“La notte è diventata buia a Srinagar. Anche le stelle hanno abbandonato il cielo.

E non si può più bere acqua, perché esce rossa del sangue dei giovani che sono stati uccisi sulle montagne (…) E anche i tuoni fanno paura, perché ricordano le bombe (…)

Ognuno porta nelle tasche il proprio indirizzo, almeno il suo corpo potrà tornare a casa (…)

Dimentica tutto questo, ma non dimenticare me”.

  • Si chiamano Farooq, Nazki, Bashir i giovani poeti kashmiri che scrivono questi versi e sognano di cambiare il mondo. Penna, quaderno e qualche volta pc a ore nei rari internet café, chattano con i coetanei di Rawalpindi, Delhi, Parigi. E non ci sono confini armati, non bastano le montagne dell’Himalaya, né le acque incantate del lago Dal per fermare le parole. Prima o poi arrivano nell’altra parte del mondo queste poesie, anche se anonime (firmarle, da queste parti, può equivalere a una condanna a morte), ne sono convinti. Intanto hanno creato un altro linguaggio per “raccontare in versi” gli orrori che vedono, per poter testimoniare senza timore di essere arrestati; dicono che le circostanze li hanno resi “poeti”, che non hanno altri modi per descrivere quanto sta accadendo. E’ così che tempo fa arrivarono a me, che sul Kashmir stavo scrivendo un reportage per “Grazia“.
  • L’Occidente che questi giovani invocano sembra però averli dimenticati. Il dossier Kashmir giaceva chiuso in un angolo da anni. Fino a quando le diplomazie occidentali non si sono accorte che il Paese è una polveriera atomica, nessuno voleva ascoltare le lamentele di qualche tour operator specializzato in viaggi di nozze esotici o in trekking d’alta quota: eppure è dall’89, da quando è esplosa la cosidetta rivolta separatista, che il Paese è off limits per i circuiti turistici internazionali (l’estate del ’95 furono rapiti degli occidentali e uno venne decapitato). Da circa 800.000 visitatori l’anno, oggi sono qualche migliaio, concentrati soprattutto nella regione buddista del Ladakh.
  • Nei vecchi depliant rimasti accatastati all’ufficio del turismo di Srinagar, c’è stampato ancora il paradiso: laghi tranquilli dove si specchiano imponenti catene montuose, campi di fiori, colline viola di zafferano, frutteti carichi di mele, pere, noci e poi terrazze di riso. E villaggi costruiti sui fianchi delle vallate, al riparo dalle piene, circondati da coltivazioni di grano, orzo, mais. Fiumi impetuosi, altipiani, gole profonde. La Valle, come viene chiamata dai kashmiri la propria terra (ma si tratta solo della parte centrale, quella controllata dall’India), era una Svizzera d’oriente e la sua capitale estiva (quella invernale è Jammu, più a Sud) una piccola Venezia: una ventina di ponti collegano l’isola centrale agli altri quartieri di Srinagar. Tutt’intorno una languida distesa d’acqua, quella del lago Dal che si unisce al fiume Jhelum e a specchiarsi, come ombre cinesi, le shikara, le antiche canoe simili a gondole. Ormeggiate sulle rive del grande lago le house-boat di legno intarsiato, case galleggianti da affittare (vedi sito) celebrate da scrittori, artisti e turisti. Oggi, lasciate marcire senza clienti.
  • La rosa più bella tra le rose, come Gandhi chiamava questo Paese, è ormai sfiorita. E non per le brutte costruzioni in cemento che stanno sorgendo nella capitale, ma per i continui bunker e posti di blocco che si susseguono nelle strade congestionate di traffico: sono 400.000 i militari arrivati da Nuova Delhi negli ultimi 13 anni. E con loro una scia di sangue che conta dalle 50.000 alle 80.000 vittime, a seconda delle fonti.
  • Una cosa è certa: neppure i matrimoni si celebrano più a Shrinagar. Gli eunuchi (gli hijada), che da quando non ci sono più gli harem si occupano di combinare nozze a pagamento, lamentano un calo degli affari di oltre il 50 per cento. I giorni di festa si passano al cimitero. E i cimiteri sono sorti ovunque, anche sui lati delle strade. Non c’è famiglia che non pianga un proprio caro. Non c’è donna che non abbia perso almeno un uomo: figlio, fratello, padre, marito. «Ci sono molte donne che ormai vengono chiamate “mezze vedove”: mogli di uomini scomparsi, missing, che probabilmente sono morti ma dei quali non si sa più nulla. Di solito il governo indiano prevede dei risarcimenti per i parenti delle vittime, in questi casi vedove con figli a carico, ma è necessario produrre un certificato di morte, che senza il corpo non è possibile ottenere. Un gruppo di queste donne ha fondato così l’Associazione dei Parenti degli Scomparsi che – secondo i dati sono quasi 4000 – si batte quotidianamente per ottenere informazioni», mi spiega sorseggiando il kawa (tè verde con mandorle tritate e zafferano) Urvashi Butalia, direttrice di “Kali for Women”, la prima e più nota casa editrice di donne in India. Dopo aver dedicato al Kashmir il Diario 2001, questa coraggiosa saggista ha tenuto un lungo tour di conferenze “pacifiste” negli Stati Uniti. «Le donne del Kashmir – musulmane, hindù, sikh o buddiste – possiedono una grande tradizione di lotta e una storia culturale che pochi conoscono. Il loro coraggio e la passione si ritrova nella letteratura, nelle arti e nella poesia. E, fino a cinquant’anni fa, erano presenti anche nella scena politica».
  • Indù e musulmani avevano sempre vissuto in armonia nella regione himalayana e anche l’islam sufi di queste valli era noto per la sua moderazione. Tuttora indù kashmiri condividono con i vicini musulmani l’idea di appartenere a una cultura distinta: kashmiri al cento per cento. Randeep S., il traduttore-filosofo, nel senso che prima insegnava filosofia all’università di Srinagar e poi con tutta la famiglia è dovuto fuggire, ne è convinto: «La nostra comunità era molto integrata e non è stato l’esercito indiano a proteggerci, ma i nostri vicini musulmani. Il vero problema oggi è il fondamentalismo, la politica della religione». Un’estremismo islamico terrorista che ha spezzettato la sua comunità, quella dei pandit (i kashmiri indù), che contava circa 250.000 persone: oggi sono rimasti in cinquemila nella Valle, gli altri sono stati “spinti” a Sud, verso i campi profughi di Jammu.
  • Nell’ultimo Eden fotografato dalle cartoline, il melting pot che era già una realtà per uomini e donne, spesso bellissimi, che nei tratti somatici (biondi, pelle scura, occhi azzurri o a mandorla) rivelavano antichi intrecci tra i popoli dell’Asia Centrale, ha lasciato il posto alle divisioni e agli odii etnici e religiosi: da entrambe le parti si dice che è l’altro a non volere la pace.
  • Difficile immaginare un futuro anche per quei diciottomila civili kashmiri musulmani che, incalzati dagli attacchi delle milizie indiane, hanno attraversato le montagne del Pir Panjal per riparare in una ventina di campi profughi sorti intorno a Muzaffarabad, nell’Azad Kashmir, la fetta del Paese controllata dal Pakistan. Anche qui i funzionari locali si lamentano per il crollo del turismo, perché le vette taglienti e la vallata del Jhelum restano di una bellezza da togliere il fiato. Inaccessibili ormai ai visitatori, come i ghiacciai perenni del Karakoram che hanno visto soldati fronteggiarsi a seimila metri d’altitudine, nella “guerra più alta del mondo”. In questo fazzoletto di terra stritolato dai due giganti vicini (senza considerare la Cina) – che continuano a testare armi nucleari -, divisi solo da una labile linea di controllo lunga 800 chilometri, è in gioco il destino di 12 milioni di persone: i kashmiri, appunto.
(Testo: Marina Misiti – Foto: ilsitodiCaldo)



4 Responses to “Stelle e poesie dal Kashmir”  

  1. 1 Paolo

    Mi sono dimenticato … il pane? … No, un decina di guerre !!!

    Ho letto su “medici senza frontiere” il rapporto annuale sulle crisi umanitarie dimenticate dai media nel 2007.
    Fonte:
    http://www.medicisenzafrontiere.it/msfinforma/comunicati_stampa.asp?id=1651

    Grazie Marina.
    Ciao
    Paolo

  2. Grazie di seguire sempre questo spazio, Paolo. Come si dice, a volte è la guerra ad essere il pane quotidiano…
    vado a vedere la segnalazione, è bene non “dimenticare”. grazie a te,
    ciao, Marina

  3. 3 gabriele

    Grazie per questo commovente articolo, te ne sono grato…. Vado in queste zone zaino i spalla e da solo nel mese di giugno, mi puoi dare informazioni via mail per rendere questo viaggio emozionante e non angoscioso… te ne sarò riconoscente… Baci….

  4. Grazie a te Gabriele, se vai lì vivrai la stessa magia del luogo. Ti scrivo via mail i dettagli, a presto, MarinaM


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