Parole prêt à porter
8 02 2008
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Tag: Frasi famose, Joseph Roth, libri, PRÊT À PORTER IN VIAGGIO, scrittori, società, viaggi per donne
Categorie : PRÊT À PORTER IN VIAGGIO
Londra è la mia seconda città, la mia seconda casa. Ho deciso che nella vita avrei abitato anche qui, in quello che mi è sempre apparso come l’”ombelico del mondo”, già a 13 anni davanti a una tazza di tè fumante e due scones con tanto di cremina e marmellata di fragole, classico corredo all’autentico “English Cream Tea“, oggi ampliamente sostituito dal cappuccino, almeno qui nella capitale. E proprio ordinando un cappuccino in un caffè dell’East End, qualche tempo fa, mi sono ritrovata a parlare con Kamila Shamsie, una scrittrice anglo-pakistana nota anche da noi, che il settimanale “Grazia” mi aveva chiesto di intervistare. «Londra ti avvolge ed è capace di distrarti da tutto - stava dicendo Kamila. La osservavo: capelli corti scuri, un tailleur “occidentale” avvolto in un grande scialle a disegni orientaleggianti, unico accenno alle sue radici musulmane, Kamila a trent’anni è considerata dalla critica internazionale la nuova Kureishi al femminile.
(foto: © Marina Misiti)
La sua ironia la accomuna ad altre sorprendenti giovani autrici musulmane che si esprimono oggi nella scena londinese, tanto da aver fatto gridare a uno humor musulmano in rosa… «Il Pakistan è un Paese musulmano, retto per anni da una dittatura militare: la parola e la possibilità d’esprimerci, anche attraverso eufemismi e ironia, è per noi fondamentale. Comunque ci sentiamo inglesi a tutti gli effetti», mi dice la giovane autrice del best seller Sale e zafferano, e di Kartografia (entrambi Ponte alle Grazie), mentre sorseggia il suo cappuccino. Una madre critica letteraria, una zia scrittrice, una nonna principessa, Kamila Shamsie sembra appartenere, in effetti, più al gotha intellettuale globale che alla comunità musulmana della multietnica capitale inglese. Nei suoi romanzi però compaiono tutte le tensioni esistenti tra le due culture, le difficoltà generazionali, le barriere familiari e di classe del “suo” Paese d’origine.
Tutte quelle contraddizioni che l’accomunano a un gruppetto di ragazzine che, fazzoletto in testa e cellulare all’orecchio ritrovo qualche giorno più tardi passeggiando a Brick Lane: sono appena tornate dalla preghiera del venerdì nella moschea di Whitechapel, la più grande d’Europa. Molte di loro sono nate qui, nei caseggiati popolari di mattoni marroni di “Bangla Town“, il quartiere della comunità bengali-pakistana di Londra. Hanno frequentato scuole inglesi, raccontano, ma per uscire preferiscono indossare una kamez (la tunica), i salwar (larghi pantaloni) e l’hijab sul capo.
Dalle borsette però tirano fuori una radiolina digitale: passano ore, mi assicurano, sintonizzate su radio Club Asia, l’emittente radiofonica della comunità dedicata alla seconda e terza generazione di asiatici-londinesi. Scopro che a dirigerla è una giovane donna, Sumerah Ahmed, a conferma di un cambiamento dei ruoli che sta travolgendo anche il mondo islamico. «Un palinsesto completamente rinnovato – fa sapere la giovanissima direttrice-conduttrice –. Accanto alle musiche popolari indiane e pakistane, mandiamo in onda remix dei più famosi dj asiatici del momento, pop indiano, colonne sonore di Bollywood e gli ultimi successi internazionali. Cambiamenti che riflettono la società: è una radio per tutti, non solo per la nostra gente».
(Video: trubesbl)
A firmare i programmi Sumerah ha chiamato nomi d’eccezione: primo tra tutti quello di Shazia Mirza, che ospita attori e comici, come lei. Sì, perché questa magrissima insegnante (di giorno) anglo-pakistana di Birmingham, di notte recita spassosissimi monologhi sulla condizione delle donne musulmane nei teatri off londinesi. Per la comunità islamica inglese è solo una “provocatrice”, per la critica occidentale è un vero talento: dopo l’11 settembre è stata catapultata sulla ribalta internazionale proprio per il suo “humor musulmano”. «Iniziavo il mio show così: mi chiamo Shazia Mirza. Silenzio del pubblico. Almeno così c’è scritto sul mio brevetto di pilota… e giù risate. Ci vuole un musulmano per ridere di un musulmano». Dai palcoscenici con un velo in testa, Shazia Mirza lancia battute al vetriolo sui matrimoni combinati, l’oppressione delle donne in famiglia e il divieto di bere alcolici. Rischiando la fatwa, la condanna degli integralisti: «Se non sei in grado di ridere della tua religione, delle tue usanze o di te stesso, vuol dire che vivi in una condizione di debolezza» dice, svelando che il padre si vergogna troppo e non è mai venuto ai suoi spettacoli, mentre la madre l’ha vista per la prima volta in scena davanti a tremila persone al famoso Palladium di Londra: «ma non potevo tapparmi la bocca, ho troppe cose da raccontare». Ora ho saputo che andrà in India pagata dal British Council per “scherzare” sul velo islamico con la sua ultima commedia su burka e hijab. Nuove sfide. Combattere i pregiudizi culturali col sorriso e la satira, le sta costando molto da un punto di vista personale: «Sono single, ho una casa nell’East End e vorrei sposarmi con un musulmano praticante come me. Sembra irrealizzabile, però: i ragazzi si sentono minacciati da quello che faccio e dopo il primo incontro fuggono». Ride di cuore.
(foto: © Marina Misiti)
Viaggio tra lo humor fusion anglo-musulmano e capisco perché è diventato un must oggi venire a vedere uno settacolo di queste comiche… Ci si piega dalle risate anche con la scoppiettante Shappi Khorsandi: trentenne cabarettista iranana con passaporto inglese e residenza a Londra. Eppure l’islam le va stretto sin da piccola: «Lo associo ai mullah, che sono la causa per cui abbiamo dovuto lasciare l’Iran». Una diaspora intellettuale islamica che la accomuna a queste altre donne migranti emergenti. «In Iran esiste una ricca tradizione poetica e teatrale impregnata di umorismo, anche se si tende ad esprimerlo in maniera indiretta: il motto di spirito è considerato il modo più rapido per dire la verità» sostiene la giovane anglo-iraniana che oggi ha imparato ad apprezzare il contributo della religione coranica alla cultura: le università, la geometria, l’attività letteraria. Per questo, forse, ha trovato così irritante la mentalità antislamica che si è diffusa dopo l’attentato alle Torri gemelle: «La gente non sembra rendersi conto della grande differenza che esiste nell’islam, tra la minoranza fondamentalista e la maggioranza dei credenti. Le persone come me non vanno in giro con la barba o con il velo in testa, ma io resto musulmana, nel senso che questa è la mia eredità culturale».
Per dimostrarlo decise di aprire il suo numero al Roar with Laughter di Wimbledon presentandosi così: «Buonasera a tutti! Sono iraniana… Niente panico, sono disarmata!», e spiega: «Molte delle mie battute nello spettacolo “Come essere un’iraniana” nascono dall’immaginare come sarebbe stato crescere a Teheran invece che a Londra. Sono felice della libertà e dei privilegi di cui ho goduto qui in Inghilterra e con il tempo ho scoperto anche gli aspetti più spirituali dell’islam: la musica e la poesia dei mistici sufi, per esempio, che ti aiutano a trovare la forza dentro te stessa». Si può ascoltare Shappi Korsandi (in inglese ovviamente) anche “viaggiando in poltrona” e collegandosi a You Tube: clicca qui (p.s. il filmato dura dieci minuti ma la parte su Shappi inizia dopo 5 minuti circa)
(testo e foto: © Marina Misiti)
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