Appunti sparsi su Israele e la Palestina. In tivù ancora le immagini dei funerali delle vittime degli attacchi dei giorni scorsi, sul Mac un’email di un’amica che avevo intervistato tempo fa e che mi rassicura che sta bene, sulla scrivania un libretto di qualche annno fa: “Il mondo visto da Sheinkin Street” di Roberto Festa, un reportage fresco e ben scritto sulle “libertà civili” che, ho appena controllato, vendono ancora online sul sito di Macrolibrarsi. Viaggi di lavoro, ma anche incredibili occasioni di incontro con giovani donne e immersione nella loro vita quotidiana: tutto quello che non leggi mai nei giornali e non vedi in tivù. Allora vale la pena raccogliere le carte e scriverne. Magari a puntate. 

 

  (foto: © Marina Misiti) 

Lo sapevate? Il lungomare di Tel Aviv ricorda quello di Copacabana o di Venice Beach. Sotto uno skyline di grattacieli, tra coppiette che passeggiano mano nella mano, rappers che ballano e ronde dell’IDF, i militari dell’Israel Defense Force, che pattugliano la spiaggia con i mitra in spalla, Nurit (ma il suo vero nome mi chiede di non scriverlo) appena può viene a correre: “Qui ci si può divertire più che altrove, credimi, anzi forse i pericoli ci portano ad apprezzare ogni attimo della vita in maniera più intensa. Lo so, è difficile da capire quando il quotidiano è messo sempre in ombra: le news su Israele si fermano alle bombe e ai kamikaze, ai carri armati e ai check point. Della vita di tutti i giorni, delle nostre idee, ma anche dell’arte, della cultura che cambia, delle mode non si parla mai”. E mi chiede almeno di citare i migliori esempi di edifici in stile Bauhaus che arredano la sua città dagli anni Trenta. E’ una donna di successo, Nurit. Ha viaggiato e vissuto all’estero: sei mesi a New York, cinque anni a Londra. E odia Gerusalemme.

 

(foto: © Marina Misiti) 

“Per i suoi ritmi lenti, per la gente conservatrice che vive solo di passioni politico-religiose. Tel Aviv, invece, è il cuore pulsante di questo Paese: laica, libera, piena di vita e di possibilità. Ogni notte puoi scegliere un party diverso, in centro, o a Herzliya (il “suo” quartiere residenziale chic, a nord della città, ndr) dove ci sono moltissimi locali, club, circoli. Ho amici di tutti i tipi, tribù e provenienze: c’è sempre qualcosa da fare, è tutto aperto a ogni ora del giorno e della notte… altro che Grande Mela”. Ma arrivata alla piccola lapide con ventuno nomi in cirillico, sulla spiaggia tra la moschea e la discoteca Dolphinarium (dove alcuni anni fa un kamikaze fece strage di una comitiva di 21 ragazzi russi), si ferma ogni volta. Paura? “Direi di no, ci sono agenti della sicurezza in ogni strada, cinema, e shopping centre. Certo, evito di prendere gli autobus, ho una mappa delle strade sconsigliate e porto sempre con me il cellulare per tranquillizzare parenti e amici dopo “le brutte notizie”, come quelle dei giorni scorsi (qui c’è la più alta concentrazione al mondo di gsm, vengo a sapere, e non mi meraviglia), ma poi conduco la vita di una qualsiasi altra trentenne in una qualsiasi altra metropoli”.

 

 (foto: © Marina Misiti) 

Da qualche parte ho letto che negli ultimi anni i problemi di sicurezza hanno tenuto lontani turismo e business: i grandi alberghi che si affacciano su questo spicchio di Mediterraneo e sulla Promenade dove la notte i ragazzi amano sfrecciare a bordo dei loro pick-up, si sono ridimensionati o hanno chiuso. “Anche se la gente continua a uscire, a viaggiare, a mangiare bene, il nostro livello di vita è peggiorato. I problemi di sicurezza poi hanno tenuto lontani persino i partners statunitensi, che oggi preferiscono il business via internet. E come dargli torto” mi ha raccontato Ron, analista marketing. Sposato, tre figli, credo che viva ancora nel Nord della Galilea. Passeggiando al mercato delle spezie e degli agrumi più famoso della città, il Suq HaCarmel, fino a qualche stagione fa mèta turistica dall’atmosfera orientale e importante crocevia commerciale, poi preso di mira dalle bombe, mi sono resa conto del forte calo dei frequentatori.

 

 (foto: © Marina Misiti) 

Di sicuro non risente della recessione la grande azienda di radiotrasmettitori militari dove lavora la mia amica Yolanda. Nata in Libia, scuole in Italia e da oltre venti anni tornata nel “suo” Paese: “Sono ebrea, ecco perché sono venuta. Ho fatto il servizio militare qui. La mia vita quotidiana? Lavoro fino alle cinque, poi un salto a casa a cambiarmi e di nuovo fuori per mangiare e ballare. Cucina greca e sirtaki possibilmente, oppure danza del ventre, o disco-bar”, dice mentre guida per le strade trafficatissime del centro di Tel Aviv, a mezzanotte e mezzo. E’ Shabbat, oggi, eppure sulla Ibn Gevirol sono tutti in giro. “Noi diciamo: se è venuto il tuo momento, non ti puoi nascondere. E’ destino, no? E allora gli autisti degli autobus 823 che dovrebbero fare, smettere di lavorare?”, dice ridendo, ansiosa di mostrarmi la “movida” israeliana. Nei locali dietro al porto, tutti cantano e ballano come se fossero gli ultimi giorni del mondo. Una forma di resistenza per non svanire dopo l’ultimo telegiornale della sera? Yolanda sorride mentre chatta con gli amici sparsi in Europa. Mi racconta che usa la webcam per farsi vedere e tranquillizzarli: “Sto bene, scrivo a tutti ogni giorno. Vedete? anche oggi sono sopravvissuta”. (Continua -1)  

  • (Testo e foto di Marina Misiti


2 Responses to “Mare, bombe e rock’nd roll… viaggiando in Israele”  

  1. 1 Giu

    che bel post…dobbiamo oltrepassare la televsione diffondendo storie di vita e di paesaggi, altrimenti non conosceremo mai nulla

  2. E’ vero e in questo la rete può amplificare le nostre storie. Grazie per le tue parole. Complimenti per il nuovo “viaggiando” su blogosfere. Ci teniamo in contatto? MarinaM


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