In memoria di Dith Pran e delle vittime di Pol Pot, in Cambogia

31 03 2008

(Video:  goldenboi82a)

  • Intervistare Dith Pran fu uno dei primi incarichi che mi diedero, diversi anni fa, appena arrivata alla redazione Esteri del mio quotidiano. Conoscere quest’uomo e la drammatica, immensa storia di cui fu testimone (lo sterminio di oltre due milioni di cambogiani dal ‘75 al ‘79, ad opera di Pol Pot) mi rese ancora più determinata nell’affrontare questa professione. Rafforzò, come si dice oggi, la mia mission
 
 
  • Ieri Dith Pran, l’uomo che ha ispirato il film otto volte premio Oscar «Urla del Silenzio» (The Killing Fields, di Roland Joffrè), si è spento all’età di 65 anni, a causa di un male incurabile. Ma il dolore più grande lo ha avuto per non aver visto Pol Pot processato e chiamato a rispondere della morte di due milioni di innocenti. Lo annuncia il suo collega del New York Times (dove Pran ha lavorato come fotografo dopo avere lasciato la Cambogia dei Khmer rossi nel 1979) Sidney Schanberg, l’altro protagonista della storia e Premio Pulitzer. 
 
 
  • Le immagini di questo film sono rimaste impresse indelebilmente nella mia memoria e qualche mese fa, in viaggio in Cambogia, non potevo non sovrapporle a quelle delle risaie che mi scorrevano accanto, della terra rossa delle strade e delle pur meravigliose rovine nella giungla ad Angkor




Donne con la valigia, io (non) viaggio da sola…

31 03 2008
  • E’ sempre una piccola soddisfazione vedere il proprio sito così apprezzato, citato e linkato, e in questi due mesi sono stati tantissimi a farlo, oltre al grande numero di iscrizioni al Club DCV dedicato alle viaggiatrici, per cui ne approfitto per ringraziarvi pubblicamente.
  • Così oggi mi sembra giusto mettere in risalto e contraccambiare proprio qui alcuni di quei siti che, autonomamente, hanno deciso di parlare e di dedicare oltre al link, anche un articolo al nostro blog-magazine Donneconlavaligia. Leggete qui:

 

ItaliaGeoMagazine (articolo)

Schimage.it

FormazioneZero

Tè e teiere 

Giuseppe Celi 

Sensi Attivi 

IlBlogdiOut  

 dcvlogo.jpg

 

  • E altri articoli su DCV stanno per essere pubblicati. Grazie in anticipo. I viaggi più belli sono quelli che si possono condividere. E’ ora di ri-partire allora…
 
 




La Costa Atlantica amata dai vip

31 03 2008
  • Biarritz: per la nobiltà europea dei primi del ‘900 divenne «la regina delle spiagge e la spiaggia dei re». Certo, non si incontrano più i principi russi che affollavano i grandi alberghi all’inizio del secolo. Né i re e le regine che, vestiti di bianco, amavano passare i mesi caldi sulla spiaggia più esclusiva dell’Atlantico. E non si organizzano più le grandi feste in stile hollywoodiano che hanno riunito qui il gotha del cinema, della moda e della finanza, negli anni ruggenti di Charlie Chaplin e Gloria Swanson.
  • Ma non per questo Biarritz ha perso il suo charme. E le sue follie. Non è raro la sera incontrare persone elegantissime sedute gomito a gomito con i giovani surfisti dai lunghi capelli al vento e l’inconfondibile abbigliamento sgargiante, nei bar da tapas del vecchio porto di pescatori, quei bistrot (come il Corsaire) che di solito offrono un menu fisso a base di vino, sarde e gamberi cotti lì per lì alla griglia. Oppure artisti bohémiens e pacati golfisti stretti gli uni accanto agli altri sui grandi tavoli in legno della Sidreria Hernani.

  • Il recente e accurato restyling di molti dei suoi edifici art déco e delle illuminazioni da belle époque (come quelle sul lungomare della Grande Plage), ha restituito alla città basca lo sfondo e la scenografia ideali per decine di appuntamenti culturali e per un calendario fittissimo di eventi sportivi: durante tutto l’anno, infatti, accanto ai più importanti tornei internazionali di golf, di surf e di pelotaBiarritz organizza festival di danza, cinema, teatro e fotografia. Così elegante e attrezzata da essere stata prescelta per ospitare le riunioni del Consiglio Europeo; ma anche tanto affascinante da diventare mèta preferita già anni fa di François Mitterrand (lo si è visto spesso pranzare all’Operne, sui tavoli all’aperto a strapiombo sul mare).

  • La Montecarlo atlantica negli ultimi otto, dieci anni è diventata un centro culturale di grande richiamo: con il Festival cinematografico latino-americano (Cita), il Festival di danza (che ha visto impegnate oltre 150 compagnie di ballo), un’importante manifestazione di teatro franco-iberico oltre alle feste della cultura basca con i cori dei cantori tradizionali e a “Terres d’Images”, ideata nel ‘99 dal fotografo Claude Nori e considerata una delle manifestazioni internazionali di fotografia di viaggio più seguite d’Europa.
  • Un pacchetto di eventi “creativi” che si affiancano a quelli sportivi: tra luglio, agosto e settembre, ma anche in marzo e aprile, non si contano i tornei e le gare di surf e windsurf. La California d’Europa attrae infatti giovani surfisti da tutto il mondo, soprattutto dagli Stati Uniti e dall’Australia: gli habitué della tavola si allenano sulle splendide spiagge della vicina Saint Jean de Luz, affascinante porto di pescatori basco affacciato sullo stesso golfo di Guascogna che è di fronte a Biarritz. Questo, sotto le falesie della selvaggia spiaggia di Lafitenia, è in ogni stagione il regno incontrastato degli amanti dell’onda. Nonostante i bellissimi green dedicati al golf, i muri disseminati in ogni paesino per giocare alla tradizionale pelota basca o alla cesta punta, le splendide piscine dei centri di benessere (dove tra massaggi, bagni di fango marino, alghe terapeutiche, si ritrovano insieme modelle come Karen Mulder, creative come Paloma Picasso e fotografi come Jean-Loup Sieff) e le vicine montagne, resta ancora il mare la grande attrattiva di turisti e locali. Così, immancabile per me è la visita al Museo del Mare, di fronte alla lunga passerella metallica sull’acqua dello Scoglio della Vergine: gli acquari con tutti i pesci del golfo, le foche nelle vasche all’aperto e l’immersione per la visita agli squali, rendono poi ancora più piacevole una sosta alla Sala da tè del Museo, in un terrazzino che, come tutto qui, non può che affacciarsi a strapiombo sull’oceano.

  • Ecco gli indirizzi “giusti”, cioè quelli che ho personalmente sperimentato, per ritrovare le due anime che convivono a Biarritz.
  • Dove mangiare: L’Operne, 17 avenue Edouard-VIICorsaire, Port des Pecheurs; la Sidreria Hernani, 29 avenue du Maréchal Joffre
  • Sale da tè: Miremont, 1 Place Clemenceau; Sala da tè del Museo del Mare
  • Gli alberghi più esclusivi: Hotel du Palais, 1 avenue de l’Impératrice. Tel. 00-33-5-59240940; Istituto Thalassa dell’Hotel Miramar, 11 rue Louison Bobet. Tel. 00-33-5-59242080
  • Cosa vedere: Musée de la Mer, di fronte al Rocher de la Vierge, la punta estrema della città, sopra al Port Vieux. Grande Plage, la lunga storica spiaggia della stazione balneare, dove si affaccia il palazzo del Casino Municipal. Plage de Lafitenia, a Saint-Jean-de-Luz (Fine -2).
(Testo e foto di Marina Misiti)




Biarritz: onde, surf e Coco Chanel

30 03 2008

  • Era sonnacchiosa e un po’ coquette Biarritz, appollaiata sull’ultimo sperone di roccia che si affaccia nell’Oceano Atlantico. Bellissima, non c’è che dire. Elegante, pure. Oggi piena di surfisti, capelli lunghi e tavola in mano. Per anni ha ospitato soprattutto ricchi pensionati francesi, inglesi e spagnoli desiderosi di “svernare” in residence eleganti con piscina e clima mite, divisi tra un cocktail pomeridiano e una puntata al Casino. Oggi invece Biarritz sembra aver tirato fuori le unghie, mostrando anche un’altra faccia: moderna e grintosa, senza dimenticare lo spirito degli “anni folli” del suo passato.

  • E’ una perla proprio adatta per “donne con la valigia” attratte da mète fuori dai normali percorsi turistici ma, grazie alla costruzione di un modernissimo aeroporto, facilmente accessibile – è a un’ora e un quarto di volo da Parigi - da tutta Europa. Pasticcini, tè darjeeling e onde alte anche quattro metri. Il Miremont, in piazza Clemenceau numero 1, luogo di chiacchiere e appuntamenti più conosciuto della città, conserva ancora tavolinetti e arredi originali che risalgono al 1907, gli specchi d’epoca alle pareti sono gli stessi che (prima di me) hanno visto passare i duchi di Windsor e Coco Chanel, e così l’enorme finestra che si affaccia sulla spiaggia atlantica. E’ uno spettacolo tale che non posso fare a meno di fermarmi per un tè. Il five o’clock più conformista e chic di Biarritz, che ancora oggi attira tutta la popolazione femminile mondana della costa, è il simbolo stesso delle due diverse anime che convivono qui: quella un po’ retro e nostalgica, accanto all’attuale, dinamica e di tendenza.
  • “Adoro la mia città, soprattutto d’inverno: c’è un’atmosfera particolare, la gente è più rilassata, l’ospitalità è discreta ma attenta, i locali mantengono uno charme che in Costa Azzurra, per esempio, è andato perduto in questi ultimi anni” mi racconta Chantal Dandrieu, africanista e amica nata a Biarritz oggi in giro tra Parigi, Roma e Bruxelles. Negli anni ha visto la costa basca trasformarsi: ora è di nuovo una regione alla moda, il jet set internazionale è attirato dai nuovi centri benessere e talassoterapia che sono sorti sulla scia del Miramar e la gente è molto “mischiata”. Anni fa i giovani andavano via per lavorare. Forse ora l’enorme sviluppo del terziario permetterà alle nuove generazioni di restare. Dispersi in tutto il mondo: quello della diaspora dai Paesi Baschi, sia dalla parte spagnola che francese, non è un tema nuovo.

  • Via via nei secoli i baschi sono stati missionari per terre ostili, marinai coraggiosi, contrabbandieri e corsari, fino all’emigrazione di fine Ottocento, nel Nord America e in Argentina, che ha letteralmente svuotato il Paese. La stessa, elegante, Biarritz non era che un villaggio di pescatori di balene, prima che nel 1854 un imperatore (Napoleone III) se ne invaghì e costruendo Villa Eugenie (oggi l’esclusivo Hotel du Palais), dedicata alla consorte, ne mutò per sempre il destino… (Continua -1).

(Testo e foto di Marina Misiti)





Parole prêt à porter

30 03 2008

 “Dunque che cos’è la Donna Selvaggia? Dal punto di vista della psicologia archetipa così come per la tradizione dei cantastorie è l’anima femminile. Eppure è di più; è la fonte del femminino. E’ tutto quanto è istinto, è un insieme di mondi visibili e nascosti…

Dov’è presente? Dove potete sentirla, dove trovarla? Percorre i deserti, i boschi, gli oceani, le città, va nei barrios e nei castelli. Vive tra le regine, tra le campesinas, in sala di consiglio, in fabbrica, in prigione, sulla montagna della solitudine. Vive nel ghetto, all’università e nelle strade….

Lascia impronte ovunque ci sia una donna che è terreno fertile”. 

Clarissa Pinkola Estés  





Le donne di Istanbul, oggi

29 03 2008

  • A Beyoglu sono ancora un’eccezione. Ma nei vicoli di Fatih o nella zona di Suleymaniye, dall’altra parte del Corno d’Oro, di giovani donne avvolte in turban, come usa da queste parti, se ne vedono sempre di più. E direi che non si tratta solo dell’anziana popolazione femminile di Istanbul o di ragazze provenienti dalle campagne dell’Anatolia se, come emerge da un sondaggio recente indossano il foulard islamico il 46,9 per cento delle donne tra i 18 e i 27 anni, il 33,9 per cento delle nubili, il 10,5 delle laureate e il 9,5 delle ragazze di ceto medio-alto residenti nelle grandi città. Viaggiando in Turchia ho notato che il velo – che come sappiamo da pochi mesi non è più vietato per legge nelle università - copre oggi anche i capelli di professioniste, intellettuali e dirigenti d’azienda, in un Paese considerato un fedele alleato degli Stati Uniti e un aspirante partner dell’Europa. Il velo: argomento abusato dai media, ma difficile non leggerne il significato simbolico.
  • Si tratta di un’emancipazione nel nome di Allah? O del segno di una laicità in crisi di fronte al dilagare della marea fondamentalista? La Turchia, oggi più che mai, è un laboratorio politico e sociale sospeso tra Europa e Oriente: qui si sperimenta un islam politico alla guida di uno Stato laico, schierato a Occidente, con il 99 per cento degli abitanti di religione musulmana. Il mosaico della società turca, a guardarlo da vicino, è pieno di sorprese, e le donne, motore di molte trasformazioni, ne riflettono le contraddizioni interne. “Il velo in Turchia (e non solo, aggiungerei io) è diventato in questi ultimi anni il pomo della discordia tra laici e islamici. In realtà si tratta di un fatto culturale più che religioso. La maggioranza della gente qui è ancora profondamente laica, nessuno tollererebbe iniziative integraliste. Divorzio, educazione, voto alle donne sono preistoria per noi. Questo è l’unico Paese islamico che non ha paura della modernità”.

(foto tratta da: Repubblica.it)

  • Ne parla davvero convinta la giornalista Venet Simavi, che non manca di citare il generale Mustafa Kemal, più noto come Ataturk, padre della patria e vera icona popolare che nel dare vita, il 1923, alla repubblica turca ruppe con l’immobilismo secolare dell’impero ottomano, spazzando via in un colpo solo harem, veli e poligamia. E quasi a tranquillizzare un’Europa ancora spaventata dalla prospettiva di avvicinarsi a un Paese che ha consegnato la maggioranza dei seggi in Parlamento agli islamici, cita il fiore all’occhiello di attiviste e femministe turche: il moderno codice di famiglia. Approvato dal Parlamento nel 2001, dopo otto anni di aspre battaglie politiche, il testo sancisce per legge il principio di uguaglianza tra uomo e donna in ambito familiare: l’uomo cessa di essere “il capo della famiglia”. “Le donne - spiega - non devono più chiedere l’autorizzazione del marito per poter lavorare, possono decidere insieme al coniuge quale tipo di scuola i figli dovranno frequentare e che tipo di educazione impartirgli. Il nostro codice civile è un esempio per il mondo islamico: le donne egiziane, saudite o afghane dovranno aspettare anni prima di avere gli stessi diritti”.
  • Turchia, futuro femminile? O riforme nate già sotto un “velo” di sospetto? L’associazione delle universitarie del Bosforo parlando dell’Akp, il partito della Giustizia e dello Sviluppo, dicono: “Fortemente posizionato a destra, ha usato insieme a una politica populista l’elemento religioso per ottenere maggior consenso. La previsione di una restrizione dei diritti delle donne, quindi, non è certo infondata”. Emel Dogramaci, che per anni è stata la preside della Facoltà delle arti e delle scienze dell’Università di Ankara, fa notare come la condizione della donna in Turchia non sia poi così migliorata: “L’analfabetismo femminile, negli ultimi settant’anni è calato dal 90 all’attuale 28 per cento, ma rimane sempre alto. La percentuale delle donne lavoratrici è del 49,33, ma l’85,6 di queste è dedita all’agricoltura. Nel 1934 fu concesso il diritto di voto alle donne e alle elezioni del ‘35 furono elette 18 donne in Parlamento, pari al 4,6 per cento dei deputati. Oggi è inferiore a quella del 1935”.
  • Eppure leggo sul blog Istanblues che la Turchia ha scelto, un anno prima di noi, una donna come capo della Confindustria turca: si tratta di Arzuhan Dogan Yalçindag (vedi foto sopra). Dall’altro lato troviamo però una sociologa come Pinar Selek che ha passato due anni in carcere solo per aver pubblicato un’inchiesta sul PKK (anche se poi è stata assolta) e che si accalora: “In Turchia tutto l’establishment sociale, dalla politica alla magistratura è saldamente in mano agli uomini. Tra queste istituzioni e gli uomini non c’è sempre accordo, ma quando devono occuparsi di situazione femminile diventano solidali”.

  • Quella delle donne come Pinar (foto qui sopra) più che una lotta è quasi una guerra quotidiana: sono storie di coraggio e di passione in un Paese che vuole cambiare, che sa che questo potrebbe essere l’ultimo treno per l’Europa. L’ingresso di Ankara nella Ue passerà necessariamente per la “questione curda”, il muro di Cipro e le violazioni dei diritti umani, in particolare le violenze alle donne, sia in ambito sociale che familiare. “Se non avremo il coraggio del cambiamento resteremo un paese povero e infelice – ha dichiarato tempo fa la deputata Leyla Zana, per anni in prigione per la causa curda -.

  • I delitti d’onore e le violenze alle donne sono ben noti alla stampa internazionale ma anche a Nebahat Akkoc (proclamata da “Time” Eroina del 2003 in Turchia), fondatrice di KaMer, un centro per la protezione delle donne. Lei stessa ha vissuto sulla pelle la durezza di una regione povera e spietata: il marito assassinato, lei arrestata e torturata. Lasciato l’insegnamento alle scuole elementari, Nebahac inizia ad occuparsi delle violenze in famiglia, convinta che la strada per la pace debba iniziare dentro le mura domestiche. Apre così un centro di aiuto psicologico e legale a Diyarkabakir, zona dove l’Onu stima che il 58 per cento delle donne soffre di abusi commessi da mariti o parenti. Oggi l’associazione ha numerosi centri in tutto il Paese: centinaia di donne si sono rivolte a Nebahat.
  • I casi quotidiani nel sud est dell’Anatolia, non sono affatto infrequenti nelle cittadine che si affacciano sul Mar di Marmara, vicino a Istanbul. Ed è proprio in questa metropoli caotica e contraddittoria ma pur sempre unica e ricca di fascino, dove ti capita ancora di respirare uno scampolo di quell’esotico Oriente vissuto dalle donne viaggiatrici dell’800, che conduce la sua battaglia Eren Keskin. Avvocato, presiede l’Associazione dei diritti dell’uomo: i suoi sit-in, davanti alla sede, da anni ricordano a passanti frettolosi e distratti i drammatici scioperi della fame dei detenuti e delle loro mogli. In questi anni Keskin ha infatti denunciato pubblicamente la violenza sessuale cui sono soggette le donne che si trovano sotto custodia della polizia. Finita in carcere più d’una volta, dopo aver ascoltato le testimonianze delle altre detenute, ha deciso di dedicare parte del suo lavoro alle donne vittime di abusi sessuali per mano delle forze di sicurezza. “Le storie che ho raccolto sono soltanto la punta dell’iceberg: molte ragazze hanno paura o si vergognano di denunciare la loro traumatica esperienza”. Keskin ha portato 27 casi alla Corte europea per i diritti umani: sotto accusa ci sono 101 agenti di polizia, 33 membri della gendarmeria e 6 guardie di villaggio.
  • Far condannare membri dell’esercito è un’impresa titanica in Turchia. Spesso a essere perseguitate sono, invece, avvocate, giornaliste o associazioni che cercano di trascinare in tribunale i veri autori delle torture e delle violenze. Keskin stessa è stata minacciata più volte di stupro, anche a mezzo stampa. “Il potere militare è ancora troppo forte – dice - e condiziona tutta la vita sociale ed economica, non solo quella politica. Speriamo  nell’Unione Europea”. Fondamentalismo e militarizzazione sembrano essere oggi i due estremi che rischiano di schiacciare la società civile turca, in particolare le donne, e di allontanare questo Paese dalla grande famiglia europea.
(Testo: Marina Misiti)




Sketchcrawl a Napoli, matite colori e pennelli dal mondo

28 03 2008

 

Sto per partecipare alla diciottesima maratona mondiale dello schizzo, domani mattina al porto di Napoli. Gli appuntamenti collettivi di disegno dal vero, aperti a tutti, sono al loro quarto anno e hanno anche un blog. Ideati da Enrico Casarosa, illustratore e storyboard artist italiano che lavora a San Francisco, per condividere con altri la passione per il disegno, hanno ormai centinaia di partecipanti in tutto il mondo. Attraverso un forum ci si organizza in gruppi nelle diverse località, ogni tre mesi circa, per disegnare insieme. Un viaggio con fogli, matite e colori attraverso i luoghi. Un’iniziativa originale che vuole coinvolgere anche persone che non hanno mai disegnato. Dopo, ognuno pubblica i propri lavori su questo sito. 

 

Come l’anno passato, questa edizione speciale coincide con In viaggio col taccuino, la rassegna sui diari di viaggio illustrati sui Moleskine a rotolo, in mostra da domani a lunedì a Galassia Gutenberg. Anche gli artisti che partecipano alla rassegna saranno nel porto di Napoli domani a disegnare insieme a tutti i visitatori. La partecipazione è libera. Portate matite, colori e pennelli! 

(Fonte: In viaggio col taccuino

 





La via del benessere? Vicino a Cuneo…

28 03 2008

 

  • L’impresa sembrava titanica, ma oggi si può dire che la maggior parte della strada è fatta e domani alle 17 si apriranno le porte del salone per il benessere estetico di Anna Santomauro (l’indirizzo è: via Garibaldi 19, Borgo San Dalmazzo, Cuneo). A parte l’indubbia bellezza della ristrutturazione e degli arredi zen di questi 4 piani dedicati alla cura del corpo - cascate d’acqua alle pareti, room dai diversi colori di luce, bancone per il color-bar al momento, scivoli per disabili, tisane, trattamenti alla frutta per la cute, barba con panni caldi tradizionali, ecc. ecc. già visti in città, assai meno in provincia -, ad incuriosirmi in questa storia è stato il vero e proprio viaggio di formazione compiuto dall’ideatrice e dal suo staff di 10 persone durante gli ultimi due anni: la strada insomma dall’idea alla realizzazione di un innovativo servizio (distinto dai centri benessere) per l’anima e il corpo della persona e dei suoi capelli, compiuta in una manciata di mesi. 
 
 
  • Anna (che comunque fa questo mestiere da vent’anni) e il suo team, hanno seguito un efficace percorso interiore e manageriale partecipando sia agli Abbey Programme (i seminari nei monasteri benedettini organizzati dal coach e formatore Paolo Bianchi, di cui parlammo qui), sia ai nuovissimi Samurai Lab (sempre tenuti da Paolo Bianchi, che è anche un maestro di diverse discipline marziali) e che hanno fortemente motivato il gruppo, facendogli individuare nuove potenzialità e… intraprendere questa avventura. Un’ultima nota: Anna e il marito, Massimiliano Melzi, sono entrambi buddisti e domani inaugureranno gli spazi proprio con la recitazione dei mantra. La spiritualità come via del benessere anche esteriore?…




Venezia, una mappa del tesoro come guida alla città

28 03 2008

Ecco un’altra mappa urbana in formato gioco! Per caso, tempo fa ho conosciuto alla Libreria del Viaggiatore a Roma, Alberto Toso Fei, l’autore di una originalissima guida di Venezia, una specie di caccia al tesoro innovativa, un modo che mi è sembrato originale e coinvolgente per visitare l’affascinante città veneta. The Ruyi - Venice Act è in effetti un quaderno di gioco (realizzato da H-Play, società che fa del gioco un veicolo di esperienza, scoperta e socializzazione) in vendita on e off line da alcuni giorni, che consente un inedito itinerario su Venezia

 

Sessanta storie compongono questo quaderno e sessanta sono i luoghi corrispondenti nelle città. Il viaggiatore, che inizia a giocare con l’invio di un sms, è guidato attraverso il suo cellulare in una visita interattiva nella città e nella cultura popolare veneziana: può scegliere quanto giocare, a che livello di difficoltà, se da solo o insieme ad altri. In ogni caso vedrà una Venezia che non si aspetta, potendo poi ricostruire online il suo percorso. Mi sembra una modalità di turismo molto stimolante, che forse potrà aiutare a decongestionare le mète “aggredite” dal turismo di massa (Piazza San MarcoRialto, ecc.), portando visitatrici e post-turiste in luoghi meno affollati e conosciuti, ma altrettanto ricchi di fascino e di storia.

 

Ma non finisce tutto in laguna: il Ruyi (lo scettro che Marco Polo avrebbe riportato dall’Oriente) si cercherà presto anche a Roma e a Firenze. Domani, 29 marzo, intanto è previsto un evento collettivo particolare: La Notte del Ruyi. Per iscrivervi cliccate qui. C’è in palio un iPhone!  

 (Fonte: H-Farm)





Kabul, il posto degli aquiloni

27 03 2008

Ecco il trailer del film in anteprima. Ci siamo: esce domani in Italia il film “Il cacciatore di aquiloni” tratto dalla storia intensa, ormai un bestseller, di Khaled Hosseini

  

(Video: BoomaticTrailers)





Post-it City, l’arte di vivere nelle città del mondo

26 03 2008

 

Dall’Urban Intimacy di Barcellona a Home Street Home, dall’Unreal Estates della Cina all’Informal Urbanism del Cairo. Come usiamo oggi il nostro spazio urbano? Qual è l’utilizzazione che facciamo del territorio? Come sono antropizzati oggi i luoghi nel mondo? Quali abitazioni temporanee scegliamo? Da Tel Aviv a San Paulo a Berlino e oltre: sono 78 le città che si trasformano temporaneamente, che cambiano volto di giorno in giorno, che si riciclano a seconda delle ore e delle attività dei suoi abitanti, le incredibili “urbanità occasionali” e precarie in mostra a Barcellona: “Post-it City” è stata inaugurata da poco al CCCB (Centro di cultura contemporanea di Barcellona), e rimarrà aperta fino al 25 maggio prossimo. Un evento da non perdere, se passate per la città catalana in questi mesi. Ma il frutto di questa grande ricerca iniziata nel 2005, cui hanno partecipato studiosi e artisti di tutto il mondo, è visitabile anche qui online.

 

 (Fonte: Moleskine City)

 





New York, borse Limited Edition per salvare la Terra

26 03 2008

 

Una volta tanto parliamo di borse per le donne. Leggo su Fashionblog che queste fanno parte del progetto in favore del Al Gore’s Climate Project per la salvaguardia del pianeta e sono disegnate da stilisti, attrici e modelle come Kate Moss, Margherita Missoni, Gwineth Paltrow, Jade Jagger, Christy Turlington, Helena Christiansen e tante altre. Non solo bag comunque ma anche t-shirt in collaborazione con Buddhist Punk. Ancora fashion per una buona causa.

(Fonte: Fashionblog)





Palestina, fashion e impegno

26 03 2008

 Danah Abdulla è una ventiduenne fashion marketer e pubblicitaria, oltre che fotografa, direttrice creativa e graphic designer. La sorella ventisettenne, Rania (Samharra), è una fashion stylist e designer. Entrambe sono di origini palestinesi ma risiedono ad Ottawa, in Canada, e Danah produce e vende t-shirts correlate con la causa palestinese, con il marchio Mainstream Revolution

 

Tutte le magliette sono disegnate a mano da Rania e poi modificate al computer da Danah, con uno stile originale e non univoco. Obiettivo delle vendite? Supportare una buona causa, ma con stile. Tutto il ricavato infatti va ad un’associazione di carità palestinese. Le due hanno inviato al blog di cool hunting Communifashion anche un allegato della fashion week di Ottawa, che si terrà a maggio, realizzato proprio da Danah. Fahionistas, ma impegnate.

 

(Fonte: Communifashion)





Cina, è lo spirito delle Olimpiadi?

26 03 2008

Dopo la testimonianza delle monache tibetane altre voci si levano….

ecco un’immagine segnalata da Antonio”Flock” Fiocco (artista del gruppo di Out)





Love Therapy in aereo o in treno

26 03 2008

 

Siete inseparabili dal portatile? Fate parte della categoria delle “donne che viaggiano con valigia e notebook”? Ecco una novità divertente: Hp e Elio Fiorucci hanno lavorato insieme. La moda ha sposato la tecnologia. Lo stilista italiano, sotto il proprio marchio Love Therapy, tutto dedicato alle donne e, dunque, all’Hi-tech in rosa, ha appena realizzato una borsa porta notebook. Disegnata per contenere un pc portatile con display fino a 15.4 pollici, ha ampie tasche interne ed esterne per ospitare documenti e oggetti personali. Può essere aperta a 180° per utilizzare il computer senza estrarlo dalla borsa, come accade ad esempio durante i viaggi in aereo o in treno. Si chiama «Hp Limited Edition designed by Elio Fiorucci», è disponibile in un’edizione limitata di 500 pezzi, ed è realizzata in vernice nera lucida, con l’applicazione di un cuore e della scritta Therapy in rosso, anch’essi in vernice. 

(Fonte: ilSole24ore.com / Whymoda) 
 




Il lungo viaggio di Anita Roddick verso il passion-business

25 03 2008
Un ritratto della fondatrice di “The Body Shop” realizzato da Helga Ogliari, brillante career coach e “amica di valigia”
 
  • Siamo soliti pensare che la leadership sia una prerogativa maschile, quasi alla donna sia destinato esclusivamente il ruolo della compagna del leader o della grande donna che però, non si sa perché, sta “sempre dietro a un grande uomo”. In realtà esistono molti esempi di leadership al femminile, a cui anche gli uomini possono ispirarsi, come quello di Anita Roddick, che è stata una delle donne più ricche d’Inghilterra, fondatrice della catena The Body Shop e nota per l’impegno sociale.
 
  • Eppure la Roddick ammise: “Non ho mai frequentato una business school, né mi sono mai occupata di questioni finanziarie… per la verità non ho mai neppure letto un libro di economia”. Ma in fondo ciò non la preoccupò mai, perché sosteneva che “Il business non è una scienza finanziaria, ma ha a che fare con il commercio: comprare e vendere. Riguarda la produzione di prodotti o servizi talmente buoni che le persone sono disposte a pagarli per averli”. 
  • Il vero segreto del successo di Anita? Forse è espresso in questa sua frase. “Considero il business non solo come un lavoro ma come un modo onorevole di vivere dove puoi, usando la tua immaginazione, per sviluppare lo spirito umano”. Anita Roddick ebbe sempre ben chiara la propria mission: “fare prodotti che funzionano e che nulla hanno a che fare con le menzogne raccontate alle donne dall’industria cosmetica… Assicurandoci di ridurre al minimo l’impatto ambientale nel processo di produzione, di eliminare le scorie, di restituire qualcosa alla nostra comunità… andiamo là dove il business non andrebbe mai, perché crede che quella non sia la direzione”. 
  • Oggi, anche dopo la sua prematura scomparsa lo scorso settembre, The Body Shop è un’azienda quotata in borsa con oltre 1900 negozi in tutto il mondo. La sua fondatrice ricevette numerosi premi per il suo impegno a difesa dell’ambiente ed il sostegno di organizzazioni come Greenpeace, Friends of the heart ed Amnesty International. La filosofia di Anita? “Se fai una cosa bene, falla meglio. Osa, sii il primo, sii diverso, sii onesto.”

  • Come è nato The Body Shop? A questa domanda Anita rispose candidamente: “Avevo bisogno di guadagnare di più per poter mantenere i miei figli mentre mio marito era in Sud Africa”. Anita Roddik nacque nel 1942 da una famiglia di immigranti italiani che gestivano un caffè a Littlehampton. Dopo il college Anita lavorò all’International Herald Tribune a Parigi, fece l’insegnante in Inghilterra, lavorò per le Nazioni Unite a Ginevra e poi partì per l’Africa da cui venne espulsa per aver violato le leggi sull’apartheid. Anita tornò così nel proprio Paese dove si sposò, ebbe due figli ed insieme al marito decise di aprire un ristorante. Un bel giorno il marito le comunicò l’intenzione di prendere parte a una gara a cavallo dal Sudamerica a New York, che lo avrebbe tenuto lontano per due anni. Anziché farsi abbattere da questa situazione Anita ne trasse uno stimolo per costruire qualcosa di veramente importante. Le venne così l’idea di creare un’attività nel campo dei cosmetici, ma diversa dalle altre per il fatto di impiegare soltanto ingredienti naturali. Inoltre pensò di vendere i prodotti in confezioni piccole e convenienti, per indurre nelle clienti la tentazione di provarli.
 
  • Anita riuscì ad ottenere un prestito bancario, usando il ristorante come garanzia. Il primo negozio è sorto a Brighton, vicino ad un’impresa di pompe funebri. Le pareti del negozio vennero dipinte di verde, non tanto per una scelta stilistica ma per coprire delle macchie di umidità e il packaging era ridotto al minimo con materiali riciclabili ed etichette scritte a mano dalla stessa Anita. In fondo qualcuno deve aver pensato che faceva tanto minimal chic. “Avevo solo una scatola con 700 bottiglie – ricordava Anita - così chiedevo alle clienti di tornare con la confezione vuota per ricaricarla”. Il negozio di Brighton andò molto bene, così la Roddick decise di aprirne un altro e non si fermò neppure quando la banca le rifiutò un finanziamento. Si rivolse a un uomo d’affari della zona, Ian Mc Glinn, che divenne suo socio al 50 per cento in cambio di un investimento di 4000 sterline. In pochi anni sorsero altri negozi, dapprima affidati in gestione a parenti ed amici finché la Roddick ed il marito decisero di intraprendere la via del franchising. “The Body Shop non è un “one-woman-show”. È un’operazione che coinvolge migliaia di persone che lavorano insieme per raggiungere obiettivi comuni e trasmettere valori comuni”, quei valori che sul sito sono introdotti dalla formula made with passion! Concludiamo con una delle frasi più note di Anita, riprodotta anche sui camion di The Body Shop. “Se pensi di essere troppo piccolo per provocare qualcosa, prova ad andare a letto con una mosca”.
(Testo: Helga Ogliari
 
 




Vademecum online per “donne con la valigia”

22 03 2008

Ecco un’altra manciata di indirizzi e link “giusti” per le viaggiatrici del club (DCV)

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  • Siete a Parigi e volete assolutamente provare un nuovo taglio di capelli dagli hair stylists più di tendenza della ville lumière, ma siete spaventate dai costi? Niente paura, si può cambiare look gratuitamente alle scuole di taglio più alla moda della capitale francese. Qui trovate una lista con tanto di mappa utilissima per individuarle. 

  • Tutti i parties più esclusivi delle prossime settimane, i vernissage di tendenza, le aperture dei locali e stores più amati dalle fashioniste da Kuala Lumpur a Miami, da Los Angeles a Tokyo, da Vilnius a Seoul… tutte le news di Superfuture. 

  • Volete scoprire le novità più fresche e originali direttamente dai giovani creativi? Ecco un blog tutto made in Italy da seguire: Communifashion 

  • Si sa, gli inglesi amano i fiori e il giardinaggio. Se siete invitate per un tè o per una cena importante a Londra, affidatevi alle magie dei super-fioristi di questa lista con mappa. Farete un figurone!

  •  Avete programmato un weekend lungo a New York, compreso di shopping-tour e non vedete l’ora di provare i capi più trendy della Grande Mela? Bene, qui c’è chi ha stilato addirittura la lista dei migliori e dei peggiori “camerini” di prova. Risultato? Promosso Journelle, bocciato Victoria’s Secret. Da sbirciare…

  • La mitica L. A. non è famosa per i dessert, ma si dà il caso che questa volta voi ne abbiate davvero voglia. C’è chi è riuscito a scovare questa mappa per palati da gourmet in puro Hollywood Style. Approfittatevene!

 (Testo e immagine: Marina Misiti)

 





Parole prêt à porter

22 03 2008

«Un viaggio non solo rimescola il sangue, ma rinvigorisce anche lo spirito».

Florence Prag Kahn

 





Le ragazze russe? Vivono di nuovo in… Kommunalka style

22 03 2008
  • Sulle kommunalka in Russia nel 2007 hanno fatto pure un “art reality show“, una sorta di casa in comune per artisti che ricorda i reality per la tivù, ma in realtà fa parte di un progetto artistico d’avanguardia. E’ stato un successo, ma non credo che Tatiana e Irina ne siano a conoscenza. Loro sono le inquiline che vivono da più tempo nel grande appartamento di questo palazzo antico diviso in dieci stanze, una per famiglia, che si affaccia maestoso nel cuore di San Pietroburgo. Alle sue spalle corrono gli oltre quattro chilometri della leggendaria Prospettiva Nevskij, descritta anche da Gògol. KK le chiamano i russi, per indicare le kommunalki, i tristemente famosi alloggi in comune assegnati alla gente dopo la rivoluzione d’ottobre.

  • “E’ incredibile, no? Da qui posso raggiungere a piedi anche l’Ermitage e poi affacciarmi sulla Neva. Eppure il mio non sembra un palazzo del centro storico: il cortile è buio e sporco e le scale cadono a pezzi. Ho protestato con la Zhek (gli uffici locali per la manutenzione degli alloggi), ma è da anni che nessuno si fa vivo”, racconta seria Tatiana mentre versa del caffè in un bicchiere di vetro decorato. E’ la sua tazzina “buona”, quella riservata agli ospiti, che nella sua camera di 16 metri quadrati, divisa per anni con il padre, oggi non devono venire troppo spesso. Sul tavolinetto appoggiato al muro ci pranza da sola, di solito, perché sostiene di non fidarsi di certi suoi coinquilini con cui litiga un giorno sì e uno no.
  • “Spesso i piatti restano sporchi fino a sera e anche gli odori di olio fritto, di pesce o di bollito. In più Marina, la sarta della stanza 3, da quando il figlio è militare fuma una sigaretta dopo l’altra e non smette nemmeno quando si cuoce la minestra. Come potrei mangiare qui?”, dice mostrandomi la stretta cucina buia. E’ in comune, come il bagnetto in fondo al grande corridoio. Ognuno però ha un piccolo fornello a gas e una credenza chiusa con un lucchetto, dove tiene il cibo, le pentole e i piatti. Coperto da tovagliette a fiori ingiallite ogni mobiletto sembra riflettere il microcosmo di chi lo possiede. Non sembrano però pesare più di tanto qui i turni per lavare il bucato, per fare la doccia, o per usare il wc. Sarà l’abitudine. Fuori dalle porte, l’atrio è ingombro di fili volanti dei campanelli e dei telefoni (ogni stanza ha il suo), di tappetini logori e scarpe.

  • Dal soffitto del grande corridoio con gli stucchi, ricadono i vestiti e le lenzuola messe ad asciugare sui lunghi fili che lo attraversano da una parte all’altra. E’ una biancheria intima piuttosto povera, quella che pende in bella mostra sopra le nostre teste, tranne che per due vistose eccezioni. “Sono mie quelle cose – indica Natacha, 24 anni, capelli corvini e una sigaretta tra le labbra – per guadagnarmi da vivere ho anche posato nuda come modella. E allora? Sono tutte vecchie e invidiose qui dentro, prima o poi mi avveleneranno”.“In effetti ci sono molti anziani qui e fino a poco tempo fa vi abitavano gratis. Queste sono le vecchie case comunali, non le moderne coabitazioni come da me”, mi spiega Olga, la giovane poetessa che mi fa da guida e mi ha introdotto nella vecchia kommunalka.
  • Difficile infatti per gli stranieri poter visitare questi alloggi, ancor più raro poter scattare foto. “C’è ancora un sentimento di grande vergogna in chi è stato costretto a coabitare per una vita con degli sconosciuti, a dividerne l’intimità, a dover rinunciare alla privacy – dice Olga –. Per molti è solo un’odiosa eredità del passato comunista e non vedono l’ora di disfarsene”. Se la cronica mancanza di alloggi e la forte urbanizzazione delle città ha costretto per decenni milioni di russi, e tra questi anche il presidente Putin, alla coabitazione, oggi il capitalismo sfrenato e nuovi investimenti stanno cambiando il volto di metropoli come Mosca o San Pietroburgo. Qui, per esempio, circa il novanta per cento degli ex palazzi nobili sette-ottocenteschi della Prospettiva Nevskij, requisiti negli anni Venti e che fino a ieri versavano in condizioni di degrado, sono stati acquistati da privati (stanza per stanza), ristrutturati con marmi italiani e legni pregiati e poi rivenduti come grandi appartamenti di lusso.

  • Nella capitale russa, invece, all’interno dei nuovi condomini (dove non possono più entrare i vecchi abitanti) sono sorte palestre, piscine e boutique. Per molti si è trasformato in un vero e proprio business. Per Valentina Matviyenko, che qualche anno fa si è candidata per sfidare il governatore della città, il fattore casa è diventato un importante elemento politico: ha creato Narodny Kontrol (“Controllo popolare”), un’associazione privata specializzata nell’individuare e risolvere i problemi di manutenzione delle kommunalki abbandonate a se stesse. Per altri ancora la ricerca delle case è quasi una passione da “collezionista”: è il caso della biondissima Ekaterina Urmanceeva, una giovane mecenate moscovita con l’hobby di salvare gli appartamenti storici, restaurarli e venderli solo a chi si impegna a conservarli nella loro struttura originaria.
  • Ma un nuovo tipo di coabitazione “per scelta” sta rovinando i piani di molti e invertendo la tendenza: dopo anni di speculazioni con le kk non è un caso che, negli ultimi mesi, le società immobiliari stiano preferendo le nuove e lussuose zone residenziali periferiche, come Zukovska o Barvikja a Mosca. “Così ci lasciano in pace – scherza Andrej, studente al Conservatorio, 23 anni, da cinque mesi uno dei coinquilini dell’appartamento di Olga, al secondo piano di un antico palazzo color verde pistacchio non lontano dal teatro Mariinskij, ex Kirov – non posso permettermi una casa tutta mia e questo è stato un buon compromesso. Siamo in nove ad abitare in sei stanze: io divido la mia con un amico violinista e spesso la sera, dopo cena, ci mettiamo anche a suonare”. Non sempre si è fortunati con i coinquilini: Olga e Andrej lo sanno bene, il gran consumo di vodka fa sì che nelle case capiti quasi sempre almeno un alcolista, con i problemi che ciò comporta. Il loro appartamento invece è quasi una comune bohèmien di giovani artisti. Ai vecchi proprietari sono subentrati: una coppia di insegnanti, una studentessa di Belle Arti, tre musicisti, una web designer, una poetessa e un aspirante modello. “Alcuni di noi si conoscevano già – precisa Olga – e molti sono anche nati nelle vecchie kommunalki, ma ora è un’esperienza diversa. Noi abbiamo scelto questo tipo di alloggio, un po’ per comodità, sicuramente per i prezzi contenuti. Soprattutto però perché siamo in pieno centro e questo, anche se non è ristrutturato, è un gran bel palazzo”.

  • Qui gli armadi non hanno lucchetti, la cucina è più piccola ma ben tenuta, si fa la spesa a turno e la sera, spesso, si mangia tutti insieme. “Non ci sono i litigi, i rancori e le storie incredibili che hanno stimolato la fantasia di scrittori come Bulgakov o Joseph Brodsky – dice Olga –. Certo per me non è come fu per mia nonna che ha vissuto con marito e due figli in un’unica stanza, divisa dalle altre soltanto da un lenzuolo. Non pagavano nulla, è vero, ma d’intimità ce n’era pochina: ogni kommunalka, però, aveva una stanza vuota usata a turno dalle coppie per fare l’amore”.
  • Tutti ridono, si beve e si scherza come in una famiglia allargata di studenti fuori sede dell’Ovest o di flatmates americani, quelli che hanno isp