Marrakech rosa shocking
Viaggio tra le donne marocchine (parte seconda): chi sono? Come vivono? Cosa pensano?
(foto: © Marina Misiti)
A Sud di Marrakech, città imperdibile che visitai già quasi venti anni fa per un lungo reportage su “Master Viaggi“, oggi irriconoscibile ma ancora di grande fascino, sono ancora tante le donne che in inverno si incontrano sul ciglio della strada con enormi carichi di fascine legate sulla schiena. “Facciamo anche sessanta chilometri ogni due giorni per raccogliere questi arbusti”, mi dicono senza rallentare il passo. Sono tante le storie che si raccolgono qui. Donne di tutte le età lasciano all’alba le case dei villaggi per raggiungere le montagne vicine. Gli arbusti servono per riscaldarsi nelle notti fredde e per fare il pane. Sdraiati al sole o seduti vicino ai muri delle case, gli uomini guardano impassibili le loro donne. “Qui nel Sud del Marocco - mi dice una guida – sono le donne a lavorare. Prima a casa, poi nei campi, a volte con le pecore, un po’ tutto insomma”.

(foto: © Marina Misiti)
Qui, sotto le palme che devono la vita a un fiume coraggioso che si fa largo tra la sabbia, la gente non fa sogni. Non rincorre il tempo, se lo lascia scivolare lungo la pelle. Senza fretta. Vicino alle case, i campi. Coltivati fin dove arrivano i canali del Draa, il corso d’acqua per il quale ogni giorno tutta la valle ringrazia il cielo. E nelle terre da coltivare, ancora donne. Dai vestiti coloratissimi le berbere, coperte da un lungo velo nero le musulmane. Due mondi, due lingue, che convivono gomito a gomito nel regno di “M6″.

(foto: © Marina Misiti)
Da Ouarzazade a Zagora, alle porte del Sahara, per abbracciare il deserto: un viaggio (con un’auto in affitto) di oltre 2500 chilometri tra le pieghe della terra rossa bruciata dal sole. Non solo le meravigliose città imperiali, non solo Marrakech. E’ il Marocco meno conosciuto quello che mi fa capire meglio questa società e le sue contraddizioni.
(foto: © Marina Misiti)
Solo pochi anni fa il Paese sembrava spaccato in due. «Sì all’emancipazione, no all’alienazione», si leggeva sugli striscioni di quelle 60.000 donne coperte con l’hijab che arrivarono a Casablanca da ogni parte del regno a bordo di moto, auto e camion, per manifestare contro le migliorie che il governo stava apportando al Codice di famiglia. Fecero impallidire i media internazionali. “La questione fu strumentalizzata dalle islamiste per far fallire il Plan”, mi spiega Benradi. Già, ma perché molte marocchine rifiuterebbero un evidente miglioramento della propria situazione? Secondo la sociologa marocchina Ruba Salih: “Sono donne che vedono nel mantenimento di regole, che peraltro limitano la loro libertà, un percorso più autentico, lontano dall’influenza occidentale. Ma questo implica un concetto di modernità profondamente conservatore e politicizzato: un illusorio tentativo di contrastare la globalizzazione, l’omogenizzazione, vissuta qui come imperialismo culturale”.

(foto: © Marina Misiti)
Le islamiste marocchine in effetti sembra siano donne istruite, urbane, spesso universitarie. Non si tratterebbe, cioè, delle coloratissime berbere che ho incontrato sulle montagne dell’Atlante, né delle arabe isolate nelle oasi del deserto. Dagli anni ’80, sempre più donne si sono riunite in associazioni femminili “caritatevoli” (il Marocco ha proibito la costituzione di partiti islamici): Rinnovamento della coscienza delle donne, Riforma e rinnovamento, Rinnovamento femminile… Nomi e sigle che paradossalmente sottintendono tutti un progresso e un cambiamento. “Sì, ma solo in chiave islamica – precisa Ruba Salih -. Non è il rifiuto del cambiamento in sé. L’atteggiamento delle islamiste è più complesso: non un semplice ritorno alla tradizione, quanto un tentativo di rilettura dei testi religiosi. Non sono donne recluse, anzi: prendono parte ai dibattiti pubblici, agli incontri teologici, operano nel sociale per cercare di risolvere i problemi delle donne, secondo un’idea per cui l’islam è l’unica strada possibile verso la modernità”.

(foto: © Marina Misiti)
Più che un’opposizione fra tradizione e progresso allora, un femminismo nel nome di Allah? “Un vicolo cieco – mi spiega ancora la sociologa -. Un’autenticità falsa, perché rivendica dei simboli per nulla tradizionali. Guarda il velo: in molte società è stato reinventato e reimposto, come un’iconografia in cui riconoscersi”. E’ da Tangeri, una delle metropoli oggi più degradate e povere, che è iniziata anni fa la riscossa. La città degli artisti perduti, la finestra sul sogno europeo, con i suoi nuovi palazzoni grigi, le prostitute e i trafficanti di droga, sta ritrovando la sua strada: il giovane re la ama e ci va spesso. E’ qui che Bahia Bootia El Oumami con il suo gruppo ha lavorato sul campo, quartiere per quartiere, famiglia per famiglia: “Facciamo informazione nelle periferie della città, nelle scuole, nelle case e offriamo assistenza giuridica, psicologica e sanitaria alle donne che si rivolgono al nostro centro. Mettendole in contatto con avvocati e medici, cerchiamo di fargli conoscere i loro diritti”. E’ lei che gestisce la Casa delle donne. La Maison è stata un progetto dell’Imed (Istituto per il Mediterraneo). Un lavoro capillare, anche per contrastare la propaganda continua degli integralisti. Un ponte, gettato proprio dall’Italia, verso l’altra sponda del Mediterraneo. “Per noi –dice Bootia El Oumami – un segnale di vicinanza e solidarietà che rende i nostri universi femminili molto meno distanti”. (Fine -2)
(testo e foto di Marina Misiti)
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Complimenti! Vale la pena incontrarti e leggerti, Marina.
Grazie Lorenza, vale la pena scrivere per incontrare persone come te.
Viaggio tra le donne marocchine (parte seconda)