Una volta si chiamavano comuni, ora si dice cohousing e i media ne parlano sempre più: scegliersi i vicini di casa affini, per mettere su una comunità affiatata, con valori condivisi e comodità varie della coabitazione, sta diventando una vera e propria moda, soprattutto in città. Tempo fa mi sono interessata alle ultime comuni ancora esistenti in Italia (che si trovano soprattutto nei piccoli centri o in campagna) e ne volevo realizzare dei reportages, adesso però il fenomeno sembra essersi spostato in città. Ed è ancora più curioso: mi ricorda le Kommunalka russe di cui scrissi qui, dove i giovani hanno appena ripreso a coabitare (questa volta per scelta) nei grandi e per decenni odiati condomini di Mosca o San Pietroburgo, dove un tempo vivevano in “kommunalka” intere famiglie, appunto. I russi in passato ne hanno fatto letteratura, oggi è diventata una tendenza chic per giovani creativi e artisti.
In Italia di progetti con questo spirito ce ne sono in piedi una decina, soprattutto a Milano, dove il primo sarà finito a marzo (una palazzina in condominio in via Ripamonti chiamata “Cosicoh”). “I cohousers variano per età – leggo su “Repubblica” – dai ventenni ai formidabili sessantenni che stanno scegliendosi per andare ad abitare in una villa nel verde vicino a Biella (nel progetto “Acquarius”, hanno l’età per ricordarsi il musical): loro condivideranno un campo di golf lì a due passi, tanti salottini per stare in compagnia, miniappartamenti per stare in libertà e un centro medico perché non si sa mai. Poi ci sono le famiglie sui 40 e i singles per vocazione o di ritorno, che ristrutturano una cascina con filanda nel parco del Ticino (hinterland miracolosamente ancora verde) per usare la corte come ludoteca all’aperto e le cantine per gli acquisti solidali di gruppo”.
Il fenomeno è interessante: chissà se sbarcherà anche a Roma o in altre città. Staremo a vedere. Se conoscete iniziative analoghe nelle vostre città scrivete a DCV. E’ un modo per monitorare da vicino questa sorta di accessibilità e usabilità urbana, una volta tanto, off line.
(Testo e foto: Marina Misiti)
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