Il mese scorso scrivevo, testualmente qui: “Non è un segreto che alcuni leader arabi abbiano affidato alle loro giovani ed esperte consorti, il compito di informatizzare i propri Paesi, ed offrire nuove opportunità di emancipazione alle donne: Rania Yassin, la regina giordana laureata in Gestione d’impresa, è specializzata in informatica; Asma Al Assad, first lady siriana, ha preso una laurea in informatica al King’s College di Londra”. Ora abbiamo letto su Repubblica.it che proprio Rania, la moglie di Abdallah di Giordania, sceglie di utilizzare un video su You Tube per combattere i pregiudizi e dice: “Inviatemi domande e stereotipi sul mondo arabo. Risponderò a tutti”. Emancipazione in rosa 2.0? Un nuovo viaggio per le donne arabe? Sentiamola, dunque…
Fin da ragazzina si sentiva una femminista: musulmana, capelli cortissimi e aspetto da modella, oggi Zainab Salbi è ospite fissa di trasmissioni tivù come quella di Oprah Winfrey e ha vinto molti premi tra cui quello della rivista Forbes. Ma la sua attenzione verso le donne in difficoltà parte da molto lontano, da quell’infanzia e adolescenza vissute in Iraq all’ombra del temibile Saddam.
Si definisce una donna in bilico, ma in realtà a soli 23 anni, da sola, esule negli Stati Uniti, ha fondato un’organizzazione umanitaria no-profit, Women for Women International, che in tredici anni si è occupata di oltre 50.000 donne sopravvissute alle guerre, distribuendo 24 milioni di dollari in aiuti diretti e prestiti in Paesi come Croazia, Bosnia, Rwanda, Kosovo, Bangladesh, Nigeria, Colombia, Pakistan, Afghanistan, Iraq, Congo e ora Sudan. Per raccogliere tutti questi fondi ha avuto un’idea semplice ma geniale: mettere in contatto diretto donatrici e vittime. Una specie di adozione umanitaria che ha avuto grande successo.
Per Time Magazine è stata l’“innovatrice del mese”. Nel ’95 il presidente Clinton la premiò alla Casa Bianca. Tempo fa la rivista della Mondadori “Per me” mi chiese di intervistarla, eccone alcune parti:
La sua stessa vita e l’organizzazione che presiede, le hanno dato la possibilità di vedere la guerra con gli occhi delle donne…
“Crescere in Iraq nel mezzo della guerra Iran-Iraq ha influito così tanto sulla mia infanzia – imparai allora il significato di parole come paura, risate, speranza, morte - che da adulta non potevo che occuparmi di donne in zone di crisi: sono le prime persone a rendersi conto dei cambiamenti che la guerra apporta nella routine di tutti i giorni. Ci sono quelle che combattono in prima linea e quelle che devono procurarsi il cibo per la famiglia, occuparsi dell’incolumità dei figli. Quando le case vengono distrutte madri e figlie devono trasportare pietre, arare insieme i campi. Questo è quello che intendo quando dico che la guerra spesso entra nelle case dalla porta della cucina”.
Con il conflitto in Bosnia decise di lavorare sul campo, ma che cosa la fece decidere?
“Ero all’università in quel periodo, e venni a sapere di donne imprigionate cui veniva assegnato un numeretto prima di farle entrare nella “stanza degli stupri”. Non sapevo nulla fino ad allora della Bosnia, così andai in biblioteca e cercai di contattare associazioni femminili per sapere in che modo aiutavano le vittime di abusi. Dopo sei mesi partii: molte erano ancora nei “campi di prigionia” e mi sentii obbligata a far qualcosa per liberarle. Ebbi così l’idea di creare un contatto tra donne degli Stati Uniti e donne bosniache e croate. Presentai il progetto alla Chiesa Unitaria che allora cercava un modo per aiutare la popolazione, e venni sponsorizzata per un anno. Dopo abbiamo fatto tutto da sole. Allora non sapevo a cosa andavo incontro, né come tutto ciò avrebbe cambiato la mia vita. La svolta avvenne appena arrivai in Croazia con mio marito, Amjad. Il nostro primo incontro fu con una donna, Ajsa, sopravvissuta a nove mesi di stupri: dopo, non era più riuscita a tornare a casa dal marito e dai suoi due figli. Ricorderò per sempre le sue lacrime”.
Il successo del suo progetto deriva quindi dal presupposto che l’individuo può fare la differenza.
“Certo che può: ad ogni sponsor-finanziatrice accoppiamo una vittima di guerra da aiutare attraverso poco più di venti euro al mese e una lettera personale. Il denaro serve per le esigenze primarie della donna che frequenta anche un corso annuale di base; le parole delle lettere invece servono ad unire le due donne: il rapporto epistolare è spesso l’inizio di una stretta amicizia. Si regala non solo un assegno, ma una parte di sé”.
Nell’Iraq che conosceva e che ha descritto nel suo libro “Una donna tra due mondi“(Corbaccio) qual era la situazione delle donne e che cambiamenti riscontra oggi?
“Ogni donna nell’Iraq di Saddam era in pericolo: sono cresciuta ascoltando racconti di violenze e torture da parte dello stesso dittatore o dei membri della sua famiglia. Stupri di massa furono perpetrati tra ’80 e l’82 dai soldati iracheni a danno di migliaia di donne sciite rifugiate in Iran. La polizia segreta, la Mukabarat, degli abusi sessuali ne fece un’arma politica: donne rapite, violentate e filmate per poter essere ricattate con mariti, fratelli e altri membri della famiglia. Oggi le violenze hanno costretto le donne a ritirarsi sempre più nelle case e ad uscire solo coprendo il capo come misura di sicurezza. Alcune giovani professioniste che conoscevo sono state uccise. Parrucchieri e saloni di bellezza, a Bagdad, sono diventati un obiettivo per le bombe. Eppure il dopoguerra potrebbe essere un periodo di opportunità per le donne… il 90 per cento delle irachene è ancora speranzosa per il futuro. L’ironia della guerra è proprio che lo sconvolgimento e il vuoto creano maggiori opportunità: il Rwanda, per esempio, che nel ’94 ha subito un orrendo genocidio, vanta oggi una percentuale femminile al Parlamento del 49 per cento, più alta che in Svezia. Si rende conto?”
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