Nomadi della psiche in viaggio…
18 03 2008- I costruttori di trappole del vento è un titolo bellissimo per un libro. E l’ho detto subito al suo autore, Alfredo Ancora. Ci conosciamo da anni con Alfredo: collaborava al quotidiano dove lavoravo e la sua firma impreziosiva e addensava sempre le pagine di cui ero responsabile. Alfredo Ancora è uno psichiatra transculturale, che con le sciamane e i curanderi di altre società ha lavorato per davvero e che ha saputo andare ben oltre l’etnopsichiatria.
- La sua psichiatria transculturale rappresenta oggi “un percorso suggestivo ed estremamente significativo attraverso modi e mondi diversi dal nostro, ma non necessariamente lontani geograficamente. Dai suoi testi emerge che pur fra tante differenze, guaritori, medici tradizionali, sciamani, sacerdoti, psicologi e psicoterapeuti presentano un dato comune: sono costruttori di realtà e di rapporti unici ed irripetibili”. Così, quando mi sono imbattuta in un forum dove si parlava di lui e del suo lavoro in modo così poetico ed autentico, mi sono messa in ascolto e ho deciso di riportare quelle parole…
Nomadi della psiche, si intitola il post di Andbeat:
Silenzio. Che cosa te ne fai di quel silenzio.
Come lo ascolti, in quale maniera riuscirai a intrappolarlo.
Tace Burim, ventenne fuggito dal Kosovo in guerra,
sguardo assente, allucinazioni, faccia di pietra.
Muto. Non parla Jesus, che dal Sudan è arrivato
per chissà quale tremendo percorso:
ha un dito mozzato, che racconta per lui le torture che ha vissuto.
E non dice nulla, o dice bugie, Maria,
l’albanese che ha tentato il suicidio;
al suo paese, nei villaggi di montagna
i trafficanti di schiave-prostitute marchiano con la vernice
le case delle ragazze da rapire per mandarle sui mercati esteri,
cioè sui nostri marciapiedi. Ma questo Maria non può dirlo.
È, anche lei, imprigionata nel silenzio.
Il trauma non riesce a diventare trama, racconto: a sfiatare, a guarire.
Tanti silenzi diversi, ciascuno spia di violenze,
fughe, esilii, corpi sconquassati, psiche mutilate.
Li chiamiamo “immigrati”; oppure, crudelmente, “loro”:
una massa indistinta, purché ben distanziata da “noi”,
noi che viviamo nel nostro paese, con le nostre famiglie, nelle nostre tradizioni.
“Loro” non ne hanno più, o soltanto frammenti. Fanno paura.
Meglio tenerli a distanza con un pronome
brandito come un forcone, e blindare al silenzio le loro storie.
Tanto più per quelli di loro che fanno due volte paura:
perché sono stranieri e perché sono malati di mente.
Poi però accade che fino a noi,
trincerati nelle nostre impaurite certezze,
arrivi qualche bagliore dagli avamposti:
da quei punti di osservazione,
forse dannati o forse privilegiati, sull’umanità dei migranti,
dei disagiati, dei contaminati. Accade una piccola cosa, che però,
svela come tutti condividiamo in gradazioni diverse
una medesima condizione: tutti, anche “noi”, migranti e contaminati.
Per esempio, esce un libro.
Alfredo Ancora è psichiatra e psicoterapeuta.
Lavora in una struttura pubblica nella periferia di Roma
(una Asl nella periferia metropolitana:
appunto un avamposto estremo).
Ha scritto un libro, intitolato ”I costruttori di trappole del vento”
(sottotitolo: “Formazione, pensiero,
cura in psichiatria transculturale”, editore Franco Angeli)
per raccontare e insieme cercare un bandolo teorico alla sua esperienza
di cura di persone provenienti da paesi lontani, da culture lontane.
Vanno da lui Burim, Jesus, Maria. Vanno, o vengono portati,
perché non più in grado di alcun gesto.
Anche un lettore profano, ricava la fatica e gloria
di chi fronteggia quei silenzi, quel dolore.
Difficile immaginare, anche per un profano,
che sia pensabile farlo col manualetto universitario,
con il tradizionale prontuario delle psicopatologie.
Quei silenzi, e quei dolori lontani, non si lasciano ingabbiare;
si portano dietro una cultura, modalità di cura incluse.
Nella medicina tradizionale cinese,
il “vento” è il disturbo psichico,
e “costruttori di trappole del vento”
coloro che lavorano per catturarlo.
Questa è un’arte, dice Alfredo Ancora, non una tecnica:
e dell’arte deve avere l’immaginazione e la libertà.
Il gusto del viaggio.
Lui viaggia fra le discipline,
rompendo i confini del pensiero specializzato.
E ha viaggiato fra le culture:
nel salentino, fra gli stregoni africani, fra gli sciamani siberiani.
Evoca l’ampia veste e i canti di un guaritore
ammesso al capezzale di un malato,
fra i camici di un ospedale psichiatrico del Senegal.
Racconta di quando entrò nella jurta di una moribonda,
nelle steppe mongole, insieme a un’anziana sciamana.
E così anche l’ambulatorio di una Asl alla periferia di Roma sa trasformarsi
in luogo di cure aperte ai rituali di altre culture.
Non ci sono confini, né teorici né terapeutici,
nell’umanità nomade,
ibrida e afflitta da malessere alla quale apparteniamo.
Tutti.










caspita, interessantissimo! mi dai qualche indicazione sui testi dello psichiatra?
Sono contenta che apprezzi perché questa ricerca, i testi e il lavoro di Alfredo Ancora è davvero molto interessante. I riferimenti alle sue pubblicazioni li trovi però già nei link contenuti nell’articolo.
Molto profondo.
Anche un tantino triste….
Quando queste menti malate, lontane, divise…bruciano la tua pelle, forano la tua anima…
Io ho un fratello schizofrenico.
Ciao