Nuove tendenze? Il geisha style
Il Giappone di una geisha di oggi. Parte seconda.
«Dopo aver terminato la scuola media, quattro anni fa, sono stata introdotta in questa okiya (la casa della geisha) da un amico dei miei genitori. È da allora che vivo e studio qui, con altre cinque ragazze. Tutti i giorni imparo qualcosa dalla mia okami (la responsabile della casa).

Non solo l’arte, la danza classica, gli stili delle acconciature, il trucco o lo shamisen, (una specie di chitarra a tre corde, ndr). Sto studiando l’inglese, per esempio. Anche la politica, lo sport e i giochi di società, m’interessa di tutto. Certo, passo intere giornate a fare pratica: versare il sakè, assistere alle cerimonie del tè. Accompagno spesso la okami agli appuntamenti con i clienti. Ci vogliono ore e ore per memorizzare tutti i movimenti». Per Yumiko niente è lasciato al caso: ci sono regole che insegnano come camminare, sedersi, alzarsi, ma anche come ridere o come piangere. Secondo antichi codici. «Quando parlo cerco di usare il dialetto di Kyoto – mi spiega -, che è il più raffinato. In un certo modo mi sento un’artista. Fra un anno avrò l’esame finale. Se lo passerò, verrò iscritta al nostro Registro e farò parte integrante della Casa. I ristoranti più lussuosi e i club più esclusivi, potranno allora prenotarmi direttamente». Guadagna bene una geisha, mai meno di 25.000 yen per due ore, assicura Yumiko. Ma per adesso tutti i suoi risparmi li deve investire per il suo lungo training, e per acquistare i preziosi kimono di seta che faranno parte del suo esclusivo guardaroba. Non crede affatto al declino della geisha. «Ogni generazione dà interpretazioni diverse della tradizione. Il fenomeno delle finte geishe? Non è forse la prova del fascino tuttora vivo per quelle vere?».

Yumiko tralascia di raccontarmi che il Comune di Kanazawa, alcuni anni fa, ha lanciato la proposta di finanziare con fondi pubblici una scuola per geishe. O che la stessa idea è sorta a Tokyo, nel quartiere di Asakusa, la parte vecchia della città, quando ci si è accorti che delle 1000 geishe che vi lavoravano fino a qualche tempo prima, ormai ne rimanevano soltanto 58. E non accenna nemmeno al fatto che spesso le geishe vengano confuse con le prostitute. «Lo so – mi dirà poi, alla fine della giornata -, ma in realtà siamo libere. Possiamo scegliere di avere una relazione con un uomo, oppure no. Alcune hanno dei clienti fissi per anni. Altre invece fanno dei buoni matrimoni». Anche i ricchi clienti, però, stanno scomparendo: le aziende hanno tagliato le spese d’intrattenimento riservate ai dipendenti che accompagnano gli ospiti. Le delicate riunioni d’affari, da un po’ di tempo, non si svolgono più sulle note dello shamisen. «Gli uomini stessi sono cambiati – sostiene Tokuji N., gestore di un famoso night club della città –, non chiedono più musiche e danze tradizionali. Si sentono più a loro agio con le nostre giovani bar-hostess». Nella sola Tokyo oltre 500.000 donne alimentano il mercato del piacere: le mama-san gestiscono i bar e giovanissime bar-hostess, spesso in kimono, si ritrovano in tutti i locali notturni. Nuove vestali della moderna società nipponica votata al dio yen. Dove anche il mito della geisha si può comprare. Dove i sogni possono avere prezzi accettabili: da 50 a 300 dollari.

E dove può accadere che l’ultima moda di adolescenti, giovani donne e mamme, diventi così andare a Kyoto e sottoporsi a un… “travestimento”. Sono almeno 50 infatti i saloni di “trasformazione” che hanno aperto negli ultimi anni. Affittano sogni a prezzi abbordabili: kimono e sandali di legno, acconciature e trucchi. E le “travestite” girano felici per la città. Posano per le foto con i turisti e si fanno riprendere con le telecamere digitali. Scampoli di eleganza per un immaginario che cambia più lentamente delle abitudini. (continua – 2)
(Marina Misiti)
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