Dalle kommunalka russe al cohousing milanese, le nuove comuni chic

18 07 2008

Una volta si chiamavano comuni, ora si dice cohousing e i media ne parlano sempre più: scegliersi i vicini di casa affini, per mettere su una comunità affiatata, con valori condivisi e comodità varie della coabitazione, sta diventando una vera e propria moda, soprattutto in città. Tempo fa mi sono interessata alle ultime comuni ancora esistenti in Italia (che si trovano soprattutto nei piccoli centri o in campagna) e ne volevo realizzare dei reportages, adesso però il fenomeno sembra essersi spostato in città. Ed è ancora più curioso: mi ricorda le Kommunalka russe di cui scrissi qui, dove i giovani hanno appena ripreso a coabitare (questa volta per scelta) nei grandi e per decenni odiati condomini di Mosca o San Pietroburgo, dove un tempo vivevano in “kommunalka” intere famiglie, appunto. I russi in passato ne hanno fatto letteratura, oggi è diventata una tendenza chic per giovani creativi e artisti.

In Italia di progetti con questo spirito ce ne sono in piedi una decina, soprattutto a Milano, dove il primo sarà finito a marzo (una palazzina in condominio in via Ripamonti chiamata “Cosicoh”). “I cohousers variano per età - leggo su “Repubblica” - dai ventenni ai formidabili sessantenni che stanno scegliendosi per andare ad abitare in una villa nel verde vicino a Biella (nel progetto “Acquarius”, hanno l’età per ricordarsi il musical): loro condivideranno un campo di golf lì a due passi, tanti salottini per stare in compagnia, miniappartamenti per stare in libertà e un centro medico perché non si sa mai. Poi ci sono le famiglie sui 40 e i singles per vocazione o di ritorno, che ristrutturano una cascina con filanda nel parco del Ticino (hinterland miracolosamente ancora verde) per usare la corte come ludoteca all’aperto e le cantine per gli acquisti solidali di gruppo”.

Il fenomeno è interessante: chissà se sbarcherà anche a Roma o in altre città. Staremo a vedere. Se conoscete iniziative analoghe nelle vostre città scrivete a DCV. E’ un modo per monitorare da vicino questa sorta di accessibilità e usabilità urbana, una volta tanto, off line.

(Testo e foto: Marina Misiti)





Shopping anni ‘50 a Buenos Aires, il vintage per le globetrotter

17 07 2008

LaValen, amica di valigia del nostro network, blogger e corrispondente da Buenos Aires, mi ha appena inviato questo altro interessante post con foto: una mappa originale e imperdibile!

Gli estimatori degli anni ‘50 non saranno delusi a Buenos Aires. Se l’architettura non offre grandi capolavori, il vintage, originale o rifatto, è una moda dilagante: abiti, calzature e accessori, arredamento, tutto rigorosamente in stile. Il cuore di questa moda è il quartiere di Palermo dove i designer indipendenti si concentrano, stili e mode sono catturati dai trendsetter argentini e dove un enorme mercato delle pulci farà impazzire gli appassionati del genere.


Cominciamo da uno dei miei luoghi preferiti, a pochi passi dal cuore di Palermo, la boutique della marca di scarpe sportive “28 sport”, sconosciuta per ora in Italia ma amatissima da pubblicitari, musicisti e registi argentini; immaginate Salvatores, Vasco Rossi e Ligabue con queste scarpe ai piedi e una collezione nell’armadio da fare invidia a quella di Carrie di Sex and the City. Per lo star system la caccia è all’accessorio unico. E questa marca risponde perché il tuo paio di scarpe, della tua taglia, quello che hai scelto di comprare, beh, quelle scarpe sono solo tue e forse nel  mondo, di un’altra taglia, ci sarà un coreografo francese che le indossa a Parigi o una pubblicitaria tedesca che le mostra orgogliosa alle colleghe di Friburgo.

Se la gita di shopping non entusiasma i vostri compagni, potete tranquillamente lasciarli ad ammirare il piccolo museo di calzature sportive di 28 sport: scarpe da  bowling, pugilato, tennis e scarpe da montagna, una collezione di pezzi originali veramente accattivante. Non esitate a chiedere maggiori informazioni, i proprietari sono cordiali e fanatici di calcio!
Seguendo la nostra passeggiata si trova Fabricas de Bananas, uno spazio che accoglie una selezione rigorosa di disegnatori indipendenti, un café lounge e una sezione dedicata ai complementi d’arredo, come i vecchi televisori trasformati in specchi e le lampade ricavate da frullatori anni 60! (Domestico di Ramiro Cairo). Questi pezzi che mi piacciono da morire sono fatti in edizione limitata proprio perché riciclano gli elettrodomestici che invasero la vita di moltissime famiglie negli anni 50. Per chi passa da queste parti e ha voglia di portarne uno in Italia, confermo che sono trasportabili nella sacca a mano a patto di non aver svaligiato 10 boutiques prima di giungere alla Fabrica! Ma anche se non acquistate nulla, il luogo vale un giro.

Appuntamento al prossimo post da Baires, tutto dedicato al mercato delle pulci di Dorrego, dove gli anni 50, originali, la fanno da padrone indiscusso.

(Testo e foto: la Valen)





Le guide giuste per Buenos Aires

15 07 2008

LaValen, amica di valigia del nostro network, blogger e corrispondente da Buenos Aires, mi ha appena inviato questo utile post con foto.

Sono una fanatica di guide turistiche, giro con almeno tre nello zaino anche se spesso, una volta giunta a destinazione, mi affido ai consigli degli autoctoni più che altro. I miei consigli su Buenos Aires sono un mix tra materiale italiano e guide da comprare in loco.

Timeout è in assoluto la migliore guida disponibile in Italia; è abbastanza leggera per essere comodamente portata sempre in borsa. Nelle edicole della città ne vendono due edizioni l’anno in versione rivista, sempre aggiornate sulle ultime mode e tendenze, purtroppo soltanto in inglese e spagnolo.

Sempre in edicola, una volta giunte a B’aires, la GUIA T è imprescindibile per chi vuole prendere i mezzi pubblici ma soprattutto come cartina tascabile della città che non dà l’aria da turista.

Una guida insolita è “Buenos Aires tiene historia – Once itineraries guiados por la cuidad”, scritta dagli Eternautas, un gruppo di docenti universitari che hanno fondato un’agenzia per l’organizzazione di passeggiate storiche e culturali della città. Il libro è in spagnolo, in vendita nelle principali librerie cittadine.

Per concludere, il ministero delle attività culturali di Buenos Aires ha redatto alcune impagabili guide del patrimonio architettonico di Buenos Aires; sono in vendita presso la sede della Casa della Cultura e in alcune librerie specializzate. Suddivise per aree d’interesse come, ad esempio, il liberty, l’archelogia industriale, i murales, l’architettura moderna, le guide sono accompagnate da comode mappe tematiche della città.

(Testo e foto: la Valen)





Città e moda in stile EDO

8 07 2008

La città con le sue atmosfere cosmopolite, i suoi colori, i suoi ritmi identifica il percorso creativo di Alessandra Giannetti (designer del marchio Edo City, di cui parlai qui nelle MUP) che seguo da tempo con piacere perché realizza abiti rigorosi in splendidi tessuti, sempre in accordo con la fisicità di ogni donna. “Collezioni senza taglia, forme e trasformazioni caratterizzano lo stile di Alessandra - si legge nell’invito allevento di oggi - in un continuo incontro con l’indumento feticcio, l’Hakama, ovvero la gonna giapponese senza taglia, da sempre presente e sempre rinnovata e ripensata nelle più diverse modulazioni.

La pioggia d’autunno. Il blu, il rosso, il beige. E’ nato così il Rain-Wardrobe. La pioggia metropolitana si colora per l’utilizzo sperimentale di tessuti dando vita a quindici outfit. Lino spalmato e impermeabilizzato, sete e canape gommate. Demicouture  espressa da tagli sartoriali,  gioco di volumi e di forme. Ecco gli impermeabili indossati con gonne hakama che si trasformano in abiti, ma anche maxi cappotti dalle forme coraggiose ed esasperate che illuminano le uggiose giornate d’autunno”.

Oggi pomeriggio alle 17.30 per Fashion in Town - AltaRomaAltaModa, parteciperò all’incontro tra due donne e due mondi: Anna Sacconi, artista architetto e Alessandra Giannetti, appunto. “There are colours in your eyes, babe“, ovvero la collezione d’autunno in scatole d’artista, sarà presentata infatti nella sede di Edo City in piazza del Paradiso, 18, a Roma.  Sono molto curiosa di vedere le preziose creazioni contenute in scatole-origami realizzate in esclusiva da Anna Sacconi. Veri scrigni di eleganza. Piccoli viaggi senza tempo per donne con una valigia piena di curiosità… L’evento è qui sul blog Mappe Urbane!

(Cover: Edo City)





Hong Kong Restaurants, consigli per le viaggiatrici

5 07 2008

Carta e penna, ragazze! O salva, copia e incolla, scegliete voi. Da Hong Kong dove vive, Radha, la nostra corrispondente e amica di valigia, ci segnala cinque indirizzi dei ristoranti più interessanti, con menù e descrizione dei locali, per mangiare bene in città e non solo. Da tenere a mente prima di un viaggio in Asia…

Wong Chi Key in Wellington Street n.17, Central (fermata metro Central)
Specialità : il miglior congee della citta’: cioè una zuppa di riso tradizionale cinese accompagnata con carne o verdure o pesce. Offre una varietà unica di congee per qualsiasi gusto; gli ingredienti sono sempre freschi e di giornata.
Ambience: sembra di essere accolti in un salottino con atmosfera di tipo dinastico dell’antica Cina: l’arredo sfrutta il marmo e il legno all’interno di una stanza unica quadrata con tavoli di dimensioni diverse. Se vi va è possible unirvi ai tavoli già occupati!
Servizio: familiare e rapido. Costo: compreso tra 35 e 55 HKD, per porzione.

Hanui Garden, Times Square, 13esimo piano, Causeway bay (fermata metro Times Square)
Specialità: tante, dall’anatra croccante alla soya, alle verdure fresche al vapore, dalla zuppa di pesce piccantina alla crema dolce di fagioli.
Ambience: si sviluppa su due livelli: a) un ampio corridoio con luci soffuse e sedie extra comode e morbide, tavoli da 4-6 posti in uno spazio da Ottocento europeo b) La stanza interna è molto ampia e comprende tavoli più grandi disseminati tra specchiere antichizzate e mobili in stile romantico, il legno scruro predomina e fa da contrasto con la luce brillante degli enormi lampadari di cristallo. Una perfetta fusione tra arredi e cibo di tipo eurasiatico.
Servizio: lussuoso e confortevole, ottimo sia per cene familiari che più intime. Costo: circa 300 HKD a persona.

Ka Kee Restaurant in Central, tel. 2540 8266 – kakeerest@biznetvigator.com (Prenotazione obbligatoria)
Specialità : fritto misto di mare, costolette di maiale in salsa tipica con maionese, zuppa di verdure di cinesi, riso al vapore con carni miste.
Ambience: le pareti sono ricoperte di quadri- poesia a calligrafia cinese (molti scritti a mano dal manager del ristorante); poi ceramiche, armadi e arredi in stile antico di legno, tavoli in marmo, armature di guerrieri e altri soprammobili d’epoca.
Servizio e costo: familiare, prezzi incredibili. Uscirete più che soddisfatti pagando 60 dollari ciascuno. Prenotazione obbligatoria.

Pokka Café: 13 locations in Hong Kong.
Specialità: I gelati e il caffè della casa servito in tazze originali di porcellana finissima. Cucina squisita e varia di tipo occidentale e orientale insieme.
Ambience: la catena di ristoranti si trova disseminata in varie città asiatiche: i salotti sono confortevoli e moderni, spesso con poltrone grandi e un punto bar attrezzato con la macchina da caffè.
Servizio confortevole, e costo dai 150 HKD.

Pasta de Waraku: tutte le locations in Asia
Specialità : pasta e pizza made in Japan: la pizza sempre friabile e con sfoglia sottile viene servita su taglieri di legno; la pasta, a scelta tra spaghetti o fettuccine, viene condita con una varietà interminabile di sapori e combinazioni. Sia calda che fredda.
Ambience: casual dining restaurant, con tavoli e sedie in legno chiaro. Le pareti sono caratterizzate da vetrine con sculture plastiche rappresentanti tutti i piatti di pasta del menu.
Servizio: giovani studenti vi serviranno con attenzione discreta, prezzi di fascia media: 40 HKD per una porzione di pasta.

(Testo e foto: Radha)





Lettonia, la Riga che non ti aspetti

26 06 2008

Avrà anche il salario medio mensile più basso rispetto alle altre due repubbliche baltiche - che è di circa 450 euro in Estonia, 378 in Lituania e di 335 in Lettonia -, oltre a problemi di integrazione con i cittadini di nazionalità russa da risolvere, e ancora gravi minacce di inquinamento ambientale (anche se da qualche se è stato il primo governo europeo guidato da un ecologista, Indulis Emsis), ma la Lettonia, e la sua popolosa capitale Riga, può vantare una delle più raffinate architetture art nouveau d’Europa.

(foto: Bouneweeger)

Non solo, nella metropoli divisa in due dal fiume Daugava che sbocca nel famoso porto “franco” industriale, c’è da scommettere che sarà la vivacità della vita notturna a sorprendere le donne con la valigia che decideranno di visitarla.

Intanto perché l’età media della popolazione, e si vede subito, è tra le più basse d’Europa, poi per l’impressionante numero di inaugurazioni di coffee-shop, ristoranti etnici e disco-pub che la dicono lunga sul nuovo stile di vita di questa spensierata città.

(foto: RK Catch )

Meno riservati dei cugini estoni, ma come loro accaniti lettori di giornali e grandi amanti della musica, gli abitanti di Riga mostrano una predilezione particolare per l’Italia e il suo stile di vita, per la cucina italiana e la pizza in particolare, oltre che per la moda: Palazzo Italia è un megastore di quattro piani con ristorante, food market per gourmet, vestiti e accessori made in Italy, paradiso a portata però solo delle tasche dei neo ricchi locali.

(foto: RK Catch )

La classe media, infatti, qui non si è ancora riformata. La Lettonia, come le sue due vicine, prima del crollo del muro di Berlino non era una nazione autonoma: con l’annessione all’Unione Sovietica decisa alla fine della seconda guerra mondiale, è stata privata d’identità nazionale. Riconquistata l’indipendenza, il Paese ha costruito ex novo istituzioni democratiche di tipo occidentale e un libero mercato.

(foto: paula moya )

“Nella nuova Europa sarà l’economia e non la cultura a dominare, quindi il rischio è che le tradizioni dei popoli più poveri vengano assorbite dalle culture dominanti” mette in guardia la giovane scrittrice lettone Inga Abele, che è tra i 25 autori, uno per Paese, dell’antologia Racconti senza dogana edita qualche anno fa da Gremese. Nonostante il clima rigido e la babele linguistica che rende più difficili gli incontri (tra la lingua russa, quella lettone e l’inglese hanno difficoltà persino loro a capirsi), i giovani abitanti invadono le strade della città tutte le sere, anche d’inverno.

Il momento migliore per noi resta forse l’estate quando è più agevole esplorare la rinata Riga girando a piedi tra i palazzi del centro storico, nelle sue animate stradine pedonali, gustando le recentissime ristrutturazioni delle facciate in puro Jugendstil, che insieme alle splendide ville liberty costituiscono il vero patrimonio del Paese.

Curiosità da non perdere: il museo del comunismo, realizzato in alcune ex prigioni del Kgb, e il Central Tirgus, il mercato centrale, uno dei più antichi ed estesi d’Europa: è ospitato addirittura in cinque enormi hangar destinati un tempo ai dirigibili Zeppelin. Un Paese e una città ancora tutta da scoprire…

(Marina Misiti)





FRESH design a Londra e le città eco-sostenibili made in Italy

23 06 2008

Un piccolo impianto di cogenerazione diventa sul tetto spazio di socialità; una vecchia cava nelle campagne senesi si trasforma in uno stadio; e poi c’è una casa su un  albero nel Parco del Pollino. Sono solo tre esempi dei 41 progetti sostenibili selezionati per  rappresentare l’Italia al London Festival of Architecture 2008, la più innovativa, dinamica, poliedrica manifestazione dedicata all’architettura che si svolge a Londra dal 20 giugno al 20 luglio 2008.

Per questo progetto, che si chiama Sustainab.Italy - Energies for Italian Architecture sono stati  selezionati 41 lavori (…) Tre le aree tematiche: A misura d’uomo, Frammenti attivi di paesaggio, Energie per l’ambiente.

Il Video Sustainab.Italy sarà presentato il 24 Giugno 2008 all’Istituto italiano di cultura a Londra (39 Belgrave Square, h.18.30).  Seguirà  un incontro con architetti italiani e inglesi.
Il 25 Giugno sarà invece inaugurata l’installazione-mostra Sustainab.Italy a Viabizzuno showroom (122 Great Titchfield Street, dal lunedì al venerdì, h. 10.00-18.00, fino al 20 luglio).

Il London Festival of Architecture 2008 è alla sua terza edizione. Il tema del Festival è FRESH! – fresh thinking, fresh talent, fresh approach, fresh air and fresh food.

Nell’arco di quattro settimane, si svolgeranno centinaia di eventi (mostre, performance, installazioni, incontri, dibattiti, laboratori, percorsi, concerti, letture, animazione ecc., in gran parte all’aria aperta) articolati intorno a cinque “hubs”, cinque punti nevralgici della città collegati tra loro da un battello sul Tamigi e da percorsi ciclabili… (leggi tutto su Mappe Urbane Personali)





Piccole nomadi globali crescono

19 06 2008

Vivere ovunque e sentirsi sempre a casa. Di chi parlo? Dei nomadi globali (di cui ho già scritto qui e qui), dei vagamondi, di quelli che affittano uffici condivisi ovunque si trovino, di quelli che alcuni hanno definito TCK’s (da Third Culture Kids): una vita con poche radici e una vasta conoscenza del mondo, della gente e delle lingue. Da quando le maggiori università americane e le multinazionali hanno iniziato ad interessarsi a quella che è stata definita “una generazione vincente” per la versatilità, la velocità di apprendimento e la larghezza di vedute, anche un grande magazine come “Newsweek” gli ha dedicato un’inchiesta e di neonomadi se n’è iniziato a parlare sempre più.

(foto: Marina Misiti)

Partendo da una ricerca realizzata da David C. Pollock e Ruth E. Van Reken (vera e propria guida a una generazione parallela), qualche anno fa intervistai per un settimanale della Mondadori sul quale scrivevo tre, quattro “nomadi globali”: oggi sono centinaia e in costante crescita, e ne incontro in continuazione.

In realtà il termine TCK’s è noto ai sociologi da oltre 40 anni, da quando cioè fu usato negli studi di Ruth Hill Useem sui ragazzini americani che vivevano in India. Nell’ultimo decennio, però, il neonomadismo è letteralmente esploso: le persone abituate sin da piccole a cambiare Paesi, lingua, usanze, scuole, mappe e amici ogni pochi anni, non sono più solo i figli di diplomatici, di impiegati delle organizzazioni internazionali e umanitarie, o di militari. Oggi si viaggia, si cambia Paese, ufficio, amici, ci si disegna nuove “mappe personali” e ci si incontra sul web in community dedicate.

E riviste d’avanguardia, come 7Th Floor, diventano veri e propri luoghi di sperimentazione on e off line di questi nuovi stili di vita globali.

Ho letto da qualche parte che sarebbero quattro le caratteristiche che accomunano questa generazione in movimento: tutti hanno avuto esperienze internazionali e anche oggi tendono a mantenere una dimensione di vita globale; tutti risultano facilmente adattabili e riescono a socializzare in tempi brevi; inoltre sono in grado di mediare nei conflitti meglio dei loro coetanei stanziali; infine, tutti si sentono diversi, ma non necessariamente dei casi isolati.

E se nelle donne esistono ancora maggiori conflitti interni tra il desiderio di stabilità (ed eventuale costruzione di una famiglia) e quello di mobilità, non ne consegue una rinuncia agli spostamenti, quanto piuttosto il rischio di una maggiore instabilità nei rapporti e nelle relazioni sentimentali, che in media durerebbero di meno.

In compenso però le professioni scelte sono caratterizzate da una forte componente creativa e culturale, dato anche l’alto livello di scolarizzazione che raggiungono in molte. Insoma, sempre più donne con la valigia, sempre più donne neonomadi globali…

(testo: Marina Misiti - cover credits: 7Th Floor)





A Vilnius io viaggio da sola

17 06 2008

Vilnius: città decadente e singolare con una scherzosa Repubblica di Uzupis, proclamata nel ’98 dagli abitanti bohémien dell’omonimo quartiere - dove oggi vi si è trasferito anche il sindaco -, con un busto in bronzo di Frank Zappa (l’unico al mondo!), realizzato dal suo fan club rock. E c’è dell’altro: l’ombelico d’Europa, cioè il suo centro geografico, si trova proprio, secondo l’Istituto geografico nazionale francese, in un punto a 25 chilometri a nord di Vilnius, la capitale. Ma che la Lituania sia dei tre Paesi Baltici (vedi il reportage sull’Estonia qui) quello a noi più vicino e più “facile” da vivere, non c’è dubbio. Parola di L., amica del club delle donne con la valigia, che vi ha vissuto per lavoro quasi due anni.

(foto: flavijus)

Merito anche, secondo lei, della grande tradizione teatrale conosciuta in tutto il mondo, che annovera un maestro indiscusso come Eimuntas Nekrosius, e le sue sperimentazioni shakespeariane (ne vidi una spettacolare al Teatro Valle, a Roma, qualche anno fa), o della famosa ambra, oro trasparente del Baltico e vero gioiello d’esportazione.

Ma anche, forse, degli scambi ed eventi musicali che hanno portato negli ultimi anni anche Riccardo Muti e la Filarmonica della Scala ad esibirsi a Vilnius, e la città di Milano ad interessarsi all’arduo recupero dell’antico quartiere ebraico, dove con l’occupazione nazista furono uccisi 80mila ebrei e distrutte le 150 sinagoghe che ospitava, tanto che questa capitale allora veniva chiamata la “Gerusalemme del Nord”.

Vilnius, disegnata anche dai maestri italiani del rinascimento e del barocco, ha una lunga e travagliata storia e vanta la prima università (nel 1579) dell’area baltica, oltre al centro storico più esteso.

Le aree pedonali intorno alla cattedrale, ricche di locali e curiosi mercatini, rendono Vilnius una delle città più fantasiose del centro Europa, e anche la meno cara. Adattissima per ogni ragazza con la valigia che ha un budget ridotto. Basta dare un’occhiata al mercato sulla Pilies gatve, la via del Castello che entra nella città vecchia con le sue botteghe d’artigianato, le esposizioni di quadri e di oggetti d’arte, per farsi un’idea della convenienza di alcuni prodotti. Ma affrettatevi a venire in Lituania se volete ancora trovare articoli a prezzi contenuti: le cose stanno cambiando anche qui rapidamente.

(foto: naftalina007)

Attenzione alla storia: nella piazza principale, la Katedros Aikste, terminava la catena umana formata nell’89 da due milioni di persone che da Tallin a Vilnius si strinsero insieme in segno di protesta contro l’occupazione sovietica. Dopo aver guidato la battaglia per l’indipendenza e aver abbattuto uno ad uno i simboli del vecchio regime (ma le statue mezze decapitate di Lenin e Stalin le trovate ora in un visitatissimo “parco del comunismo” in stile disneyano), il Paese delle cicogne (mi dice L. che qui si trova la più alta concentrazione europea) oggi sogna soltanto un futuro a braccetto con l’occidente.

(Marina Misiti)





Vienna, il Mak e le ragazze con la valigia

8 06 2008
La figlia di una mia amica sta per trasferirsi a Vienna per studiare e ho scoperto che uno dei suoi timori più grandi è che la città sia noiosa e un po’ ingessata…. niente di più sbagliato! forse venti o trent’anni fa quando la vidi per la prima volta, ma non oggi: leggete qui, qui e qui, ho ritrovato una città laboratorio creativo in grande fermento, e per rassicurarla le ho consigliato di rileggersi uno dei reportage che dedicai alla techno-città austriaca. Per esempio questo…
Appena arrivata a Vienna, e per sentirmi subito nel clima “giusto”, ho scelto un nuovissimo albergo che è già di per sé un pezzo d’arte (contemporanea, s’intende). Si chiama Viennart (vedi foto a lato) e non a caso è realizzato secondo un nuovo concetto di ospitalità: la facciata, l’ingresso, ma soprattutto la hall stessa costituiscono un luogo espositivo vero e proprio, dove quadri, luci e istallazioni ti fanno toccare con mano quello che Vienna poi ti riserverà. La collocazione strategica, inoltre, lo rende un indirizzo ideale. Posata la valigia, dunque, sono uscita immediatamente con un unico obiettivo: raggiungere l’MQ, ovvero il nuovo (è stato inaugurato da pochi anni e visitato già da oltre tre milioni di persone) MuseumsQuartier e il suo immenso centro culturale.
All’entrata leggo che si tratta di sessantamila metri quadrati suddivisi in 40 strutture con musei, fondazioni e centri di ricerca costruiti negli spazi delle ex scuderie imperiali. Entro nel primo cortile e l’immagine dei classici musei viennesi, dall’Albertina alle Belle Arti, sembra appartenere a secoli fa. Qui due grandi edifici cubici costruiti “su misura” per le eccezionali collezioni d’arte che ospitano, si impongono immediatamente alla vista, come due gioielli preziosi. A destra la pop art della Ludwig Foundation esposta sui cinque piani di un edificio grigio scuro di pietra lavica con feritoie alle pareti; a sinistra, in pietra calcarea del Danubio, sorge il palazzo del Museo Leopold dedicato a Schiele, Kokoschka e Klimt. Qui i lavori artistici non devono adattarsi all’ambiente come avviene negli altri musei: piuttosto è il contrario.

La nuova Vienna è davvero un laboratorio creativo in grande metamorfosi, mi ritrovo a pensare mentre sorseggio un aperitivo tranquillamente seduta su una seggiola artistica in cartapesta nell’eccentrico Das Mobel (vedi foto accanto): caffetteria-showroom dove si beve, si mangia e si possono acquistare tutti i pezzi del mobilio, dalle lampade alle sedie, perché in vendita sullo stesso listino prezzi del menu: un modo originale per esporre e magari favorire l’acquisto di pezzi unici realizzati dai giovani artisti locali, non c’è che dire.  D’altra parte mi trovo nel cuore di Spittelberg, in quello che oggi è considerato il quartiere bohémien della città. Tranquillo e perfetto per passeggiare da sole: sulla collina si snoda un reticolo di strade e stradine dove hanno aperto nuovi caffè con tavolini all’aperto, sempre pieni (soprattutto la notte) di giovani studenti. Qui mi soffermo a fotografare alcune vetrine di boutique di moda che mi appaiono come dei piccoli quadri d’esposizione: da quando sono arrivata tutto sembra parlarmi con il linguaggio universale dell’arte nelle sue molteplici declinazioni. Così decido che domani farò tappa al Mak, il Museo di arti applicate, che ha ospitato tra gli altri anche una celebre mostra su Zaha Hadid, l’architetto anglo-irakena famosa ormai in tutto il mondo per le linee audaci delle sue opere: è lei che tempo fa inaugurò una serie di incontri, durati diversi mesi, che hanno portato nella capitale austriaca le maggiori esponenti femminili dell’architettura mondiale. Un programma intenso per il Mak che con questo taglio ha voluto evidenziare la visione, le idee e le varie sperimentazioni più o meno legate a un’estetica di genere.

Intrecciare arte e divertimento sembra essere la filosofia che regna in questi ultimi anni a Vienna, mi spiega con un certo orgoglio la studentessa d’arte che siede accanto a me al tavolo anni Cinquanta del trendissimo Café Pruckl, un’istituzione per intellettuali e giovani impegnati. Accanto alle immancabili stecche con i quotidiani internazionali trovo le brochure con gli appuntamenti imperdibili del weekend: indirizzi e orari di recite, concerti, esposizioni fotografiche. Una montagna di appuntamenti. Ad incuriosirmi però è un tour organizzato ai cantieri aperti che stanno realizzando progetti d’avanguardia: torri, stazioni, siti di archeologia industriale che subiranno nuove metamorfosi ipertecnologiche. Un giro per la città del futuro con tanto di guida! E’un’idea incredibile e suggestiva. Così anche lo shopping, più tardi, diventa un viaggio alla scoperta di una città ancora sottovalutata dai più. Fiuto femminile? Ammettiamolo: qui scegliere tra le mille sfumature di colore delle stoffe di seta in vendita all’emporio India, può diventare un’appagante esperienza estetica. Per ore poi ho fatto un’abbuffata di gallerie supermoderne, post-avanguardia ecc. ecc. dalla Konig alla Senn fino alla minimalista e sobria Klaus Engelhorn 22, gli showroom più glamour del momento. Da due giorni, infine, evito accuratamente i luoghi classici della Vienna formato cartolina - quella dei palazzi imperiali, delle gite in battello sul Danubio, delle carrozze d’epoca parcheggiate di fronte al pur splendido Duomo in Stephanplatz -, che pure c’è ed anzi è ancora presa d’assalto dalla maggior parte dei turisti. Ma non rimpiango il diverso itinerario che ho scelto (con l’unica eccezione di una visita lampo alla casa-studio di Sigmund Freud, a suo modo altro grande innovatore), perché la città stessa sembra aver scommesso oggi su nuovi stili, impegnata com’è a riprogettarsi, a creare ponti di conoscenza tra antico e contemporaneo.
(Testo e foto: Marina Misiti)




Sex and The City, amori e tacchi a spillo a New York

5 06 2008

Benvenuti nell’era dell’anti-innocenza, nessuno fa colazione da Tiffany e nessuno ha storie da ricordare. Facciamo colazione alle 7 e abbiamo storie che cerchiamo di dimenticare il più in fretta possibile. L’autoconservazione e concludere affari hanno priorità assoluta… Cupido ha preso il volo dal condominio. Come ci siamo finite in questo pasticcio? Sono a migliaia le donne così in città, forse decine di migliaia, le conosciamo tutte e tutti pensiamo che siano fantastiche, viaggiano, pagano le tasse, spendono 400 dollari per un paio di sandali all’ultimo grido e sono sole. (…) Era così? Le donne di NY stavano davvero rinunciando all’amore, stavano diventando potenti?

… esordiva più o meno così Carrie Bradshaw nei primi episodi cult di “Sex and the City“.

Dopo sei incredibili serie, un famoso tour per le vie di NYC, fan-blog (anche in italiano), fashion-merchandising vario firmato Patricia Field (la stylist), mesi di trailers e gossip-anticipazioni, è arrivata l’ora del film (cui, si è appena saputo, è seguito anche un libro fotografico sul dietro le quinte del set). Appena uscito, sono corsa a vederlo, insieme a… tre uomini! Ebbene sì, con le amiche ci tornerò, prima però volevo gustarmi commenti, risatine, occhiatacce da parte di chi, forse, non conosceva intimamente la serie (e questo film ne è davvero la conclusione, quasi tre-quattro episodi insieme, con un po’ meno verve e meno personaggi interessanti intorno, ma molti, molti cambi di abito da adocchiare e annotare) e, forse, non si aspettava nemmeno la mia curiosità e l’entusiasmo per quella che considero una delle serie tivù più innovative degli ultimi anni, scritta e interpretata magicamente, e proprio per questo imperdibile oggi al cinema. E passi poi se lo sia più per il fenomeno che per il film in sé, che non funziona così bene: a volte bastano le storie, il casting, i dialoghi e gli abiti giusti, o un paio di Manolo Blanik per stimolare il nostro immaginario e… avere successo al botteghino!

(testo: Marina Misiti - foto: Trend & The City)





Israel Vibration: è movida!

3 06 2008

Una “City” giovane che ha voglia di vivere e divertirsi: ecco la Tel Aviv che ho ritrovato sfogliando le pagine di Viaggiando, il periodico di viaggi di una piccola e coraggiosa casa editrice (La Traccia) che ogni mese sfida in edicola i grandi gruppi editoriali. Il reportage da Israele di Patrizia Bertolotti e Francesco Garufi, è diviso tra “night and day” e ci guida nei due cuori di una città su cui ho già scritto qui e qui e che ho amato molto, soprattutto per la sua gente e la vitalità che dimostra. E’ difficile spingere lo sguardo al di là degli stereotipi - come, in questo caso, parlare di Israele e del desiderio di colori, musica, leggerezza e pace dei “telavivien”, del loro vivere 24 ore su 24 per esorcizzare la tensione o dell’anima femminile di Giaffa - ma quando qualcuno si impegna e lo fa, è bene segnalarlo, vi pare?

(testo e foto: Marina Misiti)





Spezie, tè, Bosforo e vapori

1 06 2008

Una sala da tè turca, gli odori pungenti di spezie dei suoi bazar, un affaccio sul Bosforo, i vapori tiepidi dei suoi hammam: è così che volevo “vivere Istanbul” per riscoprire lentamente le atmosfere perdute di questa città sospesa tra Europa e Asia. Ci sei stata, ne hai scritto? mi chiedeva tempo fa un’amica.

(foto: Prof-B)

Sì e ne ho parlato più volte, anche in questo blog-zine, segno evidente che per me oggi Istanbul non è solo una mèta turistica alla moda. E’ Costantinopoli, è Bisanzio, è l’impero ottomano, ma è anche tutto il nuovo, il fermento di modernità che la sta attraversando fin nelle viscere: una metropoli da girare a piedi nei quartieri meno conosciuti lungo il Bosforo, ma da vivere anche dentro i più trendy locali di Taksim, il quartiere alla moda (molto occidentale!) amato dai giovani studenti.

La prima tentazione che ho avuto è stata quella di perdermi dietro ai sapori, ai colori e agli odori che emanano le bancarelle del Misir Çarsisi, il “bazar egiziano delle spezie”, mèta di buongustai a caccia di formaggi tipici, peperoncino, pistacchi, zafferano, caviale proveniente dall’Iran e dall’Azerbaigian, oltre a caffè (kahve) tostato e macinato in loco e alle più preziose varietà di tè nero (çay, pronuncia “ciai”): faccio incetta così di pacchetti rosso-viola di tè da riportare in Italia e pistacchi da sgranocchiare in giro. Amo i mercati e sono la mia prima tappa in ogni luogo che visito in giro per il mondo.

Sorseggiando ayran, un miscuglio di acqua e yogurt, mi gusto le foglie di vite farcite di verdure e riso pilaf: nelle viuzze laterali di Istiklal Caddesi fino a Beyoglu, si gustano le migliori specialità dei popolari spiedoni rotanti intorno ai quali vengono infilzate carni di manzo, agnello o tacchino, marinate con succo di cipolla, limone, latte e spezie. Mangio in piedi per non rinunciare alla pausa pomeridiana nei gazino, i caffè con giardino.

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(foto: © Marina Misiti)

Vado a scrivere al Cafe Pierre Loti sulla collina, a Eyup: seduta ai tavolini sotto gli alberi, mi sento una viaggiatrice di altri tempi: la vista sul Corno d’Oro è mozzafiato; i turisti vocianti a pochi passi da me, mi riportano alla società globalizzata che inghiotte tutto, miti, simboli, storia in un bel boccone all-inclusive. Spero in un po’ di pace nel Maiyet Kosku, un antico edificio imperiale nel parco intorno al palazzo Dolmabahce, trasformato in sala da tè, oppure a Sultanahmet nel “giardino mistico tradizionale”, gestito dall’Unione dei proprietari delle opere di scienza e letteratura: l’Ilesam Lokali. Fumare narghilè è una delle attrazioni in questo caffè all’aperto. Atmosfera magica.

Ma all’ora di cena l’amica che mi ospita mi ha dato appuntamento ad Ortakoy, una specie di quartiere latino degli artisti sulla sponda europea, pieno di ristoranti e locali, non troppo distanti dai meravigliosi, vecchi Yali in legno che sorgono direttamente sull’acqua. A cena, alcuni suoi amici mi indicano indirizzi di bagni a vapore di quartiere da provare assolutamente: Kadirga Hamami e Gedikpasa Hamami. Autentici e sconosciuti ai più. Prendo nota sul taccuino. Li proverò. Ma in cima alla lista ho segnato il bagno turco più affascinante, quello inaugurato nel 1741: il Cagalogu Hamami in Yerebatan Caddesi. E pazienza se è in tutte le guide internazionali. E’ comunque un tuffo nella magia di questa città indimenticabile.

(Marina Misiti)





Avere 20 anni a Tokyo oggi…

26 05 2008

Destinazione: Torre 109, il megacentro commerciale sulla via Sentagai di Shibuya, il quartiere pulsante di Tokyo. Una città nella città. ll Giappone già nel futuro rispetto all’altro di cui ho parlato qui, qui e anche qui. Un punto nevralgico, secondo me, per cercare di capire la gioventù giapponese. Da qualche anno, anche il luogo di ritrovo più amato dalle diverse tribù metropolitane: prima con le kogyaru e le ganguro girls, le studentesse con i lunghi capelli tinti, vestite con zatteroni e minigonna comparse alcuni anni fa, oggi con le cosplay (Costume + Play), ovvero la pratica dell’indossare un costume che rappresenta un personaggio-icona e interpretarne il comportamento e i gesti.

(foto: e-chan)

Accantonato l’uniforme alla marinara, per diverso tempo un must della sensualità giapponese, accorciate le gonne o gli shorts, le teenagers dal look originale, si muovono sempre in branco. Su e giù per i marciapiedi, davanti alle vetrine dei negozi, si scrutano, si osservano e si esibiscono. Uno stravagante esercito di ragazzine che gareggiano tra loro, sfoggiando costosi zainetti firmati sopra magliette di seconda mano.Entrano ed escono dagli enormi shopping center, dalle boutique italiane, dai bar alla moda, offrendo alla vista dei curiosi, look sempre più stravaganti. Anche il blog di Mandarina duck affidato alla giovane creativa Ducky lo monitora costantemente: “Non ci vuole tanto per capire che lo street-style di Shibuya è disinvolto e irriverente - scrive -. Qui è nato il “Layered Style” ovvero la moda a strati: stili e capi diversi si sovrappongono a creare un mix unico. Stile adottato dalle Moga (le Modern girl) che si possono incontrare in giro per i quartieri più fashion come Harajuku, Aoyama, Shibuya, Shinjuku e Daikanyama. I miei viaggi di ricerca - scrive ancora Ducky - sono una fonte inesauribile di idee da cui trarre nutrimento per la fase concept. Celebri sono le Harajuku girls, già immortalate nella musica di Gwen Stefani, diverte il loro mescolare di capi e di stili diversi: vestiti tradizionali giapponesi e capi firmati insieme”.

Sanno di essere più di una tribù, queste ragazze: rappresentano uno stile di vita. Opposto, probabilmente, a quello codificato e seguito dalla maggior parte dei connazionali. Originale, eccessivo, antagonista in un certo senso, come la street culture che rappresentano. E la strada allora diventa il loro palcoscenico preferito. I neon colorati e accecanti delle insegne, le musiche che rimbombano fuori da ogni negozio, sono i riflettori e lo sfondo per le loro esibizioni. Qui, ad uso e consumo dei passanti, gruppi vocianti di ragazze si accovacciano in pose sexy, si truccano, si fotografano e si fanno fotografare. La loro filosofia sembra essere: meglio apparire eccessive, essere additate come volgari e bizzarre, che accettare la mediocrità della loro vita.
«Oggi sono le ragazze in Giappone a incarnare le speranze (o gli incubi) del mutamento sociale. Le giovani sono feticizzate come metafora del consumo», sostiene Alessandro Gomarasca nel suo illuminante saggio sul Giappone contemporaneo, La bambola e il robottone (Einaudi).

(foto: e-chan)

Tra un giro di shopping e l’altro, tra una seduta dal manicure e un’altra dal parrucchere, queste ragazze “mascherate” si scambiano email e immagini dai telefonini, per darsi appuntamento per la sera. La scelta, a Shibuya, è praticamente infinita: a metà strada tra le atmosfere di Blade Runner e Disneyland, fast food, pizzerie, locali techno, karaoke e manga bar, straripano nelle vie tappezzate da giganteschi manifesti e videoclip pubblicitari. Ma è il ballo che sembra essere ora la vera ossessione di queste giovani. Oltre alla musica pop made in Japan. Così, per la prima volta, agli angoli delle strade, musicisti nippopunk si esibiscono senza vergogna. Non fanno parte dei “perdenti” della società, degli “evaporati”, come vengono definiti qui i barboni senza fissa dimora, o gli ex impiegati che hanno perso il posto fisso e sono stati cacciati dalle famiglie per la vergogna. Loro, i musicisti da strada, insieme alla variopinta folla che popola le vie del quartiere, sono i nuovi “nomadi del suono”. Creano e subiscono i mille stili di strada cui tutto il mondo fashion oggi fa riferimento.

(foto: e-chan)

Dieci anni di black out economico, infatti, non hanno intaccato il primato di un Giappone-laboratorio creativo di mode e stili del futuro. Piuttosto, hanno modificato la mentalità delle nuove generazioni. Delusi dalla dedizione al lavoro dei loro padri, i giovani sono sempre più decisi a sfogarsi “qui e ora”. Lavoretti part-time e occasionali prestazioni sessuali con uomini, servono alle liceali per comprare le griffe più note, gli accessori più tecnologici.
A un occidentale queste giovani possono sembrare uno sciame colorato di ragazzine in stile Barbie-sexy, ma le loro acconciature si ispirano ad eroine dei fumetti manga come Sailor Moon. Gli accessori, i peluche e le pose infantili, fanno il verso a Hello Kitty o a Heidi. Finita la fascinazione per la cultura americana, sembra essere esplosa la nippomania. Sono i protagonisti dei cartoni giapponesi insomma, a dettare il nuovo look. Ci si veste, ci si muove, si pensa e si sogna come le eroine di questi fumetti. Fantasia e realtà si confondono. E non saprei dire se tutto questo sia solo una spia di disagio adolescenziale o piuttosto una vera e propria strategia per preservarsi dall’alienazione, dall’apatia e dalla violenza che sembra aver colpito i giovanissimi oggi. E c’è già chi giura che anche il fenomeno Cosplay sia al tramonto e che nuove figure e mode siano già all’orizzonte.

(Marina Misiti)





E-stonia: giovani, carini e… occupati

24 05 2008

Perdersi nelle fiabesche stradine a ciottoli della città vecchia di Tallinn, attraversando le basse volte medievali, è già un’esperienza indimenticabile. Ma lo è ancor più salire a piedi verso la città alta, il suo castello e la cattedrale russo-ortodossa, raggiungere la casa dei fantasmi (in Luhike jalg, 70), e da lì uno dei tanti punti dove gustarsi l’originale panorama fatto di torri tonde con i tetti rossi a punta di matita (se ne contano almeno una sessantina).

Nella bella stagione, quando non fa mai buio e le strade sono piene di gente, tappa d’obbligo per gli appuntamenti tra ragazzi sono i caffè con i tavolini all’aperto che si affacciano sull’incantevole piazza del municipio: ieri cuore mercantile della città, oggi con i suoi locali centro della vita sociale e culturale della nuova Tallinn europea.

Non distante dalla piazza hanno aperto concept store come Nu Nordic, o risto-wine bar di tendenza come Pegasus. Kristiina Juures, patriottica e orgogliosissima artigiana estone venticinquenne, lavora nelle vicinanze.

(foto: Rob Gale)

“E’ qui che voglio vivere, non ho mai pensato di andare all’estero - mi dice -. E’ nella mia città che ho potuto iniziare giovanissima una mia attività. Come popolo abbiamo molto sofferto ed è già un miracolo che non ci siamo estinti, basta vedere la lingua: oggi nemmeno la metà della popolazione la parla. Credo sia giusto proteggerla, come sta facendo il nostro ministero della Lingua, e continuare a tramandarla. Prima parlavamo il russo e il tedesco, adesso l’inglese: e l’estone? Con i sovietici abbiamo rischiato di perdere le nostre radici e adesso, finalmente liberi, abbiamo l’occasione di riappropriarci della nostra identità”.

Dopo mezzo secolo di buio sovietico, con relativo retaggio di anonimi casermoni periferici e inquinanti centrali a carbone, gli estoni dall’indipendenza del ’91, ottenuta letteralmente “cantando” in coro davanti alle truppe russe, hanno fatto passi da gigante per tornare a casa, per entrare nel grande mercato delle occasioni targato Ue, per essere di nuovo gli “europei del Nord”.

Così l’E-stonia, come viene ormai chiamata, vista l’invasione del web dalle case fino all’e-kabinett governativo con le sue 18 postazioni hi-tech per i ministri (una per tutte: Skype è nato qui), è entrata nella famiglia allargata europea qualche anno fa, già con le tessere sanitarie elettroniche, i documenti rigorosamente on line, le web-dichiarazioni dei redditi e il voto via internet. Partito dai giovani il “salto della Tigre” nella società estone (che già vanta l’invidiabile primato mondiale nel numero dei lettori e biblioteche) è praticamente compiuto: l’ambizioso progetto di informatizzazione delle scuole, avviato nel ’96-’97 dalla fondazione Tiger Leap appunto, ha trasformato la più piccola delle repubbliche baltiche (vedi il reportage dalla Lituania qui) in un paradiso della rete.

(foto: Rob Gale)

Persino “Newsweek” l’ha definita una delle città più all’avanguardia del mondo per design e innovazione. Il merito è della sensibile e giovanissima (tra i 30 e i 40 anni) classe dirigente al governo che, per favorire gli investimenti stranieri nell’hi-tech, soprattutto di colossi elettronici come Nokia ed Ericsson, ha anche abbassato le tasse.

Né è stato trascurato il settore turistico (oltre quattro milioni di visitatori l’anno) con le ristrutturazioni di edifici storici e la creazione di link e portali per i viaggiatori: gioielli come Tallinn, la scenografica capitale per l’Unesco già Patrimonio dell’Umanità, Tartu ovvero l’Atene del Nord con la sua movida universitaria, o le 1521 isole del golfo di Finlandia dove l’estate non tramonta mai il sole, sono gli ultimi, ghiotti acquisti, dei tour operator internazionali.

(Marina Misiti)





Polonia chic and cool?

20 05 2008

Sta per arrivare in Italia dalla Polonia l’amica di valigia che mi ha aiutò per le interviste e le segnalazioni giuste da Varsavia e mi ha appena scritto: Marina, perché non riesco a trovare il reportage che hai pubblicato? Dove lo hai archiviato e quando? Ok, per questo basta cliccare Varsavia in CERCA, ma ho deciso lo stesso in suo onore di ripostare qui parte del testo… (e in fondo trovate anche il link per leggerlo tutto!)

(foto: ndemi)

Chi l’ha detto che Varsavia, Danzica o Cracovia siano città cupe, spente o poco interessanti? Prendiamo una nouvelle vague letteraria, aggiungiamoci una serie di boutique d’avanguardia, festival di visual art e un numero imprecisato d’ipermercati Auchan, Carrefour o Géant, condiamo il tutto con un pizzico di musica rap, e innaffiamo ben bene con una delle decine di nuove marche di vodka, la Chopin per esempio: ecco alcuni degli ingredienti a sorpresa della nuova dieta polacca. Altro che patate, santuari e cantieri navali Lenin (quelli da dove partirono le lotte sindacali di Solidarnosc, per intenderci).

E’ entrato in Europa un Paese in bilico tra Est e Ovest, tra boom economico e nuove povertà, tra vecchi contadini (quasi un quarto della popolazione) che erano contrari all’ingresso nella Ue e nuovi ricchi attratti dal capitalismo occidentale: è una Polonia a due velocità, quella che vedo.

E’ il Paese di una ristretta aristocrazia finanziaria dai nomi impronunciabili, come Gudzowaty, (un impero industriale fondato sul gas), Kulczyk (telecomunicazioni, petrolio, birra), Krauze (informatica, farmaceutica, banche), che vive accanto a quello dei disoccupati (oltre il 18 per cento) e delle centinaia di migliaia di piccole aziende agricole che rischiano sempre più di venire spazzate via dal vento e dal mercato europeo. 

“Siamo un libro vivente in cui leggere la complessa e tragica storia dell’Europa, con le sue distruzioni e ricostruzioni: la mia città è rifatta come in un set cinematografico” mi dice Monika, 22 anni, bionda studentessa di cinema a Varsavia. Rasa al suolo durante la seconda guerra mondiale e orgogliosamente ricostruita pietra su pietra (gli architetti si sono ispirati ai dipinti settecenteschi di Belletto, allievo di Canaletto), tanto da entrare nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, la capitale polacca è l’emblema stesso della rinascita del Paese: a Stare Miasto, il centro storico, la piazza principale e gli edifici medievali, barocchi e neoclassici si fondono insieme in un restyling che ha incluso negozi, musei e locali di tendenza, e ne ha fatto la mèta preferita anche del popolo della notte, della frenetica movida giovanile.

 

(foto: Bea Kotecka)

“Eppure da noi le ferite della memoria fanno ancora sentire il loro peso: la tomba al milite ignoto, i monumenti agli eroi del Ghetto, le statue lungo la Strada reale che scende dal Castello ancora ci commuovono – avverte Monika –. Non pensiate che i sogni della gente ora siano tutti a colori”.

Davanti a una tazza fumante di tè nero un polacco potrebbe rimanere a parlare per delle ore. Di sicuro è uno dei modi per rompere il ghiaccio più facilmente, da queste parti. Per intuire spaccati di vita quotidiana di questi giovani neo-promossi europei, ma anche per cercare di individuare quella che, sulle pagine di un quotidiano storico come la “Gazeta Wyborcza”, è stata definita la “generazione nulla”. Ventenni, come Monika, che vedono la propria cultura ridotta a un caos di messaggi pubblicitari, dove il reale si fonde col virtuale, in una miscela di pregiudizi e risentimenti contro la società e le sue istituzioni.

Ragazzi cinici, passivi e disperati: così sono stati bollati. “Voi in Europa non ci conoscete ancora – si accalora Andrej, il suo ragazzo, biondo come lei e aspirante regista come i grandi maestri del suo Paese… (leggete il resto qui…)

(Marina Misiti)





Il neonomadismo? Uno stile di pensiero più che uno stile di vita

16 05 2008

Saltabeccando qua e là sui numeri scaricabili online di “7th floor“, uno dei magazine più interessanti in cui mi sono imbattuta negli ultimi anni (progettato e diretto da Andrea Genovese, editore, imprenditore e organizzatore anche del co-working a Roma, l’ufficio condiviso per nomadi professionisti di cui ho parlato qui), ho trovato uno stimolante intervento di Francesco Morace (e vi consiglio di dare un’occhiata anche al suo Future Concept Lab) sui neonomadi di oggi. Cioè su molti, moltissimi di noi. Le sue considerazioni disegnano nuove “geografie” mentali, ampliano le nostre mappe e sono ricche di spunti. Ne riporto alcuni brani, ma per leggere tutto l’articolo cliccate su “7th floor“, numero 5. E visto che ci siete, date un’occhiata anche al resto del magazine: ne vale proprio la pena!

(Foto: Marina Misiti)

“La postmodernità - scrive Morace -, ci ha abituato a considerare l’uomo contemporaneo attraverso la metafora del nomade: egli è costantemente in cammino, attraversa “flussi” di realtà, di pensiero, di situazioni che mutano facilmente; è sulla cresta dell’onda, ascolta ed è presente nel mutamento e nella trasformazione. Oggi scopriamo che il viaggio presuppone un’abitare: il proprio corpo, la propria casa, i luoghi della propria identità. L’unica certezza che il soggetto contemporaneo può ottenere e su cui può progettare è la presenza a se stesso, l’accettazione di un nomadismo che è interiore prima ancora che un modo di vivere nella società. (…)

“Il concetto di viaggio e di neo nomadismo ha avuto un peso rilevante negli scenari di immaginario e di consumo degli ultimi anni, legandosi spesso al mondo delle nuove tecnologie, che hanno sicuramente fornito un impulso essenziale alla diffusione di informazione e di strumenti in grado di abbattere barriere fisiche e mentali. Il viaggio è oggi più che mai al centro della struttura dell’immaginario collettivo, ma mira al conseguimento di un percorso individuale molto più intimo di un tempo, meno avventuroso in chiave classica, ma più arricchente in termini di esperienza e di crescita. Quindi più domestico, più legato all’idea di cerchio vitale. Nello stesso tempo il nomadismo diventa uno stile di pensiero, e sempre meno uno stile di vita che si porta dietro stress, brucia eccessive energie, non permette serenità. In questa nuova direzione il viaggio diventa o molto lento, o molto veloce, e l’imprevisto viene identificato come un valore da riscoprire, un’opportunità da cogliere. La rivalutazione di mezzi lenti e meditativi come il treno, la bicicletta, o addirittura il camminare, rappresentano in questo senso esempi emblematici, che ripropongono l’idea del corpo come ambiente domestico che viaggia.

“Contemporaneamente, sulla stessa onda concettuale si consolida il revival del mito dell’on the road, ripreso dall’immaginario collettivo attraverso una reinterpretazione personale sul piano attivo (vagabondaggio geo-culturale) e mentale (letteratura da viaggio). I grandi viaggiatori del passato remoto o più vicino, diventano emblemi di uno stile di vita da emulare, anche solo come predisposizione mentale da trasportare poi nella propria dimensione quotidiana: le case si arricchiscono di ricordi di viaggio e di “memorie di strada”…





N.Y. un blog per il Metropolitan

12 05 2008

Interessante l’iniziativa del Metropolitan Museum di New York. La mostra in questione ha chiuso i battenti da qualche settimana, ma l’idea resta ed è destinata ad avere un seguito e molti “ammiratori”. Leggete qui…

“Il Metropolitan Museum of Art vorrebbe sapere che cosa ne pensate della loro ultima mostra: The Costume Institute, e la vuole condividere con il mondo intero. Grande iniziativa quella del museo newyorkese che ha abbracciato la filosofia dei blog! Su blog.mode: addressing fashion si può vivere infatti la mostra lasciando un commento da uno degli otto computer presenti nelle gallerie del museo.

Ognuno di noi può leggere cosa hanno da dire su un abito di jersey nero di Commes de Garcon del 1983, o un paio di stivaletti progettati da Damien Hirst e Manolo Blahnik”. (Fonte: Style&Fashion Blogosfere)

Se eravate a NYC ad aprile potevate visitate la mostra, altrimenti ora la si può trovare ancora sul blog!





Nuovi nomadi globali? Appuntamento su janera.com

4 05 2008

Lei si chiama Janera Sorel, proprio come il sito che ha lanciato (dopo prestigiosi studi in economia). Scopo? Rendere accessibili nozioni economiche e non solo, finora pane quotidiano per intellettuali, ma cibo precluso alla gente comune. Di qui l’idea della globe-trotter nata nelle Antille olandesi, studi negli States e a Londra, di un salotto online, un web-magazine con tanto di social network e blog dedicato alla “globalizzazione comprensibile”.

Punti di vista non omologati, apertura alla diversità, confronto e condivisione delle diverse esperienze tra gli utenti-nomadi. Sì, perché i frequentatori di questo spazio sono sempre di “passaggio” in qualche luogo del mondo e mai con dimora fissa, parlano tre, quattro lingue e si “sentono” moderni nomadi. Sono quelli che vivono la globalizzazione più da vicino, nella quotidianità. E, ogni tanto, si ritrovano anche off line: Janera infatti organizza anche delle cene-evento in varie città del mondo (anche in Italia, a Roma), happening tematici in cui si discute di temi mai banali. Vale la pena di curiosare in questa “piazza” virtuale e ascoltare la voce dei “nomadi globali”, vi pare?

(Testo: Marina Misiti)





AAA. Uffici per nomadi cercasi

30 04 2008

Avendo lavorato tanti anni anni come freelance, e tra l’altro spesso in giro per il mondo, mi ha subito incuriosita una notizia vista in tivù su Neapolis: il servizio in realtà era su “7th Floor“, innovativo free press la cui redazione è all’interno di un co-working da poco nato a Roma, in via Lima, ai Parioli.

Ecco che è scattata la mia curiosità: di esempi di co-working ne avevo già visti in giro per il mondo (dal più noto Office Nomads di Seattle, negli Stati Uniti, al gemello di Buenos Aires, al The Village Quill di New York o a quello di New Delhi (frequentato anche da una cara amica di valigia, ogni volta che va in India), ai tantissimi altri (una lista completa la trovate qui) nelle varie metropoli del pianeta; ma adesso, dopo Milano, anche Roma ha i suoi “uffici condivisi” per professionisti nomadi sempre in movimento.

I prezzi sono contenuti (dai 250 euro in su, qui trovate le varie tariffe), il wifi+scrivania è assicurato e lo scambio di esperienze e di contatti è la carta vincente di questa nuova esperienza.

Cos’è il co-working? A Roma è… “un ufficio condiviso per nomadi professionali, creativi, indipendenti, scrittori o programmatori, umanisti o tecnologi. Quelli che lavorano anche e soprattutto davanti alla macchinetta del caffè o dentro i caffè a la bohemienne”. I loro obiettivi? Eccoli:

  • diventare un punto di riferimento per il web 1.0, 2.0, …X.0 a Roma e nel mondo )
  • diventare un punto di riferimento per la comunità nomade dei softwarecommunitydeveloperaccountengineerswriters… e chiunque abbia un ruolo incomprensbile sul biglietto da visita.
  • facilitare l’accesso di queste professionalità alle imprese piccole, medie e grandi. Basta telefonare o venirci a trovare.
  • un sacco di altre cose che vi racconteremeno con calma sul blog…

Insomma, nuovi spazi di lavoro per nomadi globali: si parte con con un ufficio condiviso e ci si aggiunge la “cafe culture”, suggerisce “Business Week“. Risultato? L’ufficio condiviso ideale per creativi sempre in giro…

(Testo: Marina Misiti)