Polonia chic and cool?
Sta per arrivare in Italia dalla Polonia l’amica di valigia che mi ha aiutò per le interviste e le segnalazioni giuste da Varsavia e mi ha appena scritto: Marina, perché non riesco a trovare il reportage che hai pubblicato? Dove lo hai archiviato e quando? Ok, per questo basta cliccare Varsavia in CERCA, ma ho deciso lo stesso in suo onore di ripostare qui parte del testo… (e in fondo trovate anche il link per leggerlo tutto!)
(foto: ndemi)
Chi l’ha detto che Varsavia, Danzica o Cracovia siano città cupe, spente o poco interessanti? Prendiamo una nouvelle vague letteraria, aggiungiamoci una serie di boutique d’avanguardia, festival di visual art e un numero imprecisato d’ipermercati Auchan, Carrefour o Géant, condiamo il tutto con un pizzico di musica rap, e innaffiamo ben bene con una delle decine di nuove marche di vodka, la Chopin per esempio: ecco alcuni degli ingredienti a sorpresa della nuova dieta polacca. Altro che patate, santuari e cantieri navali Lenin (quelli da dove partirono le lotte sindacali di Solidarnosc, per intenderci).
E’ entrato in Europa un Paese in bilico tra Est e Ovest, tra boom economico e nuove povertà, tra vecchi contadini (quasi un quarto della popolazione) che erano contrari all’ingresso nella Ue e nuovi ricchi attratti dal capitalismo occidentale: è una Polonia a due velocità, quella che vedo.
E’ il Paese di una ristretta aristocrazia finanziaria dai nomi impronunciabili, come Gudzowaty, (un impero industriale fondato sul gas), Kulczyk (telecomunicazioni, petrolio, birra), Krauze (informatica, farmaceutica, banche), che vive accanto a quello dei disoccupati (oltre il 18 per cento) e delle centinaia di migliaia di piccole aziende agricole che rischiano sempre più di venire spazzate via dal vento e dal mercato europeo.
“Siamo un libro vivente in cui leggere la complessa e tragica storia dell’Europa, con le sue distruzioni e ricostruzioni: la mia città è rifatta come in un set cinematografico” mi dice Monika, 22 anni, bionda studentessa di cinema a Varsavia. Rasa al suolo durante la seconda guerra mondiale e orgogliosamente ricostruita pietra su pietra (gli architetti si sono ispirati ai dipinti settecenteschi di Belletto, allievo di Canaletto), tanto da entrare nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, la capitale polacca è l’emblema stesso della rinascita del Paese: a Stare Miasto, il centro storico, la piazza principale e gli edifici medievali, barocchi e neoclassici si fondono insieme in un restyling che ha incluso negozi, musei e locali di tendenza, e ne ha fatto la mèta preferita anche del popolo della notte, della frenetica movida giovanile.
(foto: Bea Kotecka)
“Eppure da noi le ferite della memoria fanno ancora sentire il loro peso: la tomba al milite ignoto, i monumenti agli eroi del Ghetto, le statue lungo la Strada reale che scende dal Castello ancora ci commuovono – avverte Monika –. Non pensiate che i sogni della gente ora siano tutti a colori”.
Davanti a una tazza fumante di tè nero un polacco potrebbe rimanere a parlare per delle ore. Di sicuro è uno dei modi per rompere il ghiaccio più facilmente, da queste parti. Per intuire spaccati di vita quotidiana di questi giovani neo-promossi europei, ma anche per cercare di individuare quella che, sulle pagine di un quotidiano storico come la “Gazeta Wyborcza”, è stata definita la “generazione nulla”. Ventenni, come Monika, che vedono la propria cultura ridotta a un caos di messaggi pubblicitari, dove il reale si fonde col virtuale, in una miscela di pregiudizi e risentimenti contro la società e le sue istituzioni.
Ragazzi cinici, passivi e disperati: così sono stati bollati. “Voi in Europa non ci conoscete ancora – si accalora Andrej, il suo ragazzo, biondo come lei e aspirante regista come i grandi maestri del suo Paese… (leggete il resto qui…)
(Marina Misiti)
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