Chi l’ha detto che Varsavia, Danzica o Cracovia siano città cupe, spente o poco interessanti? Prendiamo una nouvelle vague letteraria, aggiungiamoci una serie di boutique d’avanguardia, festival di visual art e un numero imprecisato d’ipermercati Auchan, Carrefour o Géant, condiamo il tutto con un pizzico di musica rap, e innaffiamo ben bene con una delle decine di nuove marche di vodka, la Chopin per esempio: ecco alcuni degli ingredienti a sorpresa della nuova dieta polacca. Altro che patate, santuari e cantieri navali Lenin (quelli da dove partirono le lotte sindacali di Solidarnosc, per intenderci). E’ entrato in Europa un Paese in bilico tra Est e Ovest, tra boom economico e nuove povertà, tra vecchi contadini (quasi un quarto della popolazione) che erano contrari all’ingresso nella Ue e nuovi ricchi attratti dal capitalismo occidentale: è una Polonia a due velocità, quella che vedo.

(foto: ndemi)
E’ il Paese di una ristretta aristocrazia finanziaria dai nomi impronunciabili, come Gudzowaty, (un impero industriale fondato sul gas), Kulczyk (telecomunicazioni, petrolio, birra), Krauze (informatica, farmaceutica, banche), che vive accanto a quello dei disoccupati (oltre il 18 per cento) e delle centinaia di migliaia di piccole aziende agricole che rischiano sempre più di venire spazzate via dal vento e dal mercato europeo. “Siamo un libro vivente in cui leggere la complessa e tragica storia dell’Europa, con le sue distruzioni e ricostruzioni: la mia città è rifatta come in un set cinematografico” mi dice Monika, 22 anni, bionda studentessa di cinema a Varsavia. Rasa al suolo durante la seconda guerra mondiale e orgogliosamente ricostruita pietra su pietra (gli architetti si sono ispirati ai dipinti settecenteschi di Belletto, allievo di Canaletto), tanto da entrare nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, la capitale polacca è l’emblema stesso della rinascita del Paese: a Stare Miasto, il centro storico, la piazza principale e gli edifici medievali, barocchi e neoclassici si fondono insieme in un restyling che ha incluso negozi, musei e locali di tendenza, e ne ha fatto la mèta preferita anche del popolo della notte, della frenetica movida giovanile.

(foto: trincio)
“Eppure da noi le ferite della memoria fanno ancora sentire il loro peso: la tomba al milite ignoto, i monumenti agli eroi del Ghetto, le statue lungo la Strada reale che scende dal Castello ancora ci commuovono – avverte Monika –. Non pensiate che i sogni della gente ora siano tutti a colori”.
Davanti a una tazza fumante di tè nero un polacco potrebbe rimanere a parlare per delle ore. Di sicuro è uno dei modi per rompere il ghiaccio più facilmente, da queste parti. Per intuire spaccati di vita quotidiana di questi giovani neo-promossi europei, ma anche per cercare di individuare quella che, sulle pagine di un quotidiano storico come la “Gazeta Wyborcza”, è stata definita la “generazione nulla”. Ventenni, come Monika, che vedono la propria cultura ridotta a un caos di messaggi pubblicitari, dove il reale si fonde col virtuale, in una miscela di pregiudizi e risentimenti contro la società e le sue istituzioni.

(foto: Bea Kotecka)
Ragazzi cinici, passivi e disperati: così sono stati bollati. “Voi in Europa non ci conoscete ancora – si accalora Andrej, il suo ragazzo, biondo come lei e aspirante regista come i grandi maestri del suo Paese – ma qui ci hanno chiamati il “pianeta nulla”, perché vittime consapevoli eppure inerti del consumismo. In parte è vero, ci sentiamo sconfitti dalla vacuità del mondo che nonostante tutto abbiamo scelto e di sicuro non possediamo la fermezza dei nostri genitori, né la loro spiritualità: in poco più di un decennio il capitalismo ha ucciso la fede molto più di quanto abbia fatto il comunismo in mezzo secolo”.
Una risposta eloquente a questa perdita di aspettative per il domani, forse, la danno quei 250mila giovani che ogni anno lasciano la Polonia per l’estero: secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica si tratta, infatti, della più importante ondata di emigrazione dai tempi degli scioperi di Solidarnosc nell’80-’81, quando, di fronte alle difficoltà materiali del regime in crisi, un milione di polacchi si trasferì in Occidente. Le contraddizioni però non mancano anche in questo settore: sembra, infatti, che numerosi palestinesi, siriani, iracheni, armeni, turchi si siano stabiliti con successo nel Paese. Lavorano come medici, veterinari, presentatori tivù, imprenditori.
Chi ha in mente gli stereotipi dello squallore comunista con gli scaffali dei negozi desolatamente vuoti, resterà deluso. In Polonia oggi gli standard di vita sono migliorati, nella capitale le vetrine appaiono stracolme di merci, tra chi cena con i piatti d’argento all’esclusivo Tsarina o nel giardino d’inverno del Belvedere e chi invece ogni giorno fa la coda per elemosinare un pasto, c’è una nuova classe media che sta mettendo radici. Ancora poco conosciuta, ignorata dai sociologi, ma in rapidissima ascesa. A formarla sono soprattutto i 30-40enni intraprendenti, spesso manager, imprenditori o pubblicitari, che vivono in villette con giardino nei quartieri residenziali e alle tradizionali Fiat hanno preferito le auto giapponesi o coreane.

(foto: trincio)
La grande scommessa di questa nuova Polonia sembra però avere anche un’altra parola d’ordine: creatività. Varsavia con i suoi spettacolari grattacieli è ormai il cantiere-laboratorio più grande d’Europa dopo Berlino. Processo che iniziò con gli alberghi di lusso che svettano verso il cielo e che arriva fino ad oggi con il fantasioso progetto della biblioteca universitaria, un’ipertecnologica città nei boschi, circondata da piante e rampicanti. Restano delle ombre, certo, ma all’est le luci illuminano il nuovo che avanza: bisogno di cultura, eventi, incontri, trasgressioni per una colta e vivace intellighenzia cosmopolita. In ogni città, dalla capitale a Cracovia, da Breslavia a Danzica è tutto un tripudio di festival, mostre, iniziative: nuovi showroom di stilisti emergenti, happening internazionali del teatro di strada, biennale dei poster (che qui sono un’istituzione), e raffinate cucine etniche da poco trapiantate nel Paese. Si trova di tutto nella stagione estiva sulla ulica Mariacka, l’affascinante strada pedonale di Danzica, che con il suo centro storico appena recuperato, proprio dietro al famoso porto, fa a gara nell’attirare i turisti stranieri con quell’altro splendido e scenografico teatro all’aperto che è Cracovia, la più bella, l’unica a possedere un patrimonio artistico praticamente intatto. Dalla piazza del mercato alla suggestiva ulica Florianska, è tutto un via vai di giovani universitari, tra lo sfarzo dei palazzi antichi e i nuovi locali bohémien.
Ancora poco conosciuta, mèta di un turismo non eccessivamente sviluppato, la Polonia possiede tutte le caratteristiche per sorprenderci piacevolmente e divenire una interessante mèta per tutte le “donne con la valigia” che ci leggono. Anzi, al di là dei facili stereotipi questo Paese, secondo gli osservatori, avrebbe già i connotati economici, il peso politico e - grazie al forte legame con gli Stati Uniti – strategico, per essere uno dei protagonisti dell’Unione europea. Sbrighiamoci a visitarlo, allora!
(Testo: Marina Misiti)