Un viaggio mistico con Natuzza
24 04 2008- Poterla incontrare e intervistare è già stato di per sé un piccolo miracolo e una grande felicità: da anni infatti Natuzza Evolo, la mistica più famosa d’Italia insieme a Padre Pio, riceve sempre meno per via della salute cagionevole. “Se vieni in questo periodo non potrò comunicare con il tuo angelo custode” mi aveva però avvertita per telefono. Né di Quaresima, né di venerdì e soprattutto mai durante la Settimana Santa. Eppure sono quelli i momenti delle stigmate per Natuzza. E io volevo vederle da vicino. Sono i giorni in cui il sangue le trasuda dalle piaghe e fino alla domenica di Pasqua i dolori corporali non danno tregua, facendole rivivere tutte le tappe della settimana di Passione.
- Le stigmate (dal greco stigma, che vuol dire marchio) sono tra i misteri più antichi della religione cristiana. Queste piaghe simili a quelle inflitte a Gesù prima e durante la crocifissione, considerate segni divini, sono comparse dall’inizio del Cristianesimo a circa 350 persone (più di due terzi sono donne) tra cui San Francesco d’Assisi, Santa Caterina da Siena, Santa Teresa d’Avila e Santa Veronica Giuliani. Nel secolo scorso le stigmate comparvero a Gemma Galgani, anche lei santificata e in tempi recenti a padre Pio (oggi San Pio da Pietrelcina) e a Natuzza Evolo, appunto.
- Colloqui con i defunti, bilocazione, visioni della Madonna, emografie: facile di fronte a questi eventi scivolare nel sensazionalismo. Comprensibile allora la sua naturale ritrosia verso certa stampa e tivù italiana che spesso, in questi anni, ha presentato il “fenomeno Natuzza” in chiave miracolistica, finendo per offuscarne quasi la persona e l’opera. Il settimanale su cui ho scritto per anni, era molto interessato a un’intervista e tutti erano entusiasti della proposta. Detto fatto. Ho preso un treno per la Calabria e mi sono presentata a Paravati: sono felice e onorata che abbia accettato di ricevermi. Riporto qui alcuni stralci di quella lunga e intensa chiacchierata…
- L’appuntamento è per un sabato mattina alle dieci nella sua casa di Paravati. Su una collina di uliveti, ai margini della strada statale 18, con l’Aspromonte all’orizzonte e Mileto a meno di un chilometro, sorge questa piccola Lourdes della Calabria. E’ un territorio che è stato abitato per secoli da eremiti e monaci orientali, quello in cui è nata e vive ancora oggi la mistica calabrese. Fortunata Evolo per gli uffici dell’anagrafe, “Natuzza la Santa” per la gente che in tutto il mondo la venera. Milioni i pellegrini che per decenni si sono spinti fino al cuore di questo lembo di terra che divide due mari, in una regione sospesa tra oriente e occidente, tra spinte innovative e mentalità tradizionale.
- Il cancello aperto delimita un complesso di case basse, di colore giallo chiaro, ristrutturato di recente. “E’ qui che sono nata il 23 agosto del 1924, in una di queste casette e cinque anni fa, insieme a mio marito, sono tornata a viverci. Non è stata una scelta casuale, però: il mio angelo custode, un giorno, mi ha indicato esattamente il luogo. E nello spiazzo qui di fronte, in fondo a quella strada che si chiama Viale della Salvezza, mi ha detto che dovrà sorgere una grande chiesa in pietra per accogliere tutti i bisognosi”, mi dirà più tardi Natuzza. All’interno della casa mi colpisce la semplicità degli arredi, l’ordine che regna e la luce riflessa dalle pareti chiare. Al secondo piano, in una stanzetta con il tetto spiovente sono sistemate tre sedie e un tavolinetto nero: è lì sopra che Natuzza si siede quando arriva. Il sorriso dolcissimo e lo sguardo sereno contrastano con l’ansimare dolente della voce. Sofferente di cuore e visibilmente affaticata, non si tira però indietro: “Sento dolore, certo, soffro molto in questi giorni ma solo fisicamente, vedi? – dice usando il tu come se ci conoscessimo da sempre. E mi sembra davvero di conoscerla da sempre - Psicologicamente sto bene, mi sento ottimista: chi ha Dio possiede la gioia, Marina”.
- Da dove cominciamo Natuzza? “Dall’inizio. Avevo sei, sette anni, mai un giorno di scuola, una famiglia poverissima, un padre lontano emigrato in Argentina e già un segreto enorme da custodire: le prime macchie di sangue comparse sui piedi. Non capii subito cosa mi stesse accadendo, così andai dal ciabattino a dirgli che forse mi era entrato un chiodo sotto la suola delle scarpe, ma lui non trovò nulla. Da allora cercai di tenere le piaghe nascoste, solo mio nonno ne venne a conoscenza. Mantenni il segreto anche con la famiglia dell’avvocato Colloca dove andai a servizio a 14 anni”. Finché non divenne evidente… Annuisce a capo chino guardandosi le lesioni insanguinate ai piedi: due fori su ogni caviglia. Sulle ginocchia, invece, si intravedono dei “disegni” a sangue di una precisione incredibile. Le stigmate sui polsi però, soprattutto quelle a forma di croce della mano sinistra, sono coperte dalle maniche del vestito. Intuendo la mia richiesta, Natuzza scopre un po’ le braccia e svela quel sangue rosso scuro rappreso e il simbolo sacro che disegna.
(Estratto dal documentario “Natuzza Evolo di Paravati”, di Luigi M. Lombardi-Satriani e Maricla Boggio (1985). Video: robdean80)
- Un mistero per tutti coloro che hanno cercato di spiegarlo (molti antropologi ci si sono cimentati - vedi video sopra -), ma non per lei: è giovanissima quando ha le prime visioni di Gesù, della Madonna e dei defunti. Per questa medianità particolare verrà sottoposta anche agli esorcismi da alcuni sacerdoti nella vicina cattedrale di Mileto… “A 16 anni mi condussero dal vescovo di Mileto e poi mi chiusero in una casa di cura mentale a Reggio Calabria, dove rimasi un paio di mesi. Mi fecero tante domande e alla fine dissero che ero “isterica” e che tutto si sarebbe risolto dopo il matrimonio, o con l’arrivo dei figli. Dentro di me sapevo bene che non ero io a concentrarmi e a spurgare sangue, era Gesù che decideva di me”.
- Lei però ha avuto una vita “normale”: a 19 anni si è sposata con Pasquale Nicolace, un falegname del suo paese, con il quale ha avuto cinque figli e oggi ha nipoti e pronipoti. Come ha potuto conciliare le sue doti eccezionali con la vita di tutti i giorni? “Confesso che all’inizio non volevo sposarmi, anzi. Pensavo che mi sarei fatta suora: mi erano già apparsi S. Francesco di Paola, la Madonna, cadevo spesso in uno stato di trance, perdevo i sensi e udivo le voci dei defunti. Volevo dedicarmi a Dio. Invece mi hanno quasi costretta al matrimonio e alla fine anche Gesù è apparso per rassicurarmi: curerai la tua famiglia e anche il resto del mondo, mi disse, così potrai essere utile ancora di più. Mio marito e i miei figli hanno sempre compreso che dovevo condividere il dono che avevo ricevuto. Gli dicevo: sono madre di tutti, non sono solo mamma vostra. Presto aprire la porta alla gente è diventato un fatto normale: i più piccoli a volte prendevano il biberon da altre donne, mentre io parlavo con i bisognosi”.
- Come gestiva il suo tempo? Non dev’essere stato facile conciliare tutto questo nella vita quotidiana. “Andavo a letto a mezzanotte, dormivo quattro ore, poi mi svegliavo per preparare il necessario ai miei figli. Dopo, per tutta la giornata, ricevevo le persone”. La ragazza è diventata una signora di ottant’anni, circa, i figli sono cresciuti, “tutti diplomati e sposati”, mi dice con orgoglio, ma il pellegrinaggio alla sua modesta abitazione è continuato fino a poco tempo fa. Dalla mattina alla sera sono passate di qui anche trecento persone al giorno con problemi psicologici, spirituali, fisici, materiali. Ore intere dedicate agli altri, senza mai accettare ricompense, senza un lamento o un attimo di cedimento. Numerose le persone che hanno acquisito una fiducia incrollabile nelle sue capacità curative. “Io non faccio miracoli, ripeto soltanto le cose che mi suggerisce l’angelo custode” sostiene con umiltà. Inutile dirle che le sue diagnosi mediche hanno avuto innumerevoli riscontri in questi anni. E com’è l’Angelo, Natuzza? “E’ come un bambino di 8-9 anni con i piedi sollevati da terra che ci sta accanto”.
- Ma è la comunicazione con i defunti che spinge centinaia di persone al giorno a consultarla. Ognuno porta foto dei propri cari affiché possa riconoscerli incontrandoli nei suoi “viaggi spirituali”, e in genere la mistica di Paravati viene “visitata” da questi defunti che lasciano messaggi per i parenti. E’ lei il tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Una possibilità per recuperare il rapporto interrotto, si direbbe in antropologia. Accanto alle emografie (i disegni col sangue impressi sui fazzoletti), alle stigmate e alla trance, la comunicazione con i morti è stato uno dei “misteri” più seguiti dai telespettatori italiani: in più occasioni ha tenuto incollati al video milioni di persone.
- Negli anni ‘50-’60 qui arrivarono studiosi da tutto il mondo per assistere ai suoi stati di trance e testimoniare dei diversi idiomi in cui si esprimeva in quei momenti. “Ma è dal ’56 che non cado più in trance”, chiarisce Natuzza oggi. E come accadeva? “Non lo so: io ripetevo quello che mi diceva l’angelo, rispondevo al mio interlocutore nella sua lingua, per farmi capire. Tutto qui”, dice con semplicità. Si definisce “una pietra scartata” questa donna umile e spirituale, che ha dedicato tutta l’esistenza agli altri. Nell’87, con il contributo di molti, è riuscita a dar vita a un progetto di assistenza sociale e spirituale per giovani, handicappati e anziani che insieme alla chiesa costituisce un vero e proprio “rifugio per le anime”, futuro luogo di incontro anche per quelle centinaia di migliaia di pellegrini che per alcune festività mariane, a maggio, a giugno e a novembre, arrivano fin qui per renderle omaggio, avvicinarla e pregare insieme. Ha costituito anche dei Cenacoli di preghiera, questa donna dalla vita nascosta e modesta, e allo stesso tempo così straordinaria. Nella sua casa-rifugio vivono già diverse persone anziane e alcuni inservienti. Quando la chiamano dal piano di sotto Natuzza Evolo la veggente, la mistica di Paravati torna ad essere solo una persona normale: “Si è fatto tardi, Marina. Ora vado a preparare il pranzo”, mi dice. Impari così che da queste parti eccezionalità può tranquillamente fare rima con quotidianità.
(testo: Marina Misiti)
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