L’impero dei segni finisce a Gion. Nel distretto più antico e famoso di Kyoto, lungo la Hanamikoji street. Si scioglie insieme al trucco di porcellana un po’ sbiadito di una donna in attesa di clienti. Tra le pieghe del suo kimono, comprato sulle bancarelle del mercato dell’usato al tempio shinto di Temmangu….

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Iniziava così un mio reportage dal Giappone pubblicato su “Grazia“. Dopo aver letto il libro di Arthur Golden, “Memoirs of a Geisha“, ero decisa a  partire per Kyoto, ancora una volta per capire, vedere, conoscere da vicino questo mondo ricco di fascino, così ben descritto anche nell’omonimo film diretto da Rob Marshall (ma ricostruito in parte a Ventura, in California), uscito qualche stagione fa, e l’interesse del mio giornale per un’inchiesta, mi fece andare ancora più a fondo. Ne è nato un lungo e famoso reportage, un viaggio illustrato con splendide foto dell’agenzia Magnum che ha mostrato anche i lati in ombra di questa suggestiva tradizione. Eccone alcuni stralci.

  • «È vero, sono una finta geisha. In fondo sono solo più moderna: ballo e canto anch’io, ma lo faccio con il karaoke. Ho seguito un corso di tre mesi per prepararmi e adesso guadagno bene». Nobuko M., 24 anni, è soltanto una delle decine di “copie” che nel tardo pomeriggio si aggirano nelle strade strette di Gion, tra le basse casette di legno con le tendine in bambù. Quelle come lei vengono chiamate geisha girl o garu in giapponese, per differenziarle dalle autentiche. Per i tradizionalisti: brutte copie, facilmente smascherabili. Per i locali: una via di mezzo tra un’attricetta e un’entraineuse. Per le “professioniste”delle Case da Tè di Kyoto: impostore, imitatrici senza scrupoli.

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  • Per cercare di arginare il fenomeno delle finte geishe (il plurale lo abbiamo inventato noi, nella lingua giapponese non credo che esista) è nato un comitato, una vera e propria lobby. Per la prima volta, le abitanti dei cinque “quartieri dei fiori”, hanno deciso di protestare all’ufficio locale del turismo. Chiedono all’amministrazione di mettere al bando un business che sta rischiando di intaccare la loro immagine: quel glamour indefinibile, quella raffinatezza senza tempo, quel miscuglio di grazia e devozione che caratterizza le 198 geishe e le cinquanta maiko (apprendiste) che ancora oggi “praticano” in città.

  • Per vendere sogni esclusivi, ci vuole un certificato doc. Eppure il timore è che, uno dopo l’altro, stiano entrando in crisi i simboli stessi del Sol Levante. Quelli legati alla bellezza, alla spiritualità, all’anima zen di questo Paese. Quelli che hanno colpito di più l’Occidente, influenzando lo stile di vita, la moda, l’arredamento delle nostre case. Pochi si rendono conto che un pezzo di Giappone si sta già dissolvendo insieme al tè verde in polvere, abbandonato da molti per il caffè. Pochi vogliono leggere di geishe fasulle e di finte cerimonie del tè. Di rituali costosissimi per turisti in cerca del Dao. Di monaci zen reclutati con gli annunci sui giornali e di finte monache assunte part-time dai templi più famosi, ormai vuoti. E, infine, di crollo delle vendite dei kimono (60 per cento negli ultimi dieci anni), abito-simbolo di questo pezzo di Estremo Oriente, ad esclusivo vantaggio delle griffe occidentali.

  • Ma c’è chi resiste. Chi insegue ancora un sogno, un ideale di semplicità buddista non dettato dal marketing. O chi di sete dai colori sgargianti e di laboriose acconciature, ne ha fatto uno stile di vita. Passettini compresi. E’ un viaggio tra donne che vale la pena di essere compiuto… (continua – 1)

(testo: Marina Misiti)


5 Responses to “Il Giappone di una geisha di oggi”  

  1. 1 Misa

    accidenti… ma tu dipingi con le parole!

  2. Sono sempre stata affascinata dal Giappone tanto che tengo ancora nel cassetto questo viaggio per farlo in futuro con tutti i crismi: tempo, disponibilità, back-up culturale.

    Quel film (non ho letto il libro) è stato toccante, commovente. E terribilmente realista, in parte poetico in parte crudo. Ti rimane addosso come una patina. Una memoria di fascino senza tempo e una tradizione intaccabile, inimitabile.
    Eppure, immaginavo potesse esserci prima o poi uno scandalo come quello che tu racconti. Le brutte copie – più economiche ma appunto, copie – ci sono in ogni genere di business.
    Credo basti non mollare e crederci sempre. Credere nella tradizione, nella cultura, nel fascino, nella qualità, nel senzatempo. Nell’inimitabile.

    Un parallelo europeo. Le ballerine del Moulin rouge di una volta. Oggi ci sono centinaia di locali simili. Ma quelle ballerine, con la loro preparazione e i loro rigidi canoni estetici fisici, erano tutta un’altra poesia.

  3. Grazie Misa, sono parole belle le tue. Apprezzo molto.

    Lady S. ho aspettato la seconda puntata a risponderti, volevo in effetti che leggessi ancora, anche altre storie sul Giappone delle geishe: è vero ci sono le finte, ma forse proprio perché la tradizione, il mito non è ancora dimenticato, come dice la testimonianza di quella “vera” che ho pubblicato oggi. leggila e fammi sapere…

  4. Cara Marina,
    è estremamente interessante questo tuo post su un pezzo di cultura Giapponese.
    In uno dei miei viaggi a Kyoto, ho avuto modo di toccare con mano questa realtà.
    Devo dire la verità, in un primo momento, è inevitabile rimanere un po’ scioccati da questa diversa cultura; se però si è interessati a conoscere e non solo a giudicare queste persone, si intuisce un mondo completamente diverso da quella che è la nostra cultura, insomma qualcosa da approfondire.
    Si, effettivamente ora è una moda, tutto dalle tazze alle magliette ( anche quelle più economiche) ciclicamente ripropongo forme, materiali e colori tipici della cultura giapponese. Non mi stupisco quindi che anche la cultura della Gheisha venga scopiazzata in modo non realistico e non fedele alle tradizioni.
    L’unica Maiko che ho avuto il piacere di conoscere ha studiato anni per raggiungere quello che è diventata e ha dovuto sacrificarsi tanto per ottenerlo.
    So che non capirò mai fino in fondo questa parte della cultura giapponese, ma sono vicina a chi si sdegna per la nascità di nuovi modelli di business che non tengono conto della cultura e delle tradizioni di un certo popolo.
    Ciao.

  5. Bentornata Caterina,
    Sì, la cultura giapponese diversi anni fa mi si è avvicinata tramite le pagine rarefatte di Banana Yoshimoto e appena ho potuto sono andata a curiosare di persona, affittando proprio a Kyoto una casa tipica con giardino zen, proprio davanti al complesso dei templi più famoso, ed è stata un’immersione in una cultura così “altra” eppure così vicina, da non poter poi non soffermarmi in più di un reportage e ora post su questo incredibile luogo….
    fascinazione allo stato puro!