Viaggio in Israele, parte seconda. Il testardo rifiuto a non lasciarsi demoralizzare, sembra costituire il leit motiv dell’educazione del giovane israeliano. “Ho il servizio di leva in questo momento: la mattina sono in divisa sulla torretta del tank, quando smonto mi vesto da sera e vado a cantare in un ristorante francese. Il mio sogno? Diventare una cantante”. Einat ha 18 anni ed è nata in Israele. La notte esce quasi sempre.
 
 
(foto: © Marina Misiti)  
 
“Di solito vedo il mio ragazzo, o andiamo a ballare salsa e cha cha cha con gli amici; ma ci piace anche il cinema: stasera andiamo a vedere un film alla multisala sulla Dizengoff (l’arteria principale della capitale, ndr). Ho la borsetta trasparente, così ci metto di meno ai controlli”. Ma questa apparente normalità non rischia di cancellare o allontanare la realtà dei coprifuochi, delle case buttate giù, degli uliveti sradicati, della povertà indotta dalle chiusure dei check point: la drammatica realtà dei palestinesi, insomma, che dista solo qualche decina di chilometri da qui? Non riesco a tenermi la domanda per me. “Ma noi non li frequentiamo” mi risponde candidamente Einat. Ma qui ti può accadere che mentre siedi al caffè ascoltando il rap degli Hadag Nahash che ritma in tre lingue “è tempo di cambiare”, gli elicotteri Apache si alzino in volo verso Gaza City: ennesima rappresaglia con i missili per l’ennesima strage con i kamikaze. 
 
 
(foto: © Marina Misiti) 
 
Dorit ha incontrato per la prima volta Etgar Keret in una libreria. Un’attrazione, ha scoperto poi, condivisa con molti suoi compagni di università. In piedi, ha iniziato a sfogliare le pagine dei suoi corrosivi racconti e, improvvisamente ha capito che, come lei, anche altri hanno provato quella sensazione di fiato corto, di instabilità emotiva che fa apparire la vita come qualcosa a metà tra un gioco e un incubo. Keret, insieme a Uzi Weil uno degli autori culto oggi per i giovani israeliani (da Pizzeria Kamikaze, all’ultimo, Le tette di una diciottenneedizioni e/o , fino al film “Meduse“, premiato a Cannes 2007 – vedi video -) con uno spirito aspro e una satira folgorante scrive di adolescenti e ragazze come lei, parla il suo stesso slang metropolitano e in storie surreali e brevi come videoclips racconta l’assurda realtà quotidiana dei ventenni come Dorit.

  

“Mi ritrovo nei suoi personaggi – dice – rispecchiano i nostri atteggiamenti: io e i miei amici abbiamo una percezione piuttosto debole di quello che sarà il nostro futuro. Le stragi ci hanno segnato: a volte ci sentiamo angosciati, perduti, altre diventiamo cinici, spesso cerchiamo di rimuovere quello che accade intorno a noi. Leggere in chiave ironica di attentati e suicidi fa persino bene: ormai siamo emotivamente paralizzati di fronte agli eventi della vita, siamo nati e cresciuti in un Paese dominato da conflitti religiosi, etnici o ideologici e, a differenza dei nostri genitori, non siamo neanche sicuri di voler rimanere a vivere qui. Quasi un terzo dei miei amici ha fatto domanda per studiare o specializzarsi all’estero. Molti sognano l’Europa o gli Stati Uniti”.

 telaviv7.jpg

  (foto: © Marina Misiti) 

Dalle parole di Dorit non ci sono dubbi: gli ideali sionisti sembrano definitivamente tramontati, l’abbandono continuo dei kibbutzim è un dato di fatto, i figli non assomigliano più ai padri e il 20 per cento degli israeliani, secondo i sondaggi, inizia a pensare di lasciare il Paese. Accade così che in uno Stato dove il servizio militare è considerato da sempre un sacro dovere, quasi il 7-8 per cento dei giovani sia diventato renitente alla leva: “Il mio ragazzo non voleva fare il soldato – mi ha raccontato Dorit -, ha contattato pure gli obiettori di coscienza, poi è riuscito a imboscarsi in un ufficio. Adesso si è fatto crescere le treccine afro e da Gerusalemme si vuole trasferire a Tel Aviv, in un appartamentino nei pressi di Sheinkin Street”. Gerusalemme ti può stritolare tra le sue mura, i mille simboli, le pesanti tradizioni: non basta Zion square per scrollarsela di dosso. Una rivoluzione giovanile che sta cambiando il Paese e scioccando molti adulti. Ragazzi ebrei che presto avranno in mano il loro destino (e che già costituiscono il 35 per cento della popolazione), sempre più spesso scelgono amici o fidanzati arabo-israeliani, proprio come nei racconti surreali di Etgar Keret: “Metti un libro come Gaza Blues (edito in Italia da e/o): non è un’idea geniale quella di convivere fianco a fianco, almeno nella pagina, con un arabo? E pensare che sua sorella è sposata con un ultraortodosso e il rabbino ha proibito ai suoi figli di leggere i testi dello zio. Se qui ci fossero più persone in grado di ironizzare su se stesse come Keret, forse eviteremmo tante tragedie”. Dorit, minigonna e tacchi a spillo, si prepara così a tirar tardi in discoteca.

 telaviv5.jpg

  (foto: © Marina Misiti) 

Ripenso a quello che mi ha raccontato Hagar, una brunetta cresciuta troppo in fretta. “Da adolescente sogni di innamorarti di un uomo, di farti una famiglia, magari di avere dei figli… ora, a 23 anni, non ci penso più. Il mio domani è brevissimo, è oggi, stasera, questo momento. Non ho più voglia di progettare il futuro. Magari esco da qui e… boom, finisce tutto, com’è accaduto al mio migliore amico, lo scorso anno. Se penso che nell’armadio, insieme alle minigonne, ho la maschera antigas, con il siero anti gas nervino fornito dallo Stato…”. So che Hagar oggi passa la maggior parte delle giornate dentro la sua cameretta, davanti alla tivù o su internet. Più vicina di quanto lei stessa non immagini ai suoi coetanei palestinesi comunque che, dall’altra parte dei reticolati di filo spinato, sono costretti anch’essi a trascorrere lunghe settimane barricati in casa: seguendo le lezioni alla televisione, assediati dalla solitudine e dai carri armati. Un’esistenza blindata che ha fatto parlare lo stesso “Ha’aretz” (il quotidiano d’opinione seguito on line anche negli Usa – mentre il più letto dagli israeliani è “Yediot Ahronot” -) di un’ondata di profonde depressioni tra i giovanissimi. Chi può va a studiare all’estero e sempre più spesso tenta di rimanerci e aumentano i ragazzi renitenti alla leva. Una nuova forma di normalità e di antieroismo?

 telaviv6.jpg

 (foto: © Marina Misiti)  

“Andarsene da qui non è una soluzione”. Marina ha 48 anni, è una pierre di origini russe, da 30 anni vive in Israele. “Ho studiato a Gerusalemme, sono una convinta sionista e vengo dall’esperienza dei kibbutzim. La maggiore delle mie figlie sta facendo il servizio militare: è una grande esperienza per lei. E’ qui che molti giovani incontrano l’anima gemella: si costruiscono relazioni che poi durano tutta la vita. L’esercito può essere anche molto formativo”. Ma Israele, forse, non è più il Paese che aveva sognato… “Le cose oggi sono effettivamente molto cambiate, tanti ragazzi sono svogliati, hanno perduto il nostro spirito di sopravvivenza”. Sarà perché quest’assenza di confini precisi tra guerra e pace, coprifuoco e aperitivi in discoteca, comincia a farsi sentire? “Forse, ma cerco sempre di parlare alle mie ragazze, di renderle fiere del loro Paese ma tolleranti verso tutte le altre popolazioni. L’integrazione è fondamentale per la pace”. Di pace e due popoli parlano da anni anche gli ex ufficiali di Peace Now, i militanti per i diritti civili di B’tselem e Ta’ayush (che significa proprio “vita in comune”), le pacifiste del Jerusalem Link e le Donne in Nero, persino i rabbini più progressisti, i Rabbis for Human Rights. “Scrivilo allora, anche se sono voci minoritarie, anche se sul Medio Oriente è più facile parlare solo di fucili M-16 e di bombe umane”. Sì, vale la pena scriverlo. (Fine -2)

  • (Testo e foto di Marina Misiti


5 Responses to “Il mondo visto dalle ragazze di Tel Aviv”  

  1. Complimenti, molto ben scritto, e soprattutto bello il taglio sullo spaccato sociale.
    Tj

  2. Grazie, Andrea. Grazie anche per il link. Sono andata a sbirciare il tuo blog ed è davvero ricco di spunti! MarinaM

  3. Grazie dei complimenti Marina.
    Sopratutto per la visita.

    Tanto per finire con i complimenti, mi piace il tuo blog, che dà una visione diversa delle cose, più femminile, in questo mondo estremamente maschile, insensibile, standardizzato.
    Anche il modo di guardare i luoghi e le cose da un punto di vista non conformista, direi “obliquo”, è interessante.

    Tj

  4. E’ molto importante per me questo tuo feedback, Andrea. Un grazie speciale. Lo prenderò in prestito per parlare del sito… a proposito ma ne hai un altro tutto nuovo? mi sembra interessante anche quello. Mi racconti il progetto? Sembra interessante I news you…


  1. 1 Blog Cinema » Il mondo visto dalle ragazze di Tel Aviv

Leave a Reply