AAA. Uffici per nomadi cercasi

30 04 2008

Avendo lavorato tanti anni anni come freelance, e tra l’altro spesso in giro per il mondo, mi ha subito incuriosita una notizia vista in tivù su Neapolis: il servizio in realtà era su “7th Floor“, innovativo free press la cui redazione è all’interno di un co-working da poco nato a Roma, in via Lima, ai Parioli.

Ecco che è scattata la mia curiosità: di esempi di co-working ne avevo già visti in giro per il mondo (dal più noto Office Nomads di Seattle, negli Stati Uniti, al gemello di Buenos Aires, al The Village Quill di New York o a quello di New Delhi (frequentato anche da una cara amica di valigia, ogni volta che va in India), ai tantissimi altri (una lista completa la trovate qui) nelle varie metropoli del pianeta; ma adesso, dopo Milano, anche Roma ha i suoi “uffici condivisi” per professionisti nomadi sempre in movimento.

I prezzi sono contenuti (dai 250 euro in su, qui trovate le varie tariffe), il wifi+scrivania è assicurato e lo scambio di esperienze e di contatti è la carta vincente di questa nuova esperienza.

Cos’è il co-working? A Roma è… “un ufficio condiviso per nomadi professionali, creativi, indipendenti, scrittori o programmatori, umanisti o tecnologi. Quelli che lavorano anche e soprattutto davanti alla macchinetta del caffè o dentro i caffè a la bohemienne”. I loro obiettivi? Eccoli:

  • diventare un punto di riferimento per il web 1.0, 2.0, …X.0 a Roma e nel mondo )
  • diventare un punto di riferimento per la comunità nomade dei softwarecommunitydeveloperaccountengineerswriters… e chiunque abbia un ruolo incomprensbile sul biglietto da visita.
  • facilitare l’accesso di queste professionalità alle imprese piccole, medie e grandi. Basta telefonare o venirci a trovare.
  • un sacco di altre cose che vi racconteremeno con calma sul blog…

Insomma, nuovi spazi di lavoro per nomadi globali: si parte con con un ufficio condiviso e ci si aggiunge la “cafe culture”, suggerisce “Business Week“. Risultato? L’ufficio condiviso ideale per creativi sempre in giro…

(Testo: Marina Misiti)





Allarme! Il mondo censura i Simpson, Heidi e Paperino

29 04 2008

Il giorno che a Televen, emittente privata del Venezuela, è arrivato l’ordine di censura, la sorpresa è stata grande. Ma per l’Authority televisiva della Repubblica sudamericana non ci sono dubbi: i Simpson hanno una cattiva influenza sui giovani venezuelani. E così la trasmissione dei mitici cartoni, in programma ogni giorno alle 11 del mattino, è stata cancellata. Nessuno si aspettava che un nemico dell’America come il presidente della Repubblica Bolivariana, Hugo Chavez, odiasse fino a tal punto Homer, Marge, Lisa, Maggie e Bart, non foss’altro che per il loro atteggiamento caustico e sempre critico nei confronti della società Usa.
Ma probabilmente pernacchie, linguaggio e atteggiamenti politicamente scorretti verso l’autorità costituita non sono tollerabili in nessun caso.

Per i giovani venezuelani una piccola consolazione: al posto dei Simpson la rete ha iniziato a trasmettere Baywatch, la serie sulle bagnine supersexy che vede protagonista Pamela Anderson, evidentemente ritenuta politicamente corretta e anche più educativa. Nei loro 21 anni di vita non è la prima volta che i Simpson sono oggetto di aspre critiche. E di sicuro il modello poco ortodosso di famiglia che loro propongono non incontra la simpatia neanche del presidente Bush. In alcuni paesi del Medio Oriente si è corso ai ripari. Non censura dichiarata, ma Simpson in onda in versione islamizzata: Homer è diventato Omar e la sua amata birra è stata sostituita da una più consona bevanda analcolica.

Una sorta di revisionismo ha colpito di recente anche la povera Heidi. Accade in Turchia, dove, almeno nei libri raccomandati dal Ministero dell’istruzione, i bambini turchi non potranno mai più vedere le mutandine della piccola pastorella, che correndo sui prati fra le caprette che “fanno ciao” spesso spuntavano in modo apparso, fino a questo provvedimento, del tutto innocente.
Anche gli altri personaggi, la gloriosa Signora Rottermeier e la Signora Seseman, la nonna di Clara (l’amica costretta su una sedia a rotelle), si sono dovute adeguare: in futuro avranno vestitoni lunghi e la testa coperta dallo hijab, il velo islamico. I giornali turchi sono insorti contro l’islamizzazione di Heidi, mentre il Ministero della cultura ne ha preso le distanze, definendola un’iniziativa dell’editore. Ma sono passati pochi mesi dalla manifestazione di Istanbul, quando oltre un milione di persone sono scese in piazza per difendere la laicità dello Stato, e le immagini del presidente Abdullah Gul con accanto la moglie Hayrunnisa a capo coperto sono ancora per molti un simbolo del pericolo di una deriva fondamentalista.

In Cina non la censura ma la “moralizzazione” si è abbattuta inesorabile sulla banda Disney. In vista delle Olimpiadi il Governo ha deciso di estendere fino alle nove di sera il divieto di trasmettere cartoni animati stranieri. A farne le spese Paperino, Topolino e compagni, vittime illustri del provvedimento, adottato per “creare un ambiente favorevole per l’ innovazione nell’industria cinese dei cartoni animati”. La State Administration of radio, film and television ha inoltre chiesto alle reti televisive di mantenere un rapporto di 7 a 3 tra le trasmissioni di cartoni cinesi e di cartoni stranieri. La decisione è arrivata mentre è in corso una campagna di “moralizzazione” del contenuto delle trasmissioni televisive e radiofoniche che, secondo la politica promossa dal presidente Hu Jintao, devono riflettere un’ immagine “armoniosa” della società. Tutta fatica sprecata se organizzazioni come Amnesty International continuano a remare contro. Dal suo recente rapporto annuale sulla pena di morte si è saputo che in Cina si eseguono in media 22 condanne a morte ogni giorno. “Puah!” direbbe Paperino.

(Fonte: Maurizio Bianco - Tea)





Parole prêt à porter

29 04 2008

“Soprattutto, ricorda che la cosa più importante che puoi portare ovunque non è una borsetta di Gucci o dei jeans modello francese: è una mente aperta”.

Gail Rubin Bereny





Sudan: da rifugiata a top-model

28 04 2008

Potrebbe essere una favola di quelle che iniziano con il classico “C’era una volta” e si concludono con “e vissero felici e contenti” la storia della ragazza dinka, oggi modella di successo, Alek Wek. Potrebbe ma non lo è. Perché per una fiaba che sboccia dal cuore di una guerra – quella del Sudan – ci sono tantissime altre storie che rimarranno per sempre racconti tragici di vite sconosciute. Se si tiene conto di questo, le vicende di Alek Wek non appaiono più tinte di rosa. La favola in qualche modo svanisce, per trasformarsi nella testimonianza di chi, senza neanche sapere bene come sia potuto accadere, ce l’ha fatta. Ma così come accade per tutte quelle personalità che arrivano da mondi difficili o da quartieri degradati, la testimonianza di questa dinka che riesce a emergere dal proprio mondo è sempre e comunque un messaggio di speranza.
Alek Wek ha soli 8 anni quando la guerra travolge la sua terra e la sua infanzia. Mentre con la famiglia fugge dai guerriglieri, dal caldo bruciante del deserto e dagli animali selvatici che popolano la foresta, non immagina che il futuro le riservi un cammino tanto diverso da quello della gente che la circonda. Un percorso lungo nel quale la fierezza e l’orgoglio della sua etnia torneranno sempre a indicarle la direzione giusta da seguire.

Da Wau a Khartoum, dai villaggi africani all’aereo che la porta dalla sorella a Londra, questa ragazzina scopre pian piano quello che le riserva il futuro, senza mai esserne travolta, senza mai dimenticare le proprie radici e gli insegnamenti degli amati genitori. Alek Wek nasce il 16 aprile del 1977, settima di nove figli. Il suo nome significa “mucca nera chiazzata” e rappresenta una delle razze bovine più apprezzate del suo paese, oltre che ad essere un simbolo di fortuna per il popolo dinka. Un buon auspicio che diventerà realtà nella vita della futura modella.

L’educazione che Alek riceve dalla sua famiglia è insolita. I genitori rifiutano il matrimonio combinato e la poligamia, le cicatrici rituali e l’infibulazione, la sottomissione dei propri figli e delle donne. Insegnano ai piccoli Wek altri valori: la dignità, il rispetto di sé e la modestia. Valori che torneranno nei momenti difficili e in quelli in cui sarebbe facile per Alek lasciarsi travolgere dalla smania del successo e della bella vita del mondo della moda. La fame patita e la ricchezza mai avuta fanno apprezzare a questa ragazza africana tutto quello che arriva in più e che lei vive come una condizione sempre precaria, per non abituarsi all’avere e per “mantenere sempre la giusta prospettiva”.

Alek sin dai primi mesi di vita è affetta da una grave forma di psoriasi. Le lesioni cutanee sparse in tutto il corpo sono spesso motivo di scherno. I tentativi di guarigione, che vanno dalla medicina locale alla stregoneria, non portano mai a niente, solo il clima londinese la guarirà definitivamente. Ma l’essere vissuta per buona parte della giovinezza imbruttita da questa malattia la farà crescere con poca considerazione verso la bellezza fisica. “Per tanti anni sono sembrata un mostro. Penso che questo mi abbia insegnato a non prendere troppo sul serio la bellezza. Giudicare qualcuno solo in base all’aspetto non è molto significativo, ho imparato invece che la bellezza è un concetto molto più profondo. Per gran parte della mia infanzia sono stata brutta, poi la mia pelle è guarita e la gente ha pensato di me esattamente l’opposto, nonostante fossi sempre la stessa persona”.

Il suo esordio nel mondo della moda non è facile. In un tempo dove sono ancora poche le modelle di colore, l’essere nera la fa sentire da principio “come un animale in mostra allo zoo”. I giornalisti le fanno domande scontate, definendola gazzella, pantera ed esotica. Tutto insomma, pur di non dire “nera”. Inventano che è stata scoperta nella savana, proprio come un animale, proprio come se – è lei stessa a raccontarlo – “africana fosse sinonimo di primitiva”. Il successo non arriva subito, la moda deve “abituarsi” al nero, all’osare un’immagine di donna fino a quel momento inusuale. “Ero un’africana nera e i pubblicitari non pensavano che i consumatori potessero identificarsi nella mia immagine”. Ancora le riviste di moda devono “rompere la barriera del colore” in prima pagina.

Il tempo passa e la bellezza di Alek comincia ad affermarsi, viene nominata “modella dell’anno” dalla rivista i-D e una delle “50 persone più belle del mondo” da People…. (leggi tutto su Combonifem)

 





Varsavia e la nuova vodka Chopin

27 04 2008

Chi l’ha detto che Varsavia, Danzica o Cracovia siano città cupe, spente o poco interessanti? Prendiamo una nouvelle vague letteraria, aggiungiamoci una serie di boutique d’avanguardia, festival di visual art e un  numero imprecisato d’ipermercati Auchan, Carrefour o Géant, condiamo il tutto con un pizzico di musica rap, e innaffiamo ben bene con una delle decine di nuove marche di vodka, la Chopin per esempio: ecco alcuni degli ingredienti a sorpresa della nuova dieta polacca. Altro che patate, santuari e cantieri navali Lenin (quelli da dove partirono le lotte sindacali di Solidarnosc, per intenderci). E’ entrato in Europa un Paese in bilico tra Est e Ovest, tra boom economico e nuove povertà, tra vecchi contadini (quasi un quarto della popolazione) che erano contrari all’ingresso nella Ue e nuovi ricchi attratti dal capitalismo occidentale: è una Polonia a due velocità, quella che vedo.

(foto: ndemi)

E’ il Paese di una ristretta aristocrazia finanziaria dai nomi impronunciabili, come Gudzowaty, (un impero industriale fondato sul gas), Kulczyk (telecomunicazioni, petrolio, birra), Krauze (informatica, farmaceutica, banche), che vive accanto a quello dei disoccupati (oltre il 18 per cento) e delle centinaia di migliaia di piccole aziende agricole che rischiano sempre più di venire spazzate via dal vento e dal mercato europeo. “Siamo un libro vivente in cui leggere la complessa e tragica storia dell’Europa, con le sue distruzioni e ricostruzioni: la mia città è rifatta come in un set cinematografico” mi dice Monika, 22 anni, bionda studentessa di cinema a Varsavia. Rasa al suolo durante la seconda guerra mondiale e orgogliosamente ricostruita pietra su pietra (gli architetti si sono ispirati ai dipinti settecenteschi di Belletto, allievo di Canaletto), tanto da entrare nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, la capitale polacca è l’emblema stesso della rinascita del Paese: a Stare Miasto, il centro storico, la piazza principale e gli edifici medievali, barocchi e neoclassici si fondono insieme in un restyling che ha incluso negozi, musei e locali di tendenza, e ne ha fatto la mèta preferita anche del popolo della notte, della frenetica movida giovanile.

(foto: trincio)

“Eppure da noi le ferite della memoria fanno ancora sentire il loro peso: la tomba al milite ignoto, i monumenti agli eroi del Ghetto, le statue lungo la Strada reale che scende dal Castello ancora ci commuovono – avverte Monika –. Non pensiate che i sogni della gente ora siano tutti a colori”.

Davanti a una tazza fumante di tè nero un polacco potrebbe rimanere a parlare per delle ore. Di sicuro è uno dei modi per rompere il ghiaccio più facilmente, da queste parti. Per intuire spaccati di vita quotidiana di questi giovani neo-promossi europei, ma anche per cercare di individuare quella che, sulle pagine di un quotidiano storico come la “Gazeta Wyborcza”, è stata definita la “generazione nulla”. Ventenni, come Monika, che vedono la propria cultura ridotta a un caos di messaggi pubblicitari, dove il reale si fonde col virtuale, in una miscela di pregiudizi e risentimenti contro la società e le sue istituzioni.

 

(foto: Bea Kotecka)

Ragazzi cinici, passivi e disperati: così sono stati bollati. “Voi in Europa non ci conoscete ancora – si accalora Andrej, il suo ragazzo, biondo come lei e aspirante regista come i grandi maestri del suo Paese – ma qui ci hanno chiamati il “pianeta nulla”, perché vittime consapevoli eppure inerti del consumismo. In parte è vero, ci sentiamo sconfitti dalla vacuità del mondo che nonostante tutto abbiamo scelto e di sicuro non possediamo la fermezza dei nostri genitori, né la loro spiritualità: in poco più di un decennio il capitalismo ha ucciso la fede molto più di quanto abbia fatto il comunismo in mezzo secolo”.

Una risposta eloquente a questa perdita di aspettative per il domani, forse, la danno quei 250mila giovani che ogni anno lasciano la Polonia per l’estero: secondo i dati dell’Ufficio nazionale di statistica si tratta, infatti, della più importante ondata di emigrazione dai tempi degli scioperi di Solidarnosc nell’80-’81, quando, di fronte alle difficoltà materiali del regime in crisi, un milione di polacchi si trasferì in Occidente. Le contraddizioni però non mancano anche in questo settore: sembra, infatti, che numerosi palestinesi, siriani, iracheni, armeni, turchi si siano stabiliti con successo nel Paese. Lavorano come medici, veterinari, presentatori tivù, imprenditori.

Chi ha in mente gli stereotipi dello squallore comunista con gli scaffali dei negozi desolatamente vuoti, resterà deluso. In Polonia oggi gli standard di vita sono migliorati, nella capitale le vetrine appaiono stracolme di merci, tra chi cena con i piatti d’argento all’esclusivo Tsarina o nel giardino d’inverno del Belvedere e chi invece ogni giorno fa la coda per elemosinare un pasto, c’è una nuova classe media che sta mettendo radici. Ancora poco conosciuta, ignorata dai sociologi, ma in rapidissima ascesa. A formarla sono soprattutto i 30-40enni intraprendenti, spesso manager, imprenditori o pubblicitari, che vivono in villette con giardino nei quartieri residenziali e alle tradizionali Fiat hanno preferito le auto giapponesi o coreane.

(foto: trincio)

La grande scommessa di questa nuova Polonia sembra però avere anche un’altra parola d’ordine: creatività. Varsavia con i suoi spettacolari grattacieli è ormai il cantiere-laboratorio più grande d’Europa dopo Berlino. Processo che iniziò con gli alberghi di lusso che svettano verso il cielo e che arriva fino ad oggi con il fantasioso progetto della biblioteca universitaria, un’ipertecnologica città nei boschi, circondata da piante e rampicanti. Restano delle ombre, certo, ma all’est le luci illuminano il nuovo che avanza: bisogno di cultura, eventi, incontri, trasgressioni per una colta e vivace intellighenzia cosmopolita. In ogni città, dalla capitale a Cracovia, da Breslavia a Danzica è tutto un tripudio di festival, mostre, iniziative: nuovi showroom di stilisti emergenti, happening internazionali del teatro di strada, biennale dei poster (che qui sono un’istituzione), e raffinate cucine etniche da poco trapiantate nel Paese. Si trova di tutto nella stagione estiva sulla ulica Mariacka, l’affascinante strada pedonale di Danzica, che con il suo centro storico appena recuperato, proprio dietro al famoso porto, fa a gara nell’attirare i turisti stranieri con quell’altro splendido e scenografico teatro all’aperto che è Cracovia, la più bella, l’unica a possedere un patrimonio artistico praticamente intatto. Dalla piazza del mercato alla suggestiva ulica Florianska, è tutto un via vai di giovani universitari, tra lo sfarzo dei palazzi antichi e i nuovi locali bohémien.

Ancora poco conosciuta, mèta di un turismo non eccessivamente sviluppato, la Polonia possiede tutte le caratteristiche per sorprenderci piacevolmente e divenire una interessante mèta per tutte le “donne con la valigia” che ci leggono. Anzi, al di là dei facili stereotipi questo Paese, secondo gli osservatori, avrebbe già i connotati economici, il peso politico e - grazie al forte legame con gli Stati Uniti – strategico, per essere uno dei protagonisti dell’Unione europea. Sbrighiamoci a visitarlo, allora!

(Testo: Marina Misiti)





Guerrilla Gardening in tutta Italia

26 04 2008

Tutto è nato leggendo: “Storie di insospettabili giardinieri” di Delfina Rattazzi. Yara Bitetti, amica di valigia e mia maestra del tè, è andata a fondo alla questione e ha scoperto vere e proprie azioni di guerrilla gardening, che da Milano si sono diffuse un po’ in tutta Italia, sulla scia di blitz già collaudati in altri Paesi. Sul curioso fenomeno c’è ora anche un sito.

Ci scrive Yara: “la Rattazzi racconta con leggera semplicità la passione per il giardinaggio di persone, una trentina, che nella vita sono impegnate in altri campi. Donne famose nel passato e nel presente: fa riflettere come il rapporto con la terra per creare un giardino o un orto sia terapeutico.
Prendiamo Joséphine de Beauharnais: dopo il divorzio da Napoleone si trasferisce alla Malmaison dove all’inizio coltiva le piante che le ricordano la sua infanzia in Martinica, in seguito la sua passione per le piante rare la porta ad acquistare “piante che le vengono spedite, tramite consoli ed ambasciatori, dai quattro angoli del mondo”. La botanica non è un capriccio, Joséphine studia, approfondisce, conosce il nome di tutte le piante, la loro origine e le loro proprietà. Solo così riesce a superare la profonda tristezza che la pervade dopo il divorzio da Napoleone.
Catherine Deneuve, invece, dice: “andare in giardino, per me, significa ritrovarmi nella mia infanzia”. Cresciuta in campagna con la sorella Françoise Dorleac raccoglieva fragole, more e faceva grandi mazzi di giunchiglie. Oggi la Deneuve pota, zappa scava ed è capace di prendere un aereo per una bustina di semi o dei bulbi rari. Nella sua casa in Normandia, che non ha mai fatto fotografare, ha un grande giardino selvaggio dove coltiva iris, rose antiche, peonie, camelie e i famosi papaveri azzurri del Tibet. Ha detto in un’intervista: “nel mio giardino mai finito mi sento del tutto realizzata”.
La storia che più mi ha colpita è quella della direttrice del carcere di Bollate, che ha deciso di riconvertire la terra che ha a disposizione per insegnare un lavoro e creare reddito per i detenuti. Il progetto è stato affidato a Susanna Magistretti, giardiniera e animatrice di classi di giardinaggio a Milano, che dopo aver frequentato un corso di specializzazione in Francia, organizzato da Les Jardins d’Aujourd’hui (che promuove il giardinaggio collettivo come occasione di reinserimento sociale), ha iniziato a praticare il “giardinaggio in situazioni di difficoltà”. Scopo, in questo caso: rendere biologica la coltivazione della frutta e verdura a Bollate e destinare una parte delle serre alla produzione di piante di nicchia. Per i detenuti è l’occasione di apprendere una professione qualificata. Trovate tutto su questo sito”.





Tango e non solo: la movida di Buenos Aires in pillole

26 04 2008

Si può entrare nello spirito della città già in Italia - suggerisce laValen, in questo suo interessante articolo dall’Argentina - … ascoltando tango, chiaramente! c’è una radio, del governo della città, che trasmette solo e sempre tango e si può ascoltare via internet (…)  e una volta giunti in città, fuggire alle sempre più numerose trappole per turisti e concentrare la vita culturale di un porteno in pochi giorni… si comincia dal centro culturale konex, spazio ospitato in una ex fabbrica di olio, risalente al 1920 e in attività fino al 1992. Ristrutturata lasciando intatte le caratteristiche principali dello spazio, è un luogo interessante che ospita un cartellone di artisti stabili (consiglio la bomba de tiempo ogni lunedì, 17 percussionisti eccellenti con un pubblico di affezionati che si scatenano al ritmo dei tamburi).

Ma Buenos Aires non è solo percussioni, la sua musica più tradizionale, ascoltata e conosciuta nel mondo è il tango… questa volta però interpretato da giovani scoppiati bravissimi (Orchestra Fernandez Fierro), alcuni di loro sembrano i cucini bianchi di bob marley… molto carino anche il luogo che li ospita anche se mi dicono che di inverno fa freddo. Generalmente suonano il mercoledì sera. E per chi non può fare a meno di ballare, ci sono corsi di tango, sempre e comunque, senza prenotazione, si può frequentare anche solo una lezione e provare il brivido di questo ballo così intenso con insegnanti tra i migliori (lo dice un’amica milanese quasi ballerina professionale). La scuola (Escuela Argentina de Tango) è ospitata tra l’altro nel centro culturale Borges, all’interno della Galleria Pacifico, bell’edificio ottocentesco oggi trasformato in uno shopping center (sigh! gli anni 90 a Baires hanno lasciato il segno).

Per chi ama l’avventura e adora il “passaparola”, ebbene c’è El Amague, scuola condotta da un giovane e bravo ballerino che ha partecipato all’ultima edizione del festival di tango “giovane” che tiene classi in uno splendido edificio nei pressi del congresso: sul suo blog si trovano tutti i dettagli; Miguel ed il suo staff sono bravissimi e pieni di entusiasmo…  (leggi tutto su: italianidargentina)

 





Gli aquiloni da tutto il mondo

25 04 2008

Sono i Maori della Nuova Zelanda gli ospiti d’onore della ventottesima edizione del Festival internazionale dell’aquilone che si apre oggi a Cervia. Fino al 4 maggio saranno giornate di spettacolo continuo in cielo e non solo, con oltre un chilometro di spiaggia come palcoscenico.

La musica farà da sottofondo al volo di migliaia di opere volanti di svariate forme e colori e non mancheranno concerti dal vivo (come quello dei Good Fellas) e suggestivi voli in notturna e veri e propri combattimenti, come nel “Cacciatore di aquiloni“. Diverse le sezioni e le specialità aquilonistiche, che vanno dal volo libero ai combattimenti degli aquiloni “Rokkaku” giapponesi e “Patang” indiani, al campionato italiano S.T.A.K, vera e propria competizione di aquiloni acrobatici. Oltre 150 gli ospiti ufficiali, tra questi numerosissime le partecipanti donne, che aumentano ogni anno di più dimostrando un interesse in crescita per questa attività che stimola creatività e fantasia. La “Fiera del Vento” sul lungomare di Cervia proporrà anche stand con attività e prodotti legati agli aquiloni e ai laboratori che tramandano l’antica arte e i segreti di costruzione di queste favolose “opere volanti”.

Un festival, quello di Cervia, che celebra l’antichissima arte dell’aquilonismo. Tante le forme e le dimensioni  degli aquiloni, dalla seppia gigante al genio di Aladino, da gatto Silvestro alla Sirenetta. E una varietà incredibile di strumenti eolici accompagnerà sulla spiaggia gli spettacoli e i voli in notturna di grande fascino. Emozioni impareggiabili “con il naso in su”, per vedere le evoluzioni. Nella sezione I Giardini del Vento si possono poi sperimentare le installazioni eoliche: vere e proprie opere d’arte sospese in cielo e strumenti musicali anch’essi eolici lungo percorsi interattivi dedicati al mare.

(Fonte: ufficio stampa comune di Cervia)





Un viaggio mistico con Natuzza

24 04 2008

  • Poterla incontrare e intervistare è già stato di per sé un piccolo miracolo e una grande felicità: da anni infatti Natuzza Evolo, la mistica più famosa d’Italia insieme a Padre Pio, riceve sempre meno per via della salute cagionevole. “Se vieni in questo periodo non potrò comunicare con il tuo angelo custode” mi aveva però avvertita per telefono. Né di Quaresima, né di venerdì e soprattutto mai durante la Settimana Santa. Eppure sono quelli i momenti delle stigmate per Natuzza. E io volevo vederle da vicino. Sono i giorni in cui il sangue le trasuda dalle piaghe e fino alla domenica di Pasqua i dolori corporali non danno tregua, facendole rivivere tutte le tappe della settimana di Passione.
  • Le stigmate (dal greco stigma, che vuol dire marchio) sono tra i misteri più antichi della religione cristiana. Queste piaghe simili a quelle inflitte a Gesù prima e durante la crocifissione, considerate segni divini, sono comparse dall’inizio del Cristianesimo a circa 350 persone (più di due terzi sono donne) tra cui San Francesco d’Assisi, Santa Caterina da Siena, Santa Teresa d’Avila e Santa Veronica Giuliani. Nel secolo scorso le stigmate comparvero a Gemma Galgani, anche lei santificata e in tempi recenti a padre Pio (oggi San Pio da Pietrelcina) e a Natuzza Evolo, appunto.
  • Colloqui con i defunti, bilocazione, visioni della Madonna, emografie: facile di fronte a questi eventi scivolare nel sensazionalismo. Comprensibile allora la sua naturale ritrosia verso certa stampa e tivù italiana che spesso, in questi anni, ha presentato il “fenomeno Natuzza” in chiave miracolistica, finendo per offuscarne quasi la persona e l’opera. Il settimanale su cui ho scritto per anni, era molto interessato a un’intervista e tutti erano entusiasti della proposta. Detto fatto. Ho preso un treno per la Calabria e mi sono presentata a Paravati: sono felice e onorata che abbia accettato di ricevermi. Riporto qui alcuni stralci di quella lunga e intensa chiacchierata…
  • L’appuntamento è per un sabato mattina alle dieci nella sua casa di Paravati. Su una collina di uliveti, ai margini della strada statale 18, con l’Aspromonte all’orizzonte e Mileto a meno di un chilometro, sorge questa piccola Lourdes della Calabria. E’ un territorio che è stato abitato per secoli da eremiti e monaci orientali, quello in cui è nata e vive ancora oggi la mistica calabrese. Fortunata Evolo per gli uffici dell’anagrafe, “Natuzza la Santa” per la gente che in tutto il mondo la venera. Milioni i pellegrini che per decenni si sono spinti fino al cuore di questo lembo di terra che divide due mari, in una regione sospesa tra oriente e occidente, tra spinte innovative e mentalità tradizionale.
  • Il cancello aperto delimita un complesso di case basse, di colore giallo chiaro, ristrutturato di recente. “E’ qui che sono nata il 23 agosto del 1924, in una di queste casette e cinque anni fa, insieme a mio marito, sono tornata a viverci. Non è stata una scelta casuale, però: il mio angelo custode, un giorno, mi ha indicato esattamente il luogo. E nello spiazzo qui di fronte, in fondo a quella strada che si chiama Viale della Salvezza, mi ha detto che dovrà sorgere una grande chiesa in pietra per accogliere tutti i bisognosi”, mi dirà più tardi Natuzza. All’interno della casa mi colpisce la semplicità degli arredi, l’ordine che regna e la luce riflessa dalle pareti chiare. Al secondo piano, in una stanzetta con il tetto spiovente sono sistemate tre sedie e un tavolinetto nero: è lì sopra che Natuzza si siede quando arriva. Il sorriso dolcissimo e lo sguardo sereno contrastano con l’ansimare dolente della voce. Sofferente di cuore e visibilmente affaticata, non si tira però indietro: “Sento dolore, certo, soffro molto in questi giorni ma solo fisicamente, vedi? – dice usando il tu come se ci conoscessimo da sempre. E mi sembra davvero di conoscerla da sempre - Psicologicamente sto bene, mi sento ottimista: chi ha Dio possiede la gioia, Marina”.
  • Da dove cominciamo Natuzza? “Dall’inizio. Avevo sei, sette anni, mai un giorno di scuola, una famiglia poverissima, un padre lontano emigrato in Argentina e già un segreto enorme da custodire: le prime macchie di sangue comparse sui piedi. Non capii subito cosa mi stesse accadendo, così andai dal ciabattino a dirgli che forse mi era entrato un chiodo sotto la suola delle scarpe, ma lui non trovò nulla. Da allora cercai di tenere le piaghe nascoste, solo mio nonno ne venne a conoscenza. Mantenni il segreto anche con la famiglia dell’avvocato Colloca dove andai a servizio a 14 anni”. Finché non divenne evidente… Annuisce a capo chino guardandosi le lesioni insanguinate ai piedi: due fori su ogni caviglia. Sulle ginocchia, invece, si intravedono dei “disegni” a sangue di una precisione incredibile. Le stigmate sui polsi però, soprattutto quelle a forma di croce della mano sinistra, sono coperte dalle maniche del vestito. Intuendo la mia richiesta, Natuzza scopre un po’ le braccia e svela quel sangue rosso scuro rappreso e il simbolo sacro che disegna.

(Estratto dal documentario “Natuzza Evolo di Paravati”, di Luigi M. Lombardi-Satriani e Maricla Boggio (1985). Video: robdean80)

  • Un mistero per tutti coloro che hanno cercato di spiegarlo (molti antropologi ci si sono cimentati - vedi video sopra -), ma non per lei: è giovanissima quando ha le prime visioni di Gesù, della Madonna e dei defunti. Per questa medianità particolare verrà sottoposta anche agli esorcismi da alcuni sacerdoti nella vicina cattedrale di Mileto… “A 16 anni mi condussero dal vescovo di Mileto e poi mi chiusero in una casa di cura mentale a Reggio Calabria, dove rimasi un paio di mesi. Mi fecero tante domande e alla fine dissero che ero “isterica” e che tutto si sarebbe risolto dopo il matrimonio, o con l’arrivo dei figli. Dentro di me sapevo bene che non ero io a concentrarmi e a spurgare sangue, era Gesù che decideva di me”.
  • Lei però ha avuto una vita “normale”: a 19 anni si è sposata con Pasquale Nicolace, un falegname del suo paese, con il quale ha avuto cinque figli e oggi ha nipoti e pronipoti. Come ha potuto conciliare le sue doti eccezionali con la vita di tutti i giorni? “Confesso che all’inizio non volevo sposarmi, anzi. Pensavo che mi sarei fatta suora: mi erano già apparsi S. Francesco di Paola, la Madonna, cadevo spesso in uno stato di trance, perdevo i sensi e udivo le voci dei defunti. Volevo dedicarmi a Dio. Invece mi hanno quasi costretta al matrimonio e alla fine anche Gesù è apparso per rassicurarmi: curerai la tua famiglia e anche il resto del mondo, mi disse, così potrai essere utile ancora di più. Mio marito e i miei figli hanno sempre compreso che dovevo condividere il dono che avevo ricevuto. Gli dicevo: sono madre di tutti, non sono solo mamma vostra. Presto aprire la porta alla gente è diventato un fatto normale: i più piccoli a volte prendevano il biberon da altre donne, mentre io parlavo con i bisognosi”.
  • Come gestiva il suo tempo? Non dev’essere stato facile conciliare tutto questo nella vita quotidiana.  “Andavo a letto a mezzanotte, dormivo quattro ore, poi mi svegliavo per preparare il necessario ai miei figli. Dopo, per tutta la giornata, ricevevo le persone”. La ragazza è diventata una signora di ottant’anni, circa, i figli sono cresciuti, “tutti diplomati e sposati”, mi dice con orgoglio, ma il pellegrinaggio alla sua modesta abitazione è continuato fino a poco tempo fa. Dalla mattina alla sera sono passate di qui anche trecento persone al giorno con problemi psicologici, spirituali, fisici, materiali. Ore intere dedicate agli altri, senza mai accettare ricompense, senza un lamento o un attimo di cedimento. Numerose le persone che hanno acquisito una fiducia incrollabile nelle sue capacità curative. “Io non faccio miracoli, ripeto soltanto le cose che mi suggerisce l’angelo custode” sostiene con umiltà. Inutile dirle che le sue diagnosi mediche hanno avuto innumerevoli riscontri in questi anni. E com’è l’Angelo, Natuzza? “E’ come un bambino di 8-9 anni con i piedi sollevati da terra che ci sta accanto”.
  • Ma è la comunicazione con i defunti che spinge centinaia di persone al giorno a consultarla. Ognuno porta foto dei propri cari affiché possa riconoscerli incontrandoli nei suoi “viaggi spirituali”, e in genere la mistica di Paravati viene “visitata” da questi defunti che lasciano messaggi per i parenti. E’ lei il tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Una possibilità per recuperare il rapporto interrotto, si direbbe in antropologia. Accanto alle emografie (i disegni col sangue impressi sui fazzoletti), alle stigmate e alla trance, la comunicazione con i morti è stato uno dei “misteri” più seguiti dai telespettatori italiani: in più occasioni ha tenuto incollati al video milioni di persone.
  • Negli anni ‘50-’60 qui arrivarono studiosi da tutto il mondo per assistere ai suoi stati di trance e testimoniare dei diversi idiomi in cui si esprimeva in quei momenti. “Ma è dal ’56 che non cado più in trance”, chiarisce Natuzza oggi. E come accadeva? “Non lo so: io ripetevo quello che mi diceva l’angelo, rispondevo al mio interlocutore nella sua lingua, per farmi capire. Tutto qui”, dice con semplicità. Si definisce “una pietra scartata” questa donna umile e spirituale, che ha dedicato tutta l’esistenza agli altri. Nell’87, con il contributo di molti, è riuscita a dar vita a un progetto di assistenza sociale e spirituale per giovani, handicappati e anziani che insieme alla chiesa costituisce un vero e proprio “rifugio per le anime”, futuro luogo di incontro anche per quelle centinaia di migliaia di pellegrini che per alcune festività mariane, a maggio, a giugno e a novembre, arrivano fin qui per renderle omaggio, avvicinarla e pregare insieme. Ha costituito anche dei Cenacoli di preghiera, questa donna dalla vita nascosta e modesta, e allo stesso tempo così straordinaria. Nella sua casa-rifugio vivono già diverse persone anziane e alcuni inservienti. Quando la chiamano dal piano di sotto Natuzza Evolo la veggente, la mistica di Paravati torna ad essere solo una persona normale: “Si è fatto tardi, Marina. Ora vado a preparare il pranzo”, mi dice. Impari così che da queste parti eccezionalità può tranquillamente fare rima con quotidianità. 
(testo: Marina Misiti)




La mia carriera? Travel Writer

22 04 2008

No, non è solo un gioco di parole: il bel sito di Helga Ogliari, brillante formatrice, trainer e amica di valigia (oltre che compagna di social network), si chiama proprio “La mia carriera” e oggi dedica un lungo articolo-intervista proprio a Donneconlavaligia  e alla mia professione di Travel Writer. Da leggere assolutamente.





I librivagabondi sono in viaggio!

21 04 2008

Avevamo annunciato per oggi il primo evento bookcrossing “taggato” Donneconlavaligia, e infatti dal primo pomeriggio 10 libri, messi a disposizione da DCV, hanno iniziato il loro viaggio per il mondo, di mano in mano, di casa in casa, da dieci piazze e vie del centro storico di Roma.

Ecco l’elenco dei testi (narrativa, saggistica, autobiografia, thriller, anche in inglese) ”lasciati” e dei luoghi della città dove sono approdati:

1.  ”Donne d’Algeri” di Assia Djebar (Giunti editore) / ALGERIA - Ponte Sisto

2.  ”Pagli Pazza” di Ananda Devi (Ibis edizioni) /Isola MAURICE - via Giulia

3.  ”Nel limbo della terra” di Mbacke Gadji (Edizioni dell’arco) / SENEGAL-ITALIA - pzza Chiesa Nuova

4.  ”La storia di Lilian” di Kate Grenville (Edizioni Theoria) / AUSTRALIA - pzza dell’Orologio

5. ”La svergognata” di Sahar Khalifah (Giunti editore) / PALESTINA - pzza Trilussa

6.  ”Incontro nel deserto” di Knud Holmboe (Longanesi) / DANIMARCA - pzza Navona

7.  ”Libera dalla paura” di Aung San Suu Kyi (Sperling & Kupfer) / BIRMANIA - Campo de’ Fiori

8.  ”Ipazia, scienziata alessandrina” di A. Petta/A. Colavito (Lampi di stampa) / ITALIA - pzza Argentina

9.  ”La mia lotta per la pace” di Hanan Ashrawi (Sperling & Kupfer) / PALESTINA - pzza Farnese

10.   “Friends in high places” di Donna Leon (Arrow Books) (in inglese) / STATI UNITI-ITALIA  - piazza Navona (altro lato)

Se ne trovi uno leggilo, se vuoi, e poi lascialo andare in modo che altri possano trovarlo e leggerlo. Per “tracciare” i libri, scrivi nei commenti del blog-zine o un’email in redazione per dirci dove hai trovato il tuo librovagabondo e dove lo hai lasciato… così tutti potremo seguire il suo viaggio. Buon bookcrossing a tutti allora e soprattutto buone letture!

(dallo staff di Donneconlavaligia)





Argentina: cartelli, storie e ironia

21 04 2008

LaValen è una “amica di valigia” che vive a Buenos Aires, città che amo molto, e da lì ci legge e ci scrive

Lo stile del libro è riassunto in questo cartello “liquidazione totale causa saccheggio” …una quantità di cartelli assurdi, ironici. L’idea geniale e la veste grafica eccellente. Anche dal sito è possibile scoprire chicche, come nella sezione “pipì”, uno dei cartelli fotografati recita “obbligatorio l’uso di carta igienica”?!? Il progetto, inziato al principio del 2000 come l’hobby dei tre ideatori (Seimandi, Mendieta e Silberman) di scattare foto a cartelli e messaggi ironici per le strade argentine, si è trasformato in un progetto collettivo, un sito che raccoglie foto da molte parti del mondo di persone che si sono appassionate all’idea e un libro realmente intelligente… peccato per chi non sa lo spagnolo! Un’ultima citazione: “per favore, non parlate al cane”, e la raccomandazione di farsi un giro nel sito!

(Testo: LaValen - Italiani d’Argentina)





Evento bookcrossing su DCV

20 04 2008

  • Torna il Bookcrossing “taggato” Donneconlavaligia.
  • L’appuntamento è per domani, lunedì 21 aprile, alle 15, nelle principali piazze del centro storico di Roma: 10 libri inizieranno il loro viaggio di mano in mano, di occhi in occhi, per il mondo… I libri, registrati su DCV, potranno essere seguiti nei loro spostamenti, attraverso le indicazioni e le “tracce” che potranno lasciare qui lettrici e lettori. Buon librovagando, allora!





Cover boy, dalla Romania all’Italia. Precarietà e poesia

19 04 2008

E’ uscito nelle sale italiane in sole 10 copie e senza nessuna forma di pubblicità: “Cover Boy - l’ultima rivoluzione“, di Carmine Amoroso. Ho appena visto il film: mi è piaciuto moltissimo. Così gli attori, così la fotografia. Un percorso poetico e intenso all’interno della nostra società. L’unica promozione che ci resta allora è il “passaparola”. Perché vale la pena imbarcarsi anche in viaggi come questo…

(Video: cinemaleo)

Un po’ di rassegna stampa:

“Ci volevano 40 festival internazionali e svariati premi in tutto il mondo perché il mercato di casa nostra si decidesse ad accogliere Cover Boy.(…) Un film che con poesia e sincerità assoluta affronta due temi attualissimi: il precariato e la difficile integrazione romena”. (Il Messaggero)

“Se davvero il cinema italiano vuol ripartire, non può fare a meno di portare con sé questo film”. (close-up)

“Un film di clamorosa bellezza… Il vero film italiano dell’anno”. (Nuovi Argomenti)

“Un film pieno di sfumature e ricco di rimandi.” (Il Manifesto)

“Vitale e capace di uno sguardo d’autore. Il risultato è una bella fotografia sull’Italia di oggi”. (L’Unità)

“Cover boy ha una carica emotiva particolarmente forte. L’incontro fortuito tra due ragazzi, crea il pretesto per affrontare un malessere sociale che accomuna le nuove generazioni: la precarietà nel lavoro, nella vita sociale, nelle relazioni interpersonali, negli affetti”. (Articolo 21)

“Rigoroso fino al cinismo e poetico fino alla commozione. Non perdetelo”. (Blue )

 





Parole prêt à porter

19 04 2008

“L’immaginazione è l’aquilone che si può far volare più in alto”.

Lauren Bacall

 





Pink style? Viaggiare in webcam

18 04 2008

Dopo aver passato più o meno cinque ore incollata alla “finestra” del mio mac, curiosando tra i passanti a Leicester square, a Londra (dove tante volte ho fatto la fila per i biglietti last-minute dei teatri), tornando a San Francisco su per le colline, poi sorvolando le montagne della Patagonia che ho tanto amato, con un blitz a Los Angeles sul red carpet…. alla fine ho deciso di riportare questo post su DCV per far viaggiare in puro stile web 2.0 tutte le “donne con la valigia” (e non solo).

 

by Geek Generation

Stanchi dei soliti paesaggi che si vedono dalle finestre di casa vostra o dal vostro lavoro, e non avete voglia o possibilità di cambiarli? Ormai è diventato normale andare in giro per il mondo anche tramite web, e così ho fatto una piccola lista di siti per farvi “viaggiare” in webcam…

Everyscape

Questo fantastico servizio, assomiglia a google streets ma a mio parere ha una marcia in più, infatti offre anche la possibilità di muoversi automaticamente… sembra di stare in auto! Potrete ammirare i grattacieli di New York, le strade di San Francisco e molto, molto altro D

E’ possibile anche inserire nel sito la propria attività/azienda (il prezzo varia dai 200 ai 2000 dollari in base allo spazio occupato) infatti lo scopo del creatore di questo servizio è proprio permettere a tutti di inserire le proprie attività commerciali o i propri quartieri (i quartieri vanno proposti qui) in modo che in futuro, tutti avremo la possibilità di entrare tranquillamente nei negozi, musei, aziende tramite web per comprare oggetti direttamente online… e chi lo sa, magari in un futuro sarà possibile anche andare al cinema dal proprio pc a guardarsi un film!

Questo servizio per ora è attivo per alcune città nord americane e per una città cinese… ma ovviamente le città coperte sono in continua crescita…

Super Tour Travel

Sempre dallo stesso fondatore di Everyscape ecco un altro servizio questa volta a scopo turistico che vi permette di entrare in molti alberghi o ristoranti di alcune località (sempre americane)

Ogni tanto in alcuni punti vi troverete davanti un pannello dove sarà possibile vedere le previsioni meteorologiche della zona in questione e altre cose… in alcuni posti è addirittura possibile vedere il menù del ristorante/albergo che avete davanti!

Camvista

Da questo sito è possibile vedere via video molte parti del mondo, e alcune anche in diretta.

Earthcam

Earthcam è simile ma più curato rispetto a Camvista infatti qui sono disponibili varie località da tutto il mondo… con la differenza che qui sono tutte in diretta, e in alcune si sente anche l’audio e quello che si dice la gente. Da non perdere le varie webcam in riva al mare per portare un po’ di estate in casa!

Eurometeo

Nella sezione webcam di questo sito è possibile ammirare alcune località Italiane e Europee quasi in diretta, dico quasi perché la maggior parte delle telecamere è aggiornata ogni 30 minuti… beh sempre meglio che niente, almeno abbiamo la possibilità di ammirare il nostro paese anche dal web!

360Cities

Questo sito vi offre foto a 360 gradi di altissima qualità da tutto il mondo… vi consiglio di attivare la modalità a schermo intero… spettacolo assicurato!

Mapwing

Un vero è proprio social network per condividere tour virtuali Pcreare i vostri tour interattivi non è mai stato così facile! L’unico difetto è che le foto non sono a 360 gradi.

VirtualCity

Un altro servizio in stile Everyscape che offre foto da varie città, per ora solo americane… in fondo è stato lanciato solo circa due anni fa verso la fine del 2006.

World Heritage Tour

Qui si possono trovare foto a 360 in alta definizione dal patrimonio dell’umanità dell’UNESCO… vi consiglio di registrarvi così da potere ammirare le foto a schermo intero… qui sono molto più belle delle foto di 360Cities. E’ anche possibile stampare le foto sotto forma di cubo (immagine sotto) ma non ho ancora capito a cosa potrebbe servire.

Panoramas

Ancora un altro servizio di foto in alta qualità da molte località sparse per il mondo. Interessanti le foto offerte direttamente dal red carpet degli oscar!

Immersive Media

Questo non è un sito per ammirare località dal mondo ma ho pensato di metterlo perché in un futuro potrebbe essere possibile vedere il mondo tramite questi fantastici video interattivi. Sembra un video come un altro dal player, ma non lo è, quello che vedrete è un video con varie sequenze interattivo dove potrete girarvi di 360 gradi. Bella sopratutto la sequenza ripresa nel mercato che ci fa capire di quanto potrebbe cambiare il concetto di video in futuro… vi sembrerà di camminare in mezzo alle persone! Addirittura in questa pagina potete trovare anche piccoli tour in giro per alcune città americane con una telecamera messa sopra una volkswagen… insomma potete farvi un giretto in auto per il nord america D

Chissà se tra un po’ di anni cominceranno a spuntare siti che offriranno video in streaming di questo tipo… dopo che sarà uscita questa tecnologia ci mancheranno solo altri 3 dei 5 sensi da mandare in diretta tramite web e poi potremo anche non uscire più da casa nostra… ma forse sto solo esagerando.

(da: Geek Generation)





Appunti da Budapest, ritrovata

18 04 2008

Terra di zingari nomadi, scrittori, registi e musicisti famosi; terra di premi Nobel e donne bellissime; terra di Bacco nelle variazioni pregiate del Tokaj, amato già dal re Sole. L’Ungheria dei patinati dépliant turistici è attraversata da un Danubio blu ancora leggendario e romantico, da quella sconfinata pianura chiamata Puszta regno incontrastato di cavalli selvaggi, e dalla sua capitale, Budapest, la Parigi dell’Est, con i suoi bagni termali Gellért, un’istituzione irrinunciabile, o la centenaria pasticceria Gerbeaud di Pest, una mecca per palati raffinati.

Nella vita di tutti i giorni il vecchio “ritrovato” sopravvive a mala pena però accanto al nuovo “agognato”, e l’impatto per chi come me torna nel Paese magiaro dopo quindici anni di “consumismo reale”, di rincorsa sfrenata ai modelli occidentali, è quasi scioccante. Alle donnine paffute che, ricordo, vendevano i loro ricami di fiori e pizzi colorati sulla Vàci Utca, una delle strade più frequentate della capitale, oggi si sono sostituite le biondissime e magre entraineuse degli striptease bar della zona; gli esotici ed incomprensibili suoni gutturali della lingua ugro-finnica nazionale sono stati relegati alla sfera privata in favore di un ben più utile idioma anglosassone; gli appartamenti in affitto per poche migliaia di lire al giorno (la seconda volta che venni ne presi uno in pieno centro per sette mila lire al giorno tutto compreso!) sono stati sostituiti dai nuovi, lussuosi alberghi inaugurati o ristrutturati negli ultimi anni: nel bel mezzo del Danubio, sull’isola Margherita, il Danubius Grand Hotel, a Buda l’Hotel Gellért con la sua bella facciata art nouveau, e tra gli hotel di charme il Meridien Budapest, in un magnifico palazzo neoclassico.

Per respirare ancora un po’ di Mitteleuropa e di fascino orientale non resta che cercare di fare colazione in uno dei numerosi caffè storici della capitale, come il Central, per anni ritrovo di intellettuali e bohémien, o il raffinato Ruszwurm (il preferito dalla principessa Sissi), e poi rilassarsi in uno dei 24 bagni termali retaggio dell’epoca ottomana: dal Kiraly alle terme neobarocche di Széchenyi, alla splendida e sempre molto fotografata piscina liberty del Gellért (qui sotto).

Tutti da poco rinnovati: l’Ungheria in questi anni, infatti, ha attratto ingenti capitali stranieri (si parla di un miliardo e mezzo di euro), ed è stata prescelta per le attività centro-europee da multinazionali come la Microsoft.
 “Abbiamo cercato di mostrare al mondo una nuova faccia ballando techno, bevendo energy drink e mangiando nei fast food – mi dice S., studente di letteratura italiana all’università di Szeged e, come molti suoi coetanei, appassionato di Dante –. Basta gulasch, violini zigani e danze popolari csardas: siamo europei come voi, capaci di guardare avanti e rinnovarci”. Europa Unita, insomma, negli obiettivi da raggiungere ma anche nei problemi da risolvere: oggi il 21,5 per cento dei giovani ungheresi sui 16-18 anni ha gia’ provato almeno una volta qualche tipo di stupefacenti (soprattutto marijuana, ecstasy e amfetamine) e, secondo i dati del centro antidroga del ministero dello Sport e Gioventù, a Budapest si raggiunge il 30 per cento.
Con l’Occidente a portata di mano e la libertà riconquistata, oggi ci si può permettere anche un po’ di nostalgia in chiave “socialista”: andare a caccia di memorabilia e feticci degli anni della Cortina di Ferro sembra essere diventata l’ultima mania dei giovani ungheresi. Dalle sigarette al mentolo Filtol alle caramelle Balaton szelet a un soft-drink chiamato Bambi che dissetò più di una generazione di giovani comunisti, ormai è tutta una caccia a un passato ormai esorcizzato, che sembra lontanissimo e che oggi, rivisitato, si è trasformato in fenomeno di tendenza. 

(Testo: Marina Misiti)

 





Hong Kong. Non solo grattacieli

17 04 2008

Ecco un altro spaccato inusuale di vita quotidiana che Radha, amica di valigia che vive ad Hong Kong, ci regala

La penisola di Stanley, ad Hong Kong, ti proietta in un mondo totalmente “italiano”. La costa, le spiagge, il mercato, i ristoranti e le case basse… un angolo di pace assoluta così diverso dal resto della città! Già in partenza, durante il tragitto in autobus te ne accorgi: un’unica strada porta fino a Stanley. Sembra di attraversare una foresta stretta, con alberi i cui rami sbattono contro i vetri durante il passaggio veloce del minibus a 18 posti. Florence e la sua famiglia (marito e due bambini) ci invitano sempre qui, ogni mese.

Andiamo sulla spiaggia che si trova dietro Murray House, non la spiaggia principale dedicata ai surfisti e alle gare in canoa. Questa è la spiaggetta che suo marito Edwin, insegnante di inglese in una high school, ha visto trasformarsi con gli anni sin dalla sua infanzia trascorsa in questo lembo di terra nella parte sud-orientale di Hong Kong island. Gautama, il maggiore dei due figli, mi racconta che Murray House prima si trovava downtown ed era il palazzo centrale del governo; fu smantellata e trasportata in blocchi con l’elicottero fin qui dove fu ricostruita e rimessa in sesto, verso la fine degli anni Novanta. Oggi i turisti vengono attratti dai ristoranti di sapore internazionale che si trovano al suo piano superiore e dal Museo marittimo che espone la storia navale di Hong Kong, situato a piano terra.

E’ proprio dietro a Murray House che si trova un percorso a ridosso della montagna; ad un certo punto, scavalcando una staccionata di ferro, si prosegue per un centinaio di metri nella foresta tra gli alberi attentamente catalogati e marchiati con il nome da qualche istituto di botanica governamentale. La spiaggia si intravede subito, rocce sulla sinistra e sabbia e battigia verso destra. Bisogna scendere sugli scalini di pietra disposti alla meglio e il mare vi si dispiegherà avanti nella sua purezza. Questo posto non è molto frequentato, infatti come al solito ci siamo noi con altri amici e tre o quattro altre persone.

Non so quanto tempo trascorriamo in acqua - mi sembra un’eternità - alla ricerca di granchi e conchiglie, nuotate, corse in mare, proprio come i bambini non vogliamo asciugarci, la temperatura è perfetta, non è un caldo pienamente estivo ma l’aria è davvero tiepida e l’acqua fresca energizzante. Che fortuna avere questo angolo di mare cosi vicino alla città (mezz’ora quando non c’è traffico)!
Ma Stanley non è solo spiaggia, ovviamente. Perdersi nelle stradine strette strette del mercato è un gioco divertente da fare insieme allo shopping. Questo mercato non può non essere visitato. E’ di nuovo come nuotare, ma tra souvenir di seta cinese e capi di abbigliamento in puro lino e cotone. Si trovano regali fantastici, di tipo cinese. Anche giochi di legno, soprammobili antichizzati e dipinti calligrafici.
Per mangiare qualcosa, proprio di fronte alla stradina costale principale, si trovano numerosi ristoranti sia su strada che su piano rialzato: basta avventurarsi negli edifici, e comunque la segnaletica colorata aiuta molto. Dalla cucina cinese tipica di Hong Kong all’etnico, indiano, coreano, italiano, spagnolo… A voi la scelta, oppure si può ritornare in Murray House, al secondo piano.

La veduta sul mare è spettacolare da qui. C’è una piazza proprio di fronte al Museo marittimo, a forma di arena teatrale. Potreste imbattervi in qualche fiera di qualsiasi tipo (libri, dolci, tessuti…), oppure in un concerto all’aperto serale e accomodarvi sulle gradinate fatte di pietra o sulle sedie al centro e godervi la brezza fresca che qui non manca davvero mai. Respirate a pieni polmoni, però, prima di ritornare in città!

(Testo e foto: Radha)





Dopo Londra e N.Y., i taccuini Moleskine ora in mostra a Parigi

16 04 2008

Detour inaugura a Parigi il 23 aprile. Dopo Londra e New York, dove ha avuto un grandissimo successo, la mostra/evento creata da Moleskine farà scalo alla boutique Printemps Design al Centre Pompidou prima di riprendere il suo cammino verso Berlino, per poi arrivare a Venezia e a Istanbul.

La mostra collettiva itinerante che permette di “scoprire” le pagine dei taccuini Moleskine appartenenti ad oltre 30 artisti, scrittori, designer e illustratori di fama internazionale, ad ogni nuova tappa attira nuovi autori che hanno legami “creativi” particolari con la città in cui si svolge la mostra. Tra i taccuini Moleskine che i visitatori potranno sfogliare ci saranno, tra gli altri, quelli di Christian Lacroix, Yves Béhar, Ron Arad, Simon Njami e Maira Kalman. Ogni taccuino Moleskine d’artista sarà esposto in un’apposita teca trasparente affinché ogni visitatore della mostra possa sfogliarne le pagine, indossando speciali guanti bianchi di cotone. Sul sito è possibile trovare le foto delle opere esposte e le biografie di tutti gli autori.

Dal 24 aprile fino al 17 maggio, la capitale francese ospiterà anche myDetour: tutti gli amanti e utilizzatori di Moleskine saranno invitati a illustrare i propri taccuini personali e a depositarli in appositi contenitori collocati presso la libreria La Hune, 170 boulevard St-Germain, la libreria Flammarion al Centre Pompidou e la Passerelle di Printemps Haussmann, 64, boulevard Haussmann.

myDetour coinvolge chiunque ami disegnare, fotografare, ill