“La seconda sera sull’isola e mi ritrovo così a pulire i piatti nelle due bacinelle d’acqua (ma non sarà più sano “sprecarne” una terza per togliere veramente il sapone?, mi chiedo, o usare dei più pratici piatti di plastica?), con i capelli lunghi ancora bagnati e pieni di salsedine. Perché odiare la tecnologia a tutti i costi? Il phon inizia a sembrarmi una grande invenzione. Altrettanto dicasi del frigo (che in realtà c’è, ma funziona solo due ore al giorno – quindi è inutile – perché il pannello solare istallato è troppo piccolo).

(Foto: Marina Misiti - Donneconlavaligia)

Almeno il cibo è buono, mi ripeto mentre afferro l’ultima padella dove… ahinoi sta mangiando beatamente un topo. Urla, scompiglio e consiglio di guerra tra chi, praticamente io sola, è per la soppressione dell’ospite e gli altri che sono per la pacifica convivenza con tanto di tana giusto dietro alle mensole della dispensa. “Ma non è possibile mangiare dove si ciba anche il topo”, mi ribello. Perché far finta che tutto questo sia “naturale”? Niente da fare, oltre all’adozione da parte di una degli ospiti (che si dichiara buddista e quindi incapace di far male a una mosca), il topo viene anche battezzato. Scorrazzerà indisturbato per giorni, insieme a un altro animale totemico della tribù: un simpatico gattino. Più anarchico del resto degli abitanti: beve insieme a noi nei secchi d’acqua, mangia indisturbato sul nostro tavolo apparecchiato, dorme nei letti con noi. Mentre io vengo vista sempre più come una eco-terrorista da denunciare alla Lav. Soprattutto quando dopo pasti di verdure e carboidrati propongo una variazione proteica del menu: nientemeno che un pollo adocchiato nel pollaio del paese. Con mia grande sorpresa, un astenuto e due contrari, passa la proposta carnivora. E il povero pollo? stuzzico io a questo punto. Ormai tanto la nomea della snob ipercivilizzata consumista non me la toglie più nessuno. La mia colpa? Aver affittato qualche giorno fa per ben 12 euro una barca con pescatore al timone e tettino ombroso per fare il giro dell’isola: lo stesso che possedere uno yacht con personale di bordo, praticamente. Da allora muso lungo degli eco-amici finto-poveri-per-moda. Né mi sento Jackie Kennedy perché preferisco cambiarmi la t-shirt che lavarla a mano, come fanno gli altri (ma l’acqua, da queste parti, non era preziosa?).

La speranza era quella di passare qualche giorno lontana dalla routine, non di diventare una concorrente di Survivor, o dell’Isola dei famosi, spiego agli amici. Sguardi di disapprovazione. Commenti inaciditi. Poi il verdetto: la vacanza “etico-naturale” non fa per te. Mmmhh… ma siamo sicuri, cari amici, che lo stile di vita alternativo sia per forza questo? O parliamo di un’isola che non c’è? Una moda, un cliché alternativo e in-consapevole? Perché sono io quella che usa l’olio d’oliva come crema (qui avete abbronzanti di tutte le marche), ricicla gli abiti delle amiche, si muove in bicicletta e non spreca mai l’acqua, spiego accalorata. La differenza però è che lo faccio il resto dell’anno. Quando sono a casa. In città”. (Fine – 7)

(Testo e foto: Marina Misiti)