia poteva continuare a fare surf come le sue coetanee californiane, invece poco più che ventenne mise a repentaglio la sua vita per salvare quella di una sequoia e dell’intera foresta millenaria che stava per diventare legname per camini. 

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      • Ieri ho ritrovato una email che mi ha inviato tempo fa per aggiornarmi sulle sue battaglie ecologiste: siamo rimaste in contatto, in qualche modo, dopo che l’ho intervistata per “MondoDonna” (l’e-magazine della Mondadori) e poi per “Grazia“. L’ho anche raggiunta in California, non lontano dalla “sua” foresta e credo che valga la pena riproporvi l’intervista che facemmo in occasione dell’uscita del suo primo libro qui in Italia. Per conoscerla meglio, perché Julia Hill, nome di battaglia “Butterfly” (e con le farfalle, mi ha confidato, ha un rapporto speciale fin dall’infanzia), oggi trentaquattrenne, ha sempre un’incredibile avventura da raccontare…

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        • La ragazza sull’albero”, (questo è anche il titolo del suo diario, pubblicato su carta riciclata da Corbaccio): a guardarla non diresti che è proprio lei l’ecoterrorista più famosa del mondo. Un fisico da modella, lunghi capelli scuri (ora li ha tagliati) e piedi scalzi anche in città, “come quando era su”. La sua è stata una drammatica avventura, la lotta di una ragazza sola contro una multinazionale del legname, la Pacific Lumber. E una battaglia quotidiana contro il freddo, la fame, le tempeste violentissime, il rombo minaccioso degli elicotteri sopra la testa e delle motoseghe sotto di lei. Ma anche la paura, la solitudine, il disagio di restare in una piattaforma di un metro e mezzo per due, le febbri e la malattia ai reni. Julia mi spiega di aver scritto il libro-diario dettando al registratore le sue paure e le sue poesie, le sue giornate piene di interviste, lettere e arrampicate sui grandi rami intorno alla sua piccola piattaforma a 56 metri d’altezza.

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          • Hai scritto che la vera forza arriva quando ci si libera anche dalle preoccupazioni per noi stessi. Ma come hai fatto a liberartene in condizioni così difficili?
          • “Ci si abitua a tutto, anche a mangiare cous cous e frutta secca, a lavarsi con le spugnature di acqua piovana e ad andare in bagno in un secchio foderato da una busta. In più, io avevo un scopo importante: salvare qualcun altro, salvare Luna e la foresta”.
          • Allora la forza di resistere ti è venuta da dentro?
          • “Dal cuore, sì, ma non solo. I miei fratelli, sorelle, amici, ma anche i mass media, mi hanno sempre sostenuta e incoraggiata”.
          • E le preghiere? Nel diario ce ne sono tante.
          • “Mi accompagnano da sempre. Mi indicano la via: credo che al fondo di tutto ci sia la fede”.
          • In questi anni sei diventata un simbolo, ti conoscono in tutto il mondo.
          • “Se lo avessi saputo me la sarei data a gambe…”
          • Eppure sono venuti a trovarti sull’albero personaggi famosi, cantanti, attori, da Joan Baez a Woody Harrelson, a Mickey Hart dei Grateful Dead. C’è stata grande risonanza anche in tivù. Che impressione ne hai avuto?
          • “E’ stato un vero autentico regalo e con ognuno ho mantenuto un rapporto speciale. Da quel momento i media si sono interessati sempre di più alla mia battaglia: da “Newsweek” a “People” fino al Letterman Show, hanno parlato tutti della “ragazza sull’albero””.
          • Non ti senti un’eccezione rispetto alla tua generazione, sempre più consumista e rinunciataria?
          • “Non riesco a paragonarmi ai miei coetanei: i loro modelli culturali, gli abiti, le mode, non sono i miei. Penso che ognuno debba seguire un proprio modello di vita e non conformarsi a quelli dominanti. Personalmente credo che se le azioni non coincidono con le parole, il nostro valore come persone ne sia sminuito”.
          • Hai esposto la tua vita per le tue convinzioni: pensi che la tua lotta abbia influenzato la percezione che la gente ha delle foreste?
          • “Ne sono certa. Ha cambiato non solo il modo di percepire il rapporto con le foreste, ma anche quello con il mondo. Anche dall’Italia mi hanno detto che con questa azione pacifica di disobbedienza civile ho contribuito a una nuova consapevolezza ecologica”.
          • Quali sono i tuoi obiettivi, oggi? Hai ancora il “richiamo della foresta”?
          • “Luna mi è rimasta nel cuore, nel frattempo ho fondato un’associazione, il Circolo della vita, per continuare le battaglie ecologiste, ma non solo. Lavoro per i diritti dei nativi americani e contro la pena di morte negli Stati Uniti”.

          (testo: Marina Misiti)
           




          I viaggi delle donne? L’ultima moda è lo spirituale-chic

          24 02 2008
          • Stressate? Curiose? Stufe del frastuono del mondo? E’ arrivato il momento di staccare la spina e organizzare una vacanza al femminile alla ricerca della pace interiore, lontane dal caos e dai continui impegni della vita di tutti i giorni. Dove? Nei monasteri, naturalmente, oppure in convento o ancora nelle abbazie.

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          Foto: Nicodemo Misiti

          • Prezzi modesti, atmosfera incantata, recupero del senso della vita e magico viaggio nel passato: sembrerebbero questi i motivi di un successo via via crescente. Da alcuni anni ormai centinaia di monasteri e abbazie sparse su tutto il territorio italiano, hanno restaurato le antiche foresterie e organizzato un vero e proprio circuito turistico molto apprezzato dalle donne che viaggiano da sole.

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          • Anche da vip e politici, però. Sembra, infatti, che a ritemprarsi tra i boschi dell’Appennino, nel monastero di Camaldoli, vicino ad Arezzo, si ritrovino a volte Massimo Cacciari, ma anche Pietro Ingrao, Romano Prodi e Rossana Rossanda. Complici forse l’arte e la meditazione, ma probabilmente anche una natura mozzafiato e delle belle e confortevoli “celle”. Il boom dei “ritiri dello spirito” è accompagnato dalla pubblicazione di numerose guide, dall’apertura di siti web religiosi, oltre che da pacchetti confezionati ad hoc da tour operator specializzati. Oggi si può parlare di veri e propri “stages dell’animo”. Le settimane di ritiro, infatti, prevedono sempre più spesso corsi di meditazione, di canto gregoriano, ginnastica respiratoria, esercizi spirituali con tanto di personal-trainer dell’anima, lavori artigianali, produzione di marmellate, e così via.“Ma non si tratta di una vacanza “alternativa” o di un periodo di relax e basta per le donne che scelgono questo “viaggio” – mi ha detto un abate dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, in provincia di Siena – quanto piuttosto di un tempo di riflessione intensa e di riscoperta della vita. Per questo è fondamentale che tutti gli ospiti partecipino alle attività lavorative quotidiane. Ai silenzi e alle preghiere, alle messe in latino e ai canti gregoriani, così come alla produzione del vino e alla gestione del patrimonio artistico”.

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          • Luoghi ad alta energia e di grande ispirazione. Se ne sono accorti artisti famosi: da Franco Battiato (che della pace nei monasteri parla persino nelle sue canzoni) a Umberto Eco (il cui “Nome della rosa” fu ispirato proprio dalla famosa biblioteca dell’Abbazia Sacra di San Michele). Ma anche coach e formatori: Paolo G. Bianchi, autore del libro “Ora et labora. La regola benedettina applicata alla strategia d’impresa e al lavoro manageriale” (Xenia edizioni) e del blog Formazione zero che già da diversi anni organizza dei corsi di formazione imprenditoriale e coaching nei monasteri attraverso il suo Abbey Programme®. Per non parlare poi del cinema che, a partire dal successo del film Il grande silenzio di Philip Gröning, ha iniziato a considerare il convento sempre più una location piena di ispirazioni per nuovi soggetti.

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          • Gli eremi infine, oggi sono visitabili anche su internet. Oltre ai siti degli ordini più famosi, anche i monasteri di clausura si sono affacciati in rete. Le monache offrono consigli, rispondono ai problemi quotidiani e chiedono elemosine e aiuti on line. Non è un segreto, infatti, che conventi gloriosi rischino di chiudere per il caro affitto: le nuove stime degli uffici erariali sembra abbiano spaventato i religiosi, soprattutto quelli che appartengono agli ordini di povertà, e l’incontro con il turismo è diventato così, per molte comunità, una insperata fonte di guadagno.

          (Testo: Marina Misiti)





          Taccuini, mappe e città

          23 02 2008
           
           
          Sul taccuino molti viaggiatori si divertono a disegnare le mappe a mano, vedete le raccolte su Flickr di 4ojosIllustrated MapsHandmade Cartography e Maps from memory
          Quella di Abigail Hunt è una mappa delle sole parti d’acqua di Londra, intagliata su un Moleskine Japanese. Taccuini a parte, le elaborazioni artistiche sul tema della mappa sono moltissime. Famose quelle di Paula Scher, o di Chris Kenny.
          Numerosi altri autori sono raccolti da Moon riverqui qui e da Strange maps, blog che colleziona mappe di ogni genere.
           
           
          Da Napoli Eugenio Tibaldi lavora su planimetrie e foto aeree. Un nuovo paesaggio urbano emerge dalle successive operazioni di sottrazione.
           
           
          Eugenio partecipa a NaTour, la mostra collettiva di taccuini su Napoli che sto preparando per Galassia Gutenberg.

           Simo Capecchi - autrice del blog: In viaggio col taccuino

            





          Chi è la più fotografata al mondo?

          22 02 2008

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            (foto: © Donneconlavaligia/Marina Misiti)
             
            • O meglio, la più caricata su Flickr, il portale di foto condivise? Per quanto riguarda le città senz’altro New York (ebbene sì, ancora protagonista), seguita da Londra, San Francisco, Parigi e Barcellona. Lo dicono due studiosi del MIT, il Massachusetts Istitute of Tecnology di Boston: la loro ricerca, “Tracing the Visitor’s Eye“, ha considerato le migliaia di foto che i turisti hanno inviato al sito “Flickr” e ne ha studiato i cosiddetti “tag“, ovvero le informazioni nascoste. Infatti ogni foto contiene il luogo, il giorno e l’ora in cui è stata scattata. Analizzandole, è stato possibile tracciare il percorso ideale di ciascun turista, oltre che segnalare i luoghi più frequentati. 

            • Per quanto riguarda l’Italia, Roma e Firenze si piazzano rispettivamente al 9 e 13 posto nella classifica degli scatti. Lo studio, commissionato al MIT dalla Provincia di Firenze, ha preso in considerazione circa 81mila foto dedicate al capoluogo toscano, per monitorare i comportamenti dei turisti. Una curiosità?  Sembra che la maggior parte di quanti fotografano Firenze, il giorno prima siano stati a Roma.
            • Fonte: AGI





            Parole prêt à porter

            22 02 2008
             
            “Ogni viaggio è una scuola di resistenza, una scuola di stupefazione, quasi una ascesi, un mezzo per perdere i propri pregiudizi, mettendoli in contatto con quelli degli altri”.

            Marguerite Yourcenar 
             

             

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            (l’immagine è tratta da un quadro di Claudia Amantini, “Rosa rossa”. 
            Ringrazio l’autrice per la gentile concessione) 

             

             
             




            Viaggiando attraverso un libro…

            21 02 2008

            • Ricordate l’iniziativa di bookcrossing realizzata da Baciamisulblog il 14 febbraio? Beh, adesso possiamo svelarvi che Donneconlavaligia quel giorno si è “accaparrata” il libro fotografico sui baci. E chi meglio di un sito focalizzato sui viaggi (al femminile) nel mondo e nell’animo, che parla degli “altri” e delle “altre” anche viaggiando attraverso e dentro ai libri, poteva far iniziare il “passaggio” di mano in mano del testo editato dagli Acchiappabaci?

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            • Amando la filosofia del bookcrossing, già praticato dalla sottoscritta qualche anno fa, tanto da aver progettato per il futuro una serie di eventi di bookcrossing proprio con questo sito, vorrei aggiornarvi ora sul luogo in cui Un anno di baci sta… “librandosi”: 

            • Complice un viaggio di mio fratello, il libro in queste ore si trova a Buenos Aires, in Argentina, ed esattamente: all’aeroporto internazionale Ezeiza. Che strada prenderà adesso? I lettori ci faranno sapere…





            Viaggio nell’archeologia in rosa

            20 02 2008
            La geografia del cuore di una archeologa a Roma
            La Roma dell’incanto che si rinnova ha sempre qualcosa di nuovo da raccontare. La mia geografia mentale romana corrisponde a un geografia del cuore, una topografia dei sentimenti. Se voglio sentirmi una romana doc la domenica vado al castello dei cavalieri di Malta, nella Chiesa di S. Giovanni Battista alla Salita del Grillo (i tre maggiori Ordini militari religiosi, Templari, cavalieri Teutonici e Ospedalieri risalgono al XII sec. quando come combattenti di Cristo furono impiegati in missione in Terra Santa. Dei tre Ordini attualmente sopravvive soltanto quello degli Ospedalieri, nato con il nome di Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, ribattezzato poi come Cavalieri di Rodi e poi di Malta).
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            La Chiesa è aperta soltanto la domenica mattina in occasione della celebrazione della messa in latino a cui assistono i cavalieri con le loro bardature. Dapprincipio sembra di entrare in una grotta, ma poi si assapora il connubio perfetto tra il canone classico, del foro di Augusto su cui si impianta l’edificio, e le più intime ispirazioni gotiche medioevali. È un frammento di passato che rivive; un momento che sa un po’ di leggenda.
            Altro luogo della memoria topografica adolescenziale è la Chiesa dei SS. Quattro Coronati, chiusa nelle sue fortificazioni medioevali. Un’oasi spirituale, arricchita dalla presenza dell’Oratorio di S. Silvestro che si può visitare chiedendo la chiave alle suore di clausura che la daranno attraverso la ruota, chiedendo in cambio un euro. La Cappella non è molto conosciuta fra i romani, ma è una perla assoluta di bellezza e suggestione.
            Poi uscendo dalla Chiesa a sinistra all’angolo tra via dei Querceti e via dei Santi Quattro, c’è un’edicola che sembra dimenticata, ma è legata a una leggenda romana curiosa: la storia della Papessa Giovanna.
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            La leggenda narra di un Papa donna che ebbe un pontificato breve che seguì quello del Papa Leone IV, morto nel 855 d.C. Purtroppo però avvenne che la donna papa, di cui nessuno sospettava, durante una processione solenne fu colta dalle doglie, partorì e fu giustiziata nello stesso luogo. Tanto che da allora il luogo prese il nome di vicus papissae, il vicolo della papessa. Naturalmente è una leggenda, ma di cui fa parte anche un’edicola tradizionalmente legata a questo evento, che si dice sorga nel luogo dove la poveretta partorì. L’edicola fatiscente e dimenticata, anche sporca, esiste ancora e al suo interno c’è un’immagine della madonna del parto.
            Tra le mie abitudini è la visita a una vanitas di particolare bellezza, quella della Chiesa di S. Maria del Popolo. Entrando nella chiesa subito a sinistra nel muro è ricavata una nicchia al cui interno la vanitas in giallo antico sembra animata. Se avvicini l’orecchio parla della caducità.
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            Poi quando la nostalgia della Siria si fa bruciante, corro in quell’angolo di Siria in via del Pellegrino 56, sognando l’Oriente da Sciam. Qui mi basta prendere una zhurat e fumare un po’ di narghilè per sentirmi subito meglio. Il siriano ha quella tipica gentilezza araba che mi fa sentire a casa… ad Aleppo. Si servono piatti della raffinata cucina siriana. Il proprietario, Youssef Hallak, è di Damasco, ed è davvero uno tra i pochi ad intendersi di tappeti antichi. Qui puoi acquistare splendidi tappeti assolutamente originali, lampade di Aladino , vetri colorati, vasetti, perline e addirittura palle di Natale.
            (Autrice: Flaminia Cruciani)




            MUP/9 Edo City, la moda e l’arte lungo le vie del Giappone

            20 02 2008




            MUP/8 La Libreria del Viaggiatore

            19 02 2008




            MUP/7 Un’agenzia di viaggi per le donne e non solo…

            19 02 2008




            Good morning, Kosovo

            18 02 2008

            • E’ il Kosovo che non ti aspetti, pensavo già qualche anno fa, mentre mi ritrovavo lì per il mio giornale. E vale la pena riparlarne proprio ora che i kosovari albanesi stanno festeggiano in piazza l’indipendenza, nonostante la neve, le polemiche e le tensioni internazionali. E’ il Kosovo delle giovani donne che vanno dal parrucchiere e a fare shopping e che la sera, a gruppetti, si danno appuntamento fuori per mangiare insieme la pizza, quello che ho ritrovato a Pec e a Pristina. Il Kosovo dei ragazzi che la notte si riversano sul polveroso vialone principale della capitale con i suoi internet cafè e i ristorantini all’aperto, proprio come accade in tutte le altre città europee.

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            • Si tornava a studiare nelle università, si costruiva, si restaurava. A bassa voce e nonostante la forte criminalità, c’era già chi cominciava a parlare di stabilizzazione, di investimenti dall’estero, anche dall’Italia, per il turismo e i beni culturali. I colpi dei kalashnikov avevano lasciato il posto al rumore dei clacson. Ma il paradiso all’occidentale, captato con le parabole montate su ogni balcone, non era per tutti.

            • Pec, città termale dove un tempo la nomenklatura serba veniva in vacanza, continuava ad essere attraversata da milizie. Pristina, la capitale, era ancora contrassegnata da posti di blocco. Doveva nascere, nel Kosovo sotto tutela armata, una società plurietnica e multireligiosa. Ma il puzzle politico ed economico, etnico e religioso, non sembrava semplice da ricomporre. Eppure, dopo esser fuggita dai massacri dell’esercito serbo, dalle bombe “umanitarie” Nato del ‘99, dalle milizie dell’Uck e dalla contro pulizia etnica degli albanesi kosovari, la gente e le donne con cui parlavo avevano un solo desiderio: dimenticare.

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            • “La normalità è perduta per sempre finché saremo costrette a vivere in questa prigione dorata: su 250 serbi tornati nelle loro case, ci sono 150 militari che li scortano per fare la spesa, tagliare la legna, raggiungere l’ospedale. Tutto per evitare le ritorsioni dei kosovari albanesi sulle minoranze serbe e rom”, mi avvertiva Dobrila Bozovic, eminenza grigia del Patriarcato Ortodosso di Pec, il luogo più sacro del popolo serbo: uno straordinario complesso di quattro chiese affrescate (in restauro da una ong italiana) del XIII e XIV secolo. 

            • Lì, nella lussureggiante e bellissima valle Rugova, un’unica strada conduce al monastero. Per entrare e uscire si passava il controllo del check point Kfor: il contingente italiano proteggeva le più importanti chiese ortodosse e le enclave dei pochi serbi rientrati. Vorrei immaginare un futuro prossimo in cui questi luoghi magici possano tornare accessibili e visitabili pure dai turisti…


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            • La vera ricostruzione, quella psicologica, stava comiciando proprio dalla parte femminile della società. Che si investa sulle donne come soggetti attivi nei processi di pacificazione e nelle ricostruzioni post-belliche, non è una novità. Le donne in Kosovo si dedicano soprattutto al commercio di cosmetici e di dolci, al lavoro a maglia e alla tessitura di tappeti. Oltre che allo sminamento: numerose le giovani “istruite” da Intersos per ripulire la loro terra, bruciata dagli odii etnici e dalle bombe cluster. 

            • Good morning Kosovo” è stata la trasmissione che l’ha lanciata, anni fa, al suo arrivo a Pec: Blerta Zeqja, bionda e solare albanese di Scutari, è stata una delle voci più note di Radio West, emittente nata per l’esercito italiano e diventata un piccolo miracolo di convivenza etnica. Sintonizzati sui 97 megahertz c’erano proprio tutti: albanesi serbi e albanesi kosovari, giovani, donne, bambini, oltre ai nostri soldati. Multietnica per vocazione, con musica, rubriche e dibattiti socio-culturali trasmessi in ben cinque lingue, la radio (captata nell’80 per cento del territorio del Kosovo) è stata la voce della speranza per chi doveva ricostruire tutto.


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            • Blerta mi accolse per una chiacchierata nella piccola cabina di regia alloggiata in una dépendance in legno nel giardino dell’Hotel Metohija (che quando andai era stato requisito dal comando italiano). “Quando sono arrivata qui, l’odore acre dei morti era dappertutto – mi raccontò -.  Ma non essendo sposata, ho potuto decidere da sola della mia vita e un giorno mi sono detta: devo riuscire a tirar su questa gente. Inutile continuare a piangere, chi è vivo deve tornare a vivere. Dalle 7 a mezzanotte ho lavorato per la pace del mio popolo. Pensando solo a intrattenere le persone, a risollevarne lo spirito, a ridare fiducia ai giovani, alle donne che in quei giorni venivano al comando per chiedere i famosi “sacchi neri” in cui avvolgere i cadaveri dei parenti che ancora giacevano in strada. Un inferno che ho cercato di combattere a colpi di musica, soprattutto di canzoni italiane, molto amate da queste parti. E con una serie di programmi dedicati a chi, soprattutto donne rimaste sole e capofamiglia, cercava di reagire, di trovare un lavoro, di mandare di nuovo i figli a scuola e, perché no, di tornare a sorridere. La sera, nel programma di musica con dediche, chiamano ancora in tante per salutare gli amici e i fidanzati, soprattutto il sabato mentre passeggiano in piazza della Libertà”. Il Kosovo del futuro, forse, sarà anche questo.

            • (testo e foto: Marina Misiti)
             
             




            Parole prêt à porter

            17 02 2008
             
            “Anche se giriamo il mondo in cerca di ciò che è bello, o lo portiamo già in noi, o non lo troveremo”.
             
            Ralph Waldo Emerson
             
             
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            (l’immagine è tratta da un quadro di Claudia Amantini, “Rosa gialla”.
            Ringrazio l’autrice per la gentile concessione)





            Mappe dell’immaginario, mappe delle emozioni

            16 02 2008

            A proposito di… donne con (il taccuino nel) la valigia 

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            Susan Stockwll espone quest’opera in Mapping the Imagination, una mostra in corso al Victoria&Albert di Londra. Ogni mappa è in parte il prodotto della nostra immaginazione, colorata e conformata dalle condizioni sociali, politiche, culturali e dall’esperienza personale di chi la redige: mappe per informare o per divertire, abbellite dall’immaginazione, che mostrano luoghi inventati e lavori di artisti che hanno adattato l’iconografia della mappa all’espressione della loro esperienza e idea di un luogo.

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            Così sono anche le “creografie” di Lieven Neirinck, carnettista invitato a Clermont 2007. Sui limiti della cartografia razionale ha scritto Davide Fassio, altro viaggiatore col taccuino che si interessa di mappe mentali e psicogeografia.

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            Christian Nold ha invece graficizzato una San Francisco Emotion Map, rilevando le sensazioni provate da 100 persone durante una giornata in giro per la città, una mappa collettiva che si può anche esplorare in rete in versione 3d. Quest’estate a New York Moleskine ha offerto mappe da personalizzare e poi condividere ai visitatori di Detour. E su Moleskinecity è segnalata una mappa del rumore di Londra, elaborata da Simon Elvin.

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            La seicentesca “Carta del paese della tenerezza” di Madame de Scudéry ha invece ispirato l’Atlante delle emozioni di Giuliana Bruno. Che queste mappe possano ispirare gli autori di NaTour, la mostra collettiva di taccuini che sto preparando per Galassia Gutenberg.







            MUP/6 Dall’Iran all’Europa, arredare con il métissage

            15 02 2008




            “My Beautiful Sofia”

            15 02 2008

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            • Sòfia si rifà il trucco e ci invita a visitarla. E’ una mèta ancora poco gettonata, non è certo presa d’assalto come la non lontana Praga, ma proprio per questo tanto più adatta alle donne che viaggiano, in genere sempre curiose e attratte dalle novità. Perché è innegabile che nella capitale bulgara si ritrovi oggi una vivacità di eventi culturali, musicali e artistici d’avanguardia, senza precedenti: qui si assiste sempre più spesso all’apertura di caffè, atelier e locali high-tech di tendenza. Tra i giovani imprenditori, inoltre, sono molte le donne. Mariana e Natalia, ad esempio, sono le ideatrici e proprietarie di “Murgash”, nell’omonima via, una innovativa galleria d’arte: “Accogliamo nei nostri spazi espositivi gli artisti più audaci dell’avanguardia bulgara. E non solo”, assicurano le giovani talent-scout che, come diverse loro amiche, sono pronte a cogliere tutte le opportunità di un’Europa unita. E poco importa se per adesso alla musica etno-pop della giovane star bulgara di origini zigane, Sissi Atanassova, Mariana e Natalia preferiscano il rock americano: la contaminazione culturale balcanica, il balcan-etno-fusion, penso ascoltando le note dei “Balkanika” (che si ritrovano anche nella compilation n. 8 Buddha Bar), è già diventata una moda sofisticata nel resto dell’Europa. 

            • Intanto Sòfia brilla sotto questa nuova luce anzi, letteralmente, per le nuove illuminazioni dei monumenti realizzate negli ultimi anni. Capitale sospesa tra  la tradizionale lavorazione di olio di rose, di cui è il primo produttore al mondo e l’esportazione di tecnologie avanzate; con i grigi caseggiati dell’epoca socialista accanto ai bei palazzi antichi restaurati di fresco con i finanziamenti internazionali del progetto “Beautiful Sòfia”, che sta riportando alla luce edifici di particolare pregio, tra cui anche l’imponente bagno turco, proprio dietro all’unica moschea rimasta consacrata e alla vicina sinagoga.

            • Oggi questa affascinante città balcanica di un milione e trecentomila anime, è pronta a cambiare di nuovo pelle. Ma lo standard di vita, nonostante le vetrine scintillanti dei negozi sul Vitosha boulevard, non sembra essere migliorato granché: una famiglia su tre in Bulgaria possiede un cellulare, è vero, ma i minuti di conversazione restano bassissimi. Stesso discorso vale per il pc e internet, acquistati da circa il 10 per cento della popolazione; inoltre, la metà dei teenager bulgari beve regolarmente bevande superalcoliche, vodka e grappa in testa, come si legge nell’ultimo Rapporto del ministero della Gioventù e dello Sport
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            • Qui anche i più comuni eventi atmosferici, come la pioggia, i tuoni, la nebbia o la neve, anche la più semplice storiella, sono in qualche modo segnati da un marchio speciale: hanno in sé qualcosa di strano, sono avvolti da un velo misterioso”, diceva Jordan Radickov, lo scrittore più noto della Bulgaria (in Italia Voland traduce i suoi romanzi). Una realtà, quella bulgara, dinamica e complessa più di quanto in effetti i dati statistici e ufficiali lascino intendere. Eppure la Sòfia di questi ultimi anni sembra aver preso un’altra direzione. Con buona pace dei nostalgici della pista bulgara, degli amanti dell’intrigo balcanico, déja-vu di spie e servizi segreti. Qui presto si verrà a sciare e la Bulgaria sta già diventando un must per gli ecoturisti più curiosi.

            • Già oggi quattro, cinque milioni di stranieri ogni anno la scelgono come mèta turistica: sono soprattutto tedeschi, greci, macedoni e inglesi. Noi italiani siamo ancora pochini. Eppure è un’occasione unica per venire a contatto con comunità isolate come i karakachan, i nomadi dediti alla pastorizia sui monti Rodopi, o i musulmani pomichi, ex schiavi bulgari convertitisi all’islam sotto l’impero ottomano. 

            • Ma, come dicevo, è l’ecoturismo a costituire la grande speranza di sviluppo e di attrazione nel Paese: oltre alle spiagge del Mar Nero, agli splendidi monasteri e alle montagne attrezzate per lo sci, si punta infatti sulle zone rurali rimaste quasi intatte, sulle atmosfere uniche dei piccoli centri di campagna, paesini da fiaba ancora lontani dall’euforia consumistica. Così dai circa 30-40.000 appassionati ecoturisti stranieri dello scorso anno si prevede di raggiungere, entro i prossimi anni le 300mila unità, secondo un progetto all’avanguardia elaborato con l’assistenza degli Stati Uniti e che prevede restauri di chalet rurali, appositi corsi universitari, siti web, miglioramento della rete stradale e dei servizi. E, speriamo, anche cartelli stradali in inglese, oltre che in caratteri cirillici.
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              • Per ora, immobili, in fondo al viale Moskovska, le cupole della cattedrale ortodossa Alexander Nevsky mi accolgono imponenti, si accavallano le une sulle altre, e sbucano dalla neve che ricopre come un mantello immacolato i giardini intorno. Nella piazza antistante il silenzio irreale è rotto solo dai bisbigli di alcuni artisti-ambulanti del mercatino degli artigiani, un manipolo di persone capaci di sfidare il freddo pungente con i loro banchetti di icone sacre e ricami fatti a mano: tovaglie, tende, coperte di pizzo vendute da donne infreddolite e sorridenti che accolgono speranzose i rari visitatori delle chiese più suggestive della città. Così, rapita da questa “Beautiful Sòfia“, finisco per comprare una piccola icona dipinta sul legno e un cappello di simil-pelliccia bianca, stile zarina, che già so inutilizzabile nell’inverno romano. 

              • (testo e foto di Marina Misiti)





              Un anno di baci dal mondo

              14 02 2008
               
               
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              • Per un intero anno hanno raccolto appassionati baci amatoriali arrivati da tutto il mondo, facendo del loro blog – Baciamisulblog – un autentico excursus fotografico del baciare attraverso luoghi, situazioni, persone e quotidianità disparate. Nel frattempo, hanno cercato di offrire l’idea a un editore capace di interpretare questa raccolta fotografica di baci come la necessità di offrire un originale gesto d’amore genuino e quotidiano alla portata di tutti. Di fatto, gli editori hanno nicchiato, dietro un… “che bella idea!”. Allora gli Acchiappabaci, in occasione del primo compleanno del blog, hanno deciso di pubblicare il primo, e unico nel suo genere, Libro dei Baci a loro spese e di portarlo in giro per il mondo con il bookcrossing.

              • Il libro fotografico di BaciamiSulBlog verrà offerto proprio oggi, giorno di San Valentino, a chi si presenterà alla Libreria del Viaggiatore”, in via del Pellegrino 78, a Roma – chiedendo del libro con un codice che verrà fornito oggi stesso sul blog (dove si potrà seguire poi l’itinerario del libro per il mondo). Da lì comincerà appunto il suo Viaggio….
              • Fonte e foto: “Gli Acchiappabaci” Silvia Gordiani e Marco Fiocchi, autori del blog Baciamisulblog





              In viaggio con una sciamana

              13 02 2008
              Cosa avrà guadagnato l’uomo, se otterrà il mondo intero e perderà la sua anima?

              Gesù di Nazareth


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              • Una volta ho fatto un viaggio. Lungo la via dello sciamano. Certo, direte, come antropologa avrai incontrato molti sciamani nei Paesi che hai visitato. E’ vero, anche perché è stato l’argomento in cui mi sono specializzata. Ma questa volta ero in Italia, a Villabartolomea (in provincia di Verona), per due giorni, in un casale di campagna insieme ad un gruppo di persone: riuniti in cerchio, al ritmo del tamburo, venuti da tutta Italia… per seguire il core shamanism dell’antropologo Michael Harner. E’ stato un viaggio diverso, un sentiero verso il recupero dell’anima come ancora avviene in altri luoghi, in altre tradizioni, ma ugualmente intenso… vale la pena parlarne.

              • Due parole sullo sciamanesimo: si tratta del più antico sistema di conoscenza e guarigione conosciuto dall’umanità. Caratteristica comune a ogni sciamano o sciamana è il viaggio spirituale in una realtà diversa da quella percepita con i sensi normali (un mondo, una realtà non ordinaria). I metodi sciamanici utilizzano principalmente il suono regolare del tamburo per modificare lo stato di coscienza e rendere così possibile questa esperienza. Attraverso il viaggio, lo sciamano accede a un universo nascosto ai più, dove riceve rivelazioni e incontra spiriti alleati, in forma di animali e di maestri spirituali (saggi, antenati, divinità). Da questi spiriti egli ottiene la conoscenza e il potere per aiutare e guarire se stesso, gli altri e più in generale il mondo.

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              Sciamano della Siberia orientale, 1927.
              • Ho appena saputo che a breve verrà riproposto a Roma un seminario di base sull’esperienza del viaggio sciamanico (nel Mondo di Sotto e nel Mondo di Sopra); sul lavoro con il proprio spirito guardiano animale, incluso il recupero dell’animale per un’altra persona; sull’incontro con un maestro spirituale in forma umana. Guidati dal suono ritmato del tamburo,