Good morning, Kosovo

18 02 2008

  • E’ il Kosovo che non ti aspetti, pensavo già qualche anno fa, mentre mi ritrovavo lì per il mio giornale. E vale la pena riparlarne proprio ora che i kosovari albanesi stanno festeggiano in piazza l’indipendenza, nonostante la neve, le polemiche e le tensioni internazionali. E’ il Kosovo delle giovani donne che vanno dal parrucchiere e a fare shopping e che la sera, a gruppetti, si danno appuntamento fuori per mangiare insieme la pizza, quello che ho ritrovato a Pec e a Pristina. Il Kosovo dei ragazzi che la notte si riversano sul polveroso vialone principale della capitale con i suoi internet cafè e i ristorantini all’aperto, proprio come accade in tutte le altre città europee.

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  • Si tornava a studiare nelle università, si costruiva, si restaurava. A bassa voce e nonostante la forte criminalità, c’era già chi cominciava a parlare di stabilizzazione, di investimenti dall’estero, anche dall’Italia, per il turismo e i beni culturali. I colpi dei kalashnikov avevano lasciato il posto al rumore dei clacson. Ma il paradiso all’occidentale, captato con le parabole montate su ogni balcone, non era per tutti.

  • Pec, città termale dove un tempo la nomenklatura serba veniva in vacanza, continuava ad essere attraversata da milizie. Pristina, la capitale, era ancora contrassegnata da posti di blocco. Doveva nascere, nel Kosovo sotto tutela armata, una società plurietnica e multireligiosa. Ma il puzzle politico ed economico, etnico e religioso, non sembrava semplice da ricomporre. Eppure, dopo esser fuggita dai massacri dell’esercito serbo, dalle bombe “umanitarie” Nato del ‘99, dalle milizie dell’Uck e dalla contro pulizia etnica degli albanesi kosovari, la gente e le donne con cui parlavo avevano un solo desiderio: dimenticare.

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  • “La normalità è perduta per sempre finché saremo costrette a vivere in questa prigione dorata: su 250 serbi tornati nelle loro case, ci sono 150 militari che li scortano per fare la spesa, tagliare la legna, raggiungere l’ospedale. Tutto per evitare le ritorsioni dei kosovari albanesi sulle minoranze serbe e rom”, mi avvertiva Dobrila Bozovic, eminenza grigia del Patriarcato Ortodosso di Pec, il luogo più sacro del popolo serbo: uno straordinario complesso di quattro chiese affrescate (in restauro da una ong italiana) del XIII e XIV secolo. 

  • Lì, nella lussureggiante e bellissima valle Rugova, un’unica strada conduce al monastero. Per entrare e uscire si passava il controllo del check point Kfor: il contingente italiano proteggeva le più importanti chiese ortodosse e le enclave dei pochi serbi rientrati. Vorrei immaginare un futuro prossimo in cui questi luoghi magici possano tornare accessibili e visitabili pure dai turisti…


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  • La vera ricostruzione, quella psicologica, stava comiciando proprio dalla parte femminile della società. Che si investa sulle donne come soggetti attivi nei processi di pacificazione e nelle ricostruzioni post-belliche, non è una novità. Le donne in Kosovo si dedicano soprattutto al commercio di cosmetici e di dolci, al lavoro a maglia e alla tessitura di tappeti. Oltre che allo sminamento: numerose le giovani “istruite” da Intersos per ripulire la loro terra, bruciata dagli odii etnici e dalle bombe cluster. 

  • Good morning Kosovo” è stata la trasmissione che l’ha lanciata, anni fa, al suo arrivo a Pec: Blerta Zeqja, bionda e solare albanese di Scutari, è stata una delle voci più note di Radio West, emittente nata per l’esercito italiano e diventata un piccolo miracolo di convivenza etnica. Sintonizzati sui 97 megahertz c’erano proprio tutti: albanesi serbi e albanesi kosovari, giovani, donne, bambini, oltre ai nostri soldati. Multietnica per vocazione, con musica, rubriche e dibattiti socio-culturali trasmessi in ben cinque lingue, la radio (captata nell’80 per cento del territorio del Kosovo) è stata la voce della speranza per chi doveva ricostruire tutto.


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  • Blerta mi accolse per una chiacchierata nella piccola cabina di regia alloggiata in una dépendance in legno nel giardino dell’Hotel Metohija (che quando andai era stato requisito dal comando italiano). “Quando sono arrivata qui, l’odore acre dei morti era dappertutto – mi raccontò -.  Ma non essendo sposata, ho potuto decidere da sola della mia vita e un giorno mi sono detta: devo riuscire a tirar su questa gente. Inutile continuare a piangere, chi è vivo deve tornare a vivere. Dalle 7 a mezzanotte ho lavorato per la pace del mio popolo. Pensando solo a intrattenere le persone, a risollevarne lo spirito, a ridare fiducia ai giovani, alle donne che in quei giorni venivano al comando per chiedere i famosi “sacchi neri” in cui avvolgere i cadaveri dei parenti che ancora giacevano in strada. Un inferno che ho cercato di combattere a colpi di musica, soprattutto di canzoni italiane, molto amate da queste parti. E con una serie di programmi dedicati a chi, soprattutto donne rimaste sole e capofamiglia, cercava di reagire, di trovare un lavoro, di mandare di nuovo i figli a scuola e, perché no, di tornare a sorridere. La sera, nel programma di musica con dediche, chiamano ancora in tante per salutare gli amici e i fidanzati, soprattutto il sabato mentre passeggiano in piazza della Libertà”. Il Kosovo del futuro, forse, sarà anche questo.

  • (testo e foto: Marina Misiti)