Corigliano e la fotografia d’autore: la Calabria con altri occhi

14 07 2008

Sono sul volo Alitalia per Lamezia Terme e sto per raggiungere Corigliano, dove mi aspettano per la presentazione alla stampa del Festival internazionale di fotografia 2008 (di cui ho scritto qui e qui) che si svolgerà a settembre, nella splendida sede del Castello ducale della cittadina calabra (nota al mondo sopratutto per aver dato i natali a Gattuso!).

Nicodemo Misiti

Foto: Nicodemo Misiti

Mentre volo, penso: conoscerò i grandi della fotografia, e questo non accade a Roma o ad Arles, ma in un piccolo centro della Calabria, e già stasera incontrerò Claude Nori, Martine Voyeux e Gaetano Gianzi, il direttore artistico del Festival (insieme a Cosmo Laera) e presidente dell’associazione di fotografia che si occupa dell’organizzazione dell’evento (vedi foto qui in basso). Chissà, mi dico, se gli abitanti di Corigliano si rendono conto della grandezza di questo evento….

Finalmente arrivo. Il luogo prescelto è Schiavonea, all’Hotel Poseidon proprio di fronte al mare… mi ricorda un po’ la spiaggia di Huntington, in California, quella dei surfisti e quando lo dico a Gaia Reale, una giovane fotografa del gruppo, lei mi sorride e mi dice: “benvenuta in Calabrifornia, se ti piace, altrimenti in Calafrica, come la chiamano ironicamente alcuni miei amici”.

Nicodemo Misiti

Foto: Nicodemo Misiti

Già mi sento a casa e alla presentazione del Festival di settembre alla stampa, agli appassionati e al pubblico comune che è arrivato qui, parlo dell’esperienza del blog-magazine DCV e del mio passaggio dal fotogiornalismo classico su carta stampata al fotoblogging, che ha condotto me e le “donne con la valigia” che mi seguono qui a Corigliano e al grande Festival di settembre, dove saranno esposte anche alcune foto dalle mie MUP…

L’atmosfera della serata è carica di energia: c’è voglia di fare in questa Calabria atipica (rispetto a quella descritta sempre dai media), voglia di mostrare bellezze e bruttezze con pari dignità artistica, consapevolezza che anche un territorio antico antropizzato malamente dall’uomo, può sfornare altre, imprevedibili visioni. E la poesia delle donne contribuisce a creare altre connessioni, come accade con Anna Lauria, poetessa, scrittrice, giornalista e incontro felice off e online su Donneconlavaligia.

Nicodemo Misiti

Foto: Nicodemo Misiti

E a cena, lunghe chiacchierate con i soci dell’associazione di fotografia e con i due grandi fotografi francesi ospiti…

Claude Nori. Ho già parlato di lui in un reportage su Biarritz (leggi qui) perché Claude è stato l’ideatore e realizzatore dal ‘99 e per diversi anni del mitico Festival Terres d’Images, ovvero le foto, i viaggi e molto altro. Parliamo del suo libro, Un’estate italiana, delle sue foto dei giovani in spiaggia, mi regala un numero della rivista che cura insieme alla moglie Isabelle (si chiama proprio Revista ed è molto ben fatta: c’è cultura, storie, immagini del Sud-est della Francia, c’è una parte del suo mondo e si vede). E’ colpito dal titolo e dal progetto Donne con la valigia, vuole vedere il blog, a settembre esporrà un’antologia di foto di grandi maestri su “La donna mediterranea”….

Martine Voyeux. Saga Maure, il suo libro in b/n sul mondo arabo-andaluso con gli scritti di Montalban e Choukri mi capita in mano durante la cena, e mi cattura. Martine sa di essere una donna con la valigia. Di lei trovo queste note su internet: “Co-fondatrice dell’agenzia Me’tis nel 1989.

Nicodemo Misiti

Foto: Nicodemo Misiti

Autrice dei libri: “Portraits de corps” e “Saga Maure”, Ed. Marval. Voyeux esplora territori plurimi, avanza lungo linee geografiche o tematiche che si intrecciano: il corpo, il movimento, i paesi mediterranei… Storie mai chiuse che si nutrono l’una dell’altra. Vagabondaggi passionali in cui il fotografo incontra la sua mitologia con il genio dei luoghi per un racconto fatto di sensi e sensualità. Attualmente è impegnata in un lavoro a colori a Napoli e Palermo”. In questi giorni però è a Corigliano che dedica il suo sguardo d’artista…

Rientrando a Roma pensavo: c’è una Calabria atipica, accanto a quella più conosciuta, una Calabria che le cronache spesso omettono, una Calabria che i suoi stessi abitanti sembra non abbiano voglia di vedere: è il luogo dove qualcuno un giorno inizia a fare qualcosa di importante per tutta la comunità…

Appuntamento a settembre, allora, per tutte le donne con la valigia…

p.s. tra la rassegna stampa sull’evento uscita questi giorni, ho scelto questo pezzo della “Provincia Cosentina” sulle nostre MUP, che si può leggere cliccando qui sopra

(Testo: Marina Misiti)





Venezia, una mappa del tesoro come guida alla città

28 03 2008

Ecco un’altra mappa urbana in formato gioco! Per caso, tempo fa ho conosciuto alla Libreria del Viaggiatore a Roma, Alberto Toso Fei, l’autore di una originalissima guida di Venezia, una specie di caccia al tesoro innovativa, un modo che mi è sembrato originale e coinvolgente per visitare l’affascinante città veneta. The Ruyi - Venice Act è in effetti un quaderno di gioco (realizzato da H-Play, società che fa del gioco un veicolo di esperienza, scoperta e socializzazione) in vendita on e off line da alcuni giorni, che consente un inedito itinerario su Venezia

 

Sessanta storie compongono questo quaderno e sessanta sono i luoghi corrispondenti nelle città. Il viaggiatore, che inizia a giocare con l’invio di un sms, è guidato attraverso il suo cellulare in una visita interattiva nella città e nella cultura popolare veneziana: può scegliere quanto giocare, a che livello di difficoltà, se da solo o insieme ad altri. In ogni caso vedrà una Venezia che non si aspetta, potendo poi ricostruire online il suo percorso. Mi sembra una modalità di turismo molto stimolante, che forse potrà aiutare a decongestionare le mète “aggredite” dal turismo di massa (Piazza San MarcoRialto, ecc.), portando visitatrici e post-turiste in luoghi meno affollati e conosciuti, ma altrettanto ricchi di fascino e di storia.

 

Ma non finisce tutto in laguna: il Ruyi (lo scettro che Marco Polo avrebbe riportato dall’Oriente) si cercherà presto anche a Roma e a Firenze. Domani, 29 marzo, intanto è previsto un evento collettivo particolare: La Notte del Ruyi. Per iscrivervi cliccate qui. C’è in palio un iPhone!  

 (Fonte: H-Farm)





Nomadi della psiche in viaggio…

18 03 2008
  •  I costruttori di trappole del vento è un titolo bellissimo per un libro. E l’ho detto subito al suo autore, Alfredo Ancora. Ci conosciamo da anni con Alfredo: collaborava al quotidiano dove lavoravo e la sua firma impreziosiva e addensava sempre le pagine di cui ero responsabile. Alfredo Ancora è uno psichiatra transculturale, che con le sciamane e i curanderi di altre società ha lavorato per davvero e che ha saputo andare ben oltre l’etnopsichiatria. 
  • La sua psichiatria transculturale rappresenta oggi “un percorso suggestivo ed estremamente significativo attraverso modi e mondi diversi dal nostro, ma non necessariamente lontani geograficamente. Dai suoi testi emerge che pur fra tante differenze, guaritori, medici tradizionali, sciamani, sacerdoti, psicologi e psicoterapeuti presentano un dato comune: sono costruttori di realtà e di rapporti unici ed irripetibili”. Così, quando mi sono imbattuta in un forum dove si parlava di lui e del suo lavoro in modo così poetico ed autentico, mi sono messa in ascolto e ho deciso di riportare quelle parole… 

Nomadi della psiche, si intitola il post di Andbeat:  

 

Silenzio. Che cosa te ne fai di quel silenzio.
Come lo ascolti, in quale maniera riuscirai a intrappolarlo.
Tace Burim, ventenne fuggito dal Kosovo in guerra,
sguardo assente, allucinazioni, faccia di pietra.
Muto. Non parla Jesus, che dal Sudan è arrivato
per chissà quale tremendo percorso:
ha un dito mozzato, che racconta per lui le torture che ha vissuto.
E non dice nulla, o dice bugie, Maria,
l’albanese che ha tentato il suicidio;
al suo paese, nei villaggi di montagna
i trafficanti di schiave-prostitute marchiano con la vernice
le case delle ragazze da rapire per mandarle sui mercati esteri,
cioè sui nostri marciapiedi. Ma questo Maria non può dirlo.
È, anche lei, imprigionata nel silenzio.
Il trauma non riesce a diventare trama, racconto: a sfiatare, a guarire.
Tanti silenzi diversi, ciascuno spia di violenze,
fughe, esilii, corpi sconquassati, psiche mutilate.
Li chiamiamo “immigrati”; oppure, crudelmente, “loro”:
una massa indistinta, purché ben distanziata da “noi”,
noi che viviamo nel nostro paese, con le nostre famiglie, nelle nostre tradizioni.
“Loro” non ne hanno più, o soltanto frammenti. Fanno paura.
Meglio tenerli a distanza con un pronome
brandito come un forcone, e blindare al silenzio le loro storie.
Tanto più per quelli di loro che fanno due volte paura:
perché sono stranieri e perché sono malati di mente.
Poi però accade che fino a noi,
trincerati nelle nostre impaurite certezze,
arrivi qualche bagliore dagli avamposti:
da quei punti di osservazione,
forse dannati o forse privilegiati, sull’umanità dei migranti,
dei disagiati, dei contaminati. Accade una piccola cosa, che però,
svela come tutti condividiamo in gradazioni diverse
una medesima condizione: tutti, anche “noi”, migranti e contaminati.
Per esempio, esce un libro.
Alfredo Ancora è psichiatra e psicoterapeuta.
Lavora in una struttura pubblica nella periferia di Roma
(una Asl nella periferia metropolitana:
appunto un avamposto estremo).
Ha scritto un libro, intitolato ”I costruttori di trappole del vento”
(sottotitolo: “Formazione, pensiero,
cura in psichiatria transculturale”, editore Franco Angeli)
per raccontare e insieme cercare un bandolo teorico alla sua esperienza
di cura di persone provenienti da paesi lontani, da culture lontane.
Vanno da lui Burim, Jesus, Maria. Vanno, o vengono portati,
perché non più in grado di alcun gesto.
Anche un lettore profano, ricava la fatica e gloria
di chi fronteggia quei silenzi, quel dolore.
Difficile immaginare, anche per un profano,
che sia pensabile farlo col manualetto universitario,
con il tradizionale prontuario delle psicopatologie.
Quei silenzi, e quei dolori lontani, non si lasciano ingabbiare;
si portano dietro una cultura, modalità di cura incluse.
Nella medicina tradizionale cinese,
il “vento” è il disturbo psichico,
e “costruttori di trappole del vento”
coloro che lavorano per catturarlo.
Questa è un’arte, dice Alfredo Ancora, non una tecnica:
e dell’arte deve avere l’immaginazione e la libertà.
Il gusto del viaggio.
Lui viaggia fra le discipline,
rompendo i confini del pensiero specializzato.
E ha viaggiato fra le culture:
nel salentino, fra gli stregoni africani, fra gli sciamani siberiani.
Evoca l’ampia veste e i canti di un guaritore
ammesso al capezzale di un malato,
fra i camici di un ospedale psichiatrico del Senegal.
Racconta di quando entrò nella jurta di una moribonda,
nelle steppe mongole, insieme a un’anziana sciamana.
E così anche l’ambulatorio di una Asl alla periferia di Roma sa trasformarsi
in luogo di cure aperte ai rituali di altre culture.
Non ci sono confini, né teorici né terapeutici,
nell’umanità nomade,
ibrida e afflitta da malessere alla quale apparteniamo.
Tutti.




Kyoto, zen e finte monache

1 03 2008

Dal glamour alla spiritualità. Dal “geisha style” alla meditazione zen. Da Gion al monte Hiei: anche qui però l’apparenza, a volte, inganna. Viaggio a Kyoto, in Giappone. Ecco un altro pezzo del lungo reportage di cui vi ho parlato qui.

 rock-garden-cc-gravestmor.jpg

Ryoanji’s rock garden. Photo Creative Commons License Marcus Trimble

  • Nel Paese del Sol Levante la setta buddista Tendai possiede più di 4000 templi: in un terzo di questi non ci sono più monaci. Di monache, poi, se ne contano sempre meno. Migrano in città, diventano insegnanti, dirigono gli asili. Così la setta per la prima volta nella sua storia, è ricorsa agli annunci sui giornali per trovare aspiranti monaci. La vita monastica è molto severa: otto anni di prove durissime. Le cinque giovani monache che ho incontrato, sono le sole praticanti sul monte Hiei, a nord-est di Kyoto. Arrivano tutte insieme, chiamate dal suono di un gong: la loro “guida spirituale” le ha convocate per una speciale cerimonia del tè, in onore della visitatrice occidentale. Noto subito che hanno delle piaghe arrossate ai polsi e alle caviglie. Sono qui da meno di un anno, mi dicono. Sono arrivate tutte insieme. La maggiore ha 25 anni, la più giovane 17. Pallide, la testa rasata, profonde occhiaie violacee, spiegano di aver appena terminato la settimana del digiuno. Adesso si stanno preparando per il mese della preghiera in ginocchio: si alzeranno alle 2 del mattino per dirigersi ai 125 templi del complesso, pregando a ogni tempio che incontrano. «Sarà molto dura», si lascia sfuggire la più giovane. Subito ripresa con un’occhiataccia dal capo, che tiene a sottolineare quanto le pratiche, qui, siano uguali per uomini e donne. Insomma, nessuna discriminazione per le adepte e nessuno sconto.
rock-garden-snow-cc-datigz.jpg
Ryoanji’s Zen garden in snow. Photo Creative Commons License Liz 
  • Eppure, trovare una monaca nei numerosissimi e spettacolari templi di Kyoto, è stato come cercare un ago in un pagliaio. Giorni e giorni di ricerche. Poi, finalmente vengo a sapere che in un piccolo tempio di Higashiyama vive una delle ultime, grandi monache buddiste, insieme a una giovane assistente. Tutte le mattine lavora al piccolo giardino rigoglioso che circonda il tempio. Tutti i pomeriggi prepara una minuziosa e lentissima cerimonia del tè. Accetta di incontrarmi. Il pomeriggio assisto a quella che probabilmente è una delle ultime, autentiche cerimonie che si potranno mai più vedere in Giappone. Lo intuisco dall’animazione e dall’entusiasmo che si lascia sfuggire l’interprete di solito, com’è costume da queste parti, molto composta. «Sì, non ci sono quasi più novizie – ammette l’anziana monaca dopo due ore di assoluto silenzio passate a preparare e servire il tè -, neanche la mia assistente vuole diventare monaca. Ama troppo i vestiti, i divertimenti della città. E’ orfana e da 15 anni vive con me, mi vuole bene, eppure ha deciso che presto se ne andrà».
moss-garden-sept-cc-jmsmytaste.jpg
The moss garden. Photo Creative Commons License jmsmytaste 
  • Al tempio Domyonji di Osaka, qualche settimana prima, due giovani monache si erano lasciate fotografare. «Non siamo vere monache, però – mi avevano spiegato divertite – facciamo le “guardiane” del tempio. Siamo state normalmente assunte. Ci vestiamo così per lavorare. A fine turno torniamo a casa. Veniamo in metropolitana». E la religione? anzi, il percorso spirituale, il viaggio zen, l’universo del wabi-sabi?, avevo chiesto stupita, mentre mi appariva così appropriata la citazione zen che avevo appena letto: “Non avere una mèta, nemmeno quella dell’Illuminazione, è il miglior punto di partenza“…  «Noi giapponesi siamo buddisti quando meditiamo e restiamo soli, scintoisti quando mettiamo su casa e preghiamo gli antenati, cristiani quando ci sposiamo: perché ci piace tanto l’abito bianco». Non capisco, allora siete scintoisti, buddisti o cristiani? «Perché una sola religione?», è la loro risposta stupita. 
tenryujigarden.jpg
 
  • Consulto le stime ufficiali. Dicono che la metà dei giapponesi è scintoista, il 30 per cento buddista, pochi sono cristiani. Secondo i giornali, invece, tre quarti dei giapponesi non pratica alcuna religione. Ma, ironia, ogni anno si calcola che nascano cento nuove sette, sostenute dagli sgravi fiscali concessi dallo Stato. Un’impresa, quella spirituale, davvero fiorente. Ancora una citazione zen in mente: accettare l’inevitabile. Monachesimo e business, quindi. Sembrerebbe proprio di sì, considerando i monaci che ho visto sfrecciare in Mercedes, look glamour e magliette Lacoste. Mi chiedo chi siano davvero quei monaci incontrati a Kyoto, nella zona dei templi zen Myoshin-ji. E nessuno si scandalizza quando nomino Setouchi Jakuchô, una vera celebrità da queste parti: monaca buddista e scrittrice, vive con una segretaria personale in una splendida villa circondata dal verde nel lussuoso ed esclusivo quartiere di Sagano. Sul cancello della villa trovo un cartello in cui si dice che “le visite sono sospese: troppi impegni televisivi e professionali”. Forse, a questo punto, a noi “tatamizzati” occidentali (come amano definirci i giapponesi da quando tatami e futon hanno iniziato a sostituire i nostri letti), non resta che immaginare i segni della spiritualità zen che permea una città-simbolo come Kyoto, assieme ai monaci e samurai-attori che sono sul set di un film che stanno girando vicino al tempio Taoizo-in. Non resta che chiederci se la finzione, qui, non sia più vera della realtà. 

(Testo: Marina Misiti)





Viaggio nell’archeologia in rosa

20 02 2008
La geografia del cuore di una archeologa a Roma
La Roma dell’incanto che si rinnova ha sempre qualcosa di nuovo da raccontare. La mia geografia mentale romana corrisponde a un geografia del cuore, una topografia dei sentimenti. Se voglio sentirmi una romana doc la domenica vado al castello dei cavalieri di Malta, nella Chiesa di S. Giovanni Battista alla Salita del Grillo (i tre maggiori Ordini militari religiosi, Templari, cavalieri Teutonici e Ospedalieri risalgono al XII sec. quando come combattenti di Cristo furono impiegati in missione in Terra Santa. Dei tre Ordini attualmente sopravvive soltanto quello degli Ospedalieri, nato con il nome di Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, ribattezzato poi come Cavalieri di Rodi e poi di Malta).
archeo.jpg
La Chiesa è aperta soltanto la domenica mattina in occasione della celebrazione della messa in latino a cui assistono i cavalieri con le loro bardature. Dapprincipio sembra di entrare in una grotta, ma poi si assapora il connubio perfetto tra il canone classico, del foro di Augusto su cui si impianta l’edificio, e le più intime ispirazioni gotiche medioevali. È un frammento di passato che rivive; un momento che sa un po’ di leggenda.
Altro luogo della memoria topografica adolescenziale è la Chiesa dei SS. Quattro Coronati, chiusa nelle sue fortificazioni medioevali. Un’oasi spirituale, arricchita dalla presenza dell’Oratorio di S. Silvestro che si può visitare chiedendo la chiave alle suore di clausura che la daranno attraverso la ruota, chiedendo in cambio un euro. La Cappella non è molto conosciuta fra i romani, ma è una perla assoluta di bellezza e suggestione.
Poi uscendo dalla Chiesa a sinistra all’angolo tra via dei Querceti e via dei Santi Quattro, c’è un’edicola che sembra dimenticata, ma è legata a una leggenda romana curiosa: la storia della Papessa Giovanna.
archeo2.jpg
La leggenda narra di un Papa donna che ebbe un pontificato breve che seguì quello del Papa Leone IV, morto nel 855 d.C. Purtroppo però avvenne che la donna papa, di cui nessuno sospettava, durante una processione solenne fu colta dalle doglie, partorì e fu giustiziata nello stesso luogo. Tanto che da allora il luogo prese il nome di vicus papissae, il vicolo della papessa. Naturalmente è una leggenda, ma di cui fa parte anche un’edicola tradizionalmente legata a questo evento, che si dice sorga nel luogo dove la poveretta partorì. L’edicola fatiscente e dimenticata, anche sporca, esiste ancora e al suo interno c’è un’immagine della madonna del parto.
Tra le mie abitudini è la visita a una vanitas di particolare bellezza, quella della Chiesa di S. Maria del Popolo. Entrando nella chiesa subito a sinistra nel muro è ricavata una nicchia al cui interno la vanitas in giallo antico sembra animata. Se avvicini l’orecchio parla della caducità.
archeo3.jpg
Poi quando la nostalgia della Siria si fa bruciante, corro in quell’angolo di Siria in via del Pellegrino 56, sognando l’Oriente da Sciam. Qui mi basta prendere una zhurat e fumare un po’ di narghilè per sentirmi subito meglio. Il siriano ha quella tipica gentilezza araba che mi fa sentire a casa… ad Aleppo. Si servono piatti della raffinata cucina siriana. Il proprietario, Youssef Hallak, è di Damasco, ed è davvero uno tra i pochi ad intendersi di tappeti antichi. Qui puoi acquistare splendidi tappeti assolutamente originali, lampade di Aladino , vetri colorati, vasetti, perline e addirittura palle di Natale.
(Autrice: Flaminia Cruciani)




MUP/9 Edo City, la moda e l’arte lungo le vie del Giappone

20 02 2008




“My Beautiful Sofia”

15 02 2008

sofia2.jpg  

  • Sòfia si rifà il trucco e ci invita a visitarla. E’ una mèta ancora poco gettonata, non è certo presa d’assalto come la non lontana Praga, ma proprio per questo tanto più adatta alle donne che viaggiano, in genere sempre curiose e attratte dalle novità. Perché è innegabile che nella capitale bulgara si ritrovi oggi una vivacità di eventi culturali, musicali e artistici d’avanguardia, senza precedenti: qui si assiste sempre più spesso all’apertura di caffè, atelier e locali high-tech di tendenza. Tra i giovani imprenditori, inoltre, sono molte le donne. Mariana e Natalia, ad esempio, sono le ideatrici e proprietarie di “Murgash”, nell’omonima via, una innovativa galleria d’arte: “Accogliamo nei nostri spazi espositivi gli artisti più audaci dell’avanguardia bulgara. E non solo”, assicurano le giovani talent-scout che, come diverse loro amiche, sono pronte a cogliere tutte le opportunità di un’Europa unita. E poco importa se per adesso alla musica etno-pop della giovane star bulgara di origini zigane, Sissi Atanassova, Mariana e Natalia preferiscano il rock americano: la contaminazione culturale balcanica, il balcan-etno-fusion, penso ascoltando le note dei “Balkanika” (che si ritrovano anche nella compilation n. 8 Buddha Bar), è già diventata una moda sofisticata nel resto dell’Europa. 

  • Intanto Sòfia brilla sotto questa nuova luce anzi, letteralmente, per le nuove illuminazioni dei monumenti realizzate negli ultimi anni. Capitale sospesa tra  la tradizionale lavorazione di olio di rose, di cui è il primo produttore al mondo e l’esportazione di tecnologie avanzate; con i grigi caseggiati dell’epoca socialista accanto ai bei palazzi antichi restaurati di fresco con i finanziamenti internazionali del progetto “Beautiful Sòfia”, che sta riportando alla luce edifici di particolare pregio, tra cui anche l’imponente bagno turco, proprio dietro all’unica moschea rimasta consacrata e alla vicina sinagoga.

  • Oggi questa affascinante città balcanica di un milione e trecentomila anime, è pronta a cambiare di nuovo pelle. Ma lo standard di vita, nonostante le vetrine scintillanti dei negozi sul Vitosha boulevard, non sembra essere migliorato granché: una famiglia su tre in Bulgaria possiede un cellulare, è vero, ma i minuti di conversazione restano bassissimi. Stesso discorso vale per il pc e internet, acquistati da circa il 10 per cento della popolazione; inoltre, la metà dei teenager bulgari beve regolarmente bevande superalcoliche, vodka e grappa in testa, come si legge nell’ultimo Rapporto del ministero della Gioventù e dello Sport
sofia.jpg

  • Qui anche i più comuni eventi atmosferici, come la pioggia, i tuoni, la nebbia o la neve, anche la più semplice storiella, sono in qualche modo segnati da un marchio speciale: hanno in sé qualcosa di strano, sono avvolti da un velo misterioso”, diceva Jordan Radickov, lo scrittore più noto della Bulgaria (in Italia Voland traduce i suoi romanzi). Una realtà, quella bulgara, dinamica e complessa più di quanto in effetti i dati statistici e ufficiali lascino intendere. Eppure la Sòfia di questi ultimi anni sembra aver preso un’altra direzione. Con buona pace dei nostalgici della pista bulgara, degli amanti dell’intrigo balcanico, déja-vu di spie e servizi segreti. Qui presto si verrà a sciare e la Bulgaria sta già diventando un must per gli ecoturisti più curiosi.

  • Già oggi quattro, cinque milioni di stranieri ogni anno la scelgono come mèta turistica: sono soprattutto tedeschi, greci, macedoni e inglesi. Noi italiani siamo ancora pochini. Eppure è un’occasione unica per venire a contatto con comunità isolate come i karakachan, i nomadi dediti alla pastorizia sui monti Rodopi, o i musulmani pomichi, ex schiavi bulgari convertitisi all’islam sotto l’impero ottomano. 

  • Ma, come dicevo, è l’ecoturismo a costituire la grande speranza di sviluppo e di attrazione nel Paese: oltre alle spiagge del Mar Nero, agli splendidi monasteri e alle montagne attrezzate per lo sci, si punta infatti sulle zone rurali rimaste quasi intatte, sulle atmosfere uniche dei piccoli centri di campagna, paesini da fiaba ancora lontani dall’euforia consumistica. Così dai circa 30-40.000 appassionati ecoturisti stranieri dello scorso anno si prevede di raggiungere, entro i prossimi anni le 300mila unità, secondo un progetto all’avanguardia elaborato con l’assistenza degli Stati Uniti e che prevede restauri di chalet rurali, appositi corsi universitari, siti web, miglioramento della rete stradale e dei servizi. E, speriamo, anche cartelli stradali in inglese, oltre che in caratteri cirillici.
    sofia3.jpg
     
    • Per ora, immobili, in fondo al viale Moskovska, le cupole della cattedrale ortodossa Alexander Nevsky mi accolgono imponenti, si accavallano le une sulle altre, e sbucano dalla neve che ricopre come un mantello immacolato i giardini intorno. Nella piazza antistante il silenzio irreale è rotto solo dai bisbigli di alcuni artisti-ambulanti del mercatino degli artigiani, un manipolo di persone capaci di sfidare il freddo pungente con i loro banchetti di icone sacre e ricami fatti a mano: tovaglie, tende, coperte di pizzo vendute da donne infreddolite e sorridenti che accolgono speranzose i rari visitatori delle chiese più suggestive della città. Così, rapita da questa “Beautiful Sòfia“, finisco per comprare una piccola icona dipinta sul legno e un cappello di simil-pelliccia bianca, stile zarina, che già so inutilizzabile nell’inverno romano. 

    • (testo e foto di Marina Misiti)





    In viaggio con una sciamana

    13 02 2008
    Cosa avrà guadagnato l’uomo, se otterrà il mondo intero e perderà la sua anima?

    Gesù di Nazareth


    sciamana.jpg

    • Una volta ho fatto un viaggio. Lungo la via dello sciamano. Certo, direte, come antropologa avrai incontrato molti sciamani nei Paesi che hai visitato. E’ vero, anche perché è stato l’argomento in cui mi sono specializzata. Ma questa volta ero in Italia, a Villabartolomea (in provincia di Verona), per due giorni, in un casale di campagna insieme ad un gruppo di persone: riuniti in cerchio, al ritmo del tamburo, venuti da tutta Italia… per seguire il core shamanism dell’antropologo Michael Harner. E’ stato un viaggio diverso, un sentiero verso il recupero dell’anima come ancora avviene in altri luoghi, in altre tradizioni, ma ugualmente intenso… vale la pena parlarne.

    • Due parole sullo sciamanesimo: si tratta del più antico sistema di conoscenza e guarigione conosciuto dall’umanità. Caratteristica comune a ogni sciamano o sciamana è il viaggio spirituale in una realtà diversa da quella percepita con i sensi normali (un mondo, una realtà non ordinaria). I metodi sciamanici utilizzano principalmente il suono regolare del tamburo per modificare lo stato di coscienza e rendere così possibile questa esperienza. Attraverso il viaggio, lo sciamano accede a un universo nascosto ai più, dove riceve rivelazioni e incontra spiriti alleati, in forma di animali e di maestri spirituali (saggi, antenati, divinità). Da questi spiriti egli ottiene la conoscenza e il potere per aiutare e guarire se stesso, gli altri e più in generale il mondo.

    sciamano.jpg
    Sciamano della Siberia orientale, 1927.
    • Ho appena saputo che a breve verrà riproposto a Roma un seminario di base sull’esperienza del viaggio sciamanico (nel Mondo di Sotto e nel Mondo di Sopra); sul lavoro con il proprio spirito guardiano animale, incluso il recupero dell’animale per un’altra persona; sull’incontro con un maestro spirituale in forma umana. Guidati dal suono ritmato del tamburo, i partecipanti imparano a viaggiare, come gli sciamani, nei diversi livelli del mondo spirituale, per entrare in contatto con i propri spiriti alleati e ottenere da loro consiglio e aiuto sui vari problemi della loro vita quotidiana.

    • Questo corso si basa proprio sulla metodologia di Michael Harner, l’antropologo americano che, con le sue ricerche e il suo insegnamento, ha reso nuovamente attuale questo antico sistema di pratiche, condensandone gli elementi essenziali e riproponendoli in termini a noi più accessibili (un approccio da lui definito core shamanism). Oltre a tamburi o sonagli, i partecipanti devono portare con sé un sasso dalla superficie irregolare e grande circa come un pugno, una bandana per coprire gli occhi, dei calzini caldi, un materassino o una coperta, penna e bloc-notes. Di solito il seminario di base è il pre-requisito per accedere ai corsi avanzati.

    sciamano1.jpg
    • Per info e iscrizioni a questo seminario, condotto da Lorenza Menegoni: 0461 718 055, lorenzamenegoni@ yahoo.it; il seminario si svolgerà il 16 e 17 febbraio prossimi al Centro Culturale Appio Latino, via Cesare Baronio, 90. Orario: sabato 9.00-19.30, domenica 9.00-17.30. Costo: 130 euro.
    • A questo seminario di base farà seguito quello avanzato su: LA DIVINAZIONE SCIAMANICA, che si terrà a Gallese (Viterbo) il fine settimana del 15 e 16 marzo prossimi.
    • L’insegnante sarà sempre Lorenza Menegoni, antropologa, che ha studiato e praticato lo sciamanismo sotto la guida di Michael Harner, Sandra Ingerman e altri insegnanti della Foundation for Shamanic Studies.

    • La Foundation for Shamanic Studies è l’istituzione creata da Michael Harner per studiare, preservare e promuovere lo sciamanismo in tutto il mondo. Ha sede centrale in California, ma da anni è attiva in vari paesi europei attraverso la FSS Europa e le sue diverse sezioni, inclusa l’Italia (FSS Italy c/o Centro Studi Sciamanici, via Borgonovo 440, 37043 Castagnaro (Vr) tel. 0442 92454). Uno degli obiettivi principali della Foundation è addestrare gli occidentali nelle tecniche di base e avanzate secondo la metodologia del core shamanism sviluppata da Michael Harner. Altri programmi hanno come scopo: la collaborazione e l’interscambio con gli sciamani tradizionali in varie parti del mondo; la ricerca sull’efficacia dei metodi sciamanici di guarigione; la creazione di una mappa della realtà non ordinaria attraverso lo studio comparato delle testimonianze e resoconti sul viaggio sciamanico, sia degli sciamani tradizionali che dei praticanti occidentali.

    (testo: Marina Misiti)






    Lentamente scrivi a piedi la città…

    12 02 2008
    lentezza.jpg
    • Per guardare con occhi diversi la città, appuntamento nel giardino degli aranci della Casa Delle Letterature, in piazza dell’Orologio 3, a Roma alle 15 del 25 febbraio, per la seconda GIORNATA MONDIALE DELLA LENTEZZA. Protagonista di questa giornata non sarà la lentezza di movimento, piuttosto un incedere capace di trovare pause, riflessioni e incontri che amplificano l’esperienza del camminare.

    • Nel programma troviamo: in apertura una cerimonia cinese del tè, poi la distribuzione del kit di scrittura dove i camminatori troveranno la mappa “muta”, dei post-it per applicare note sulla città, di una matita per scolpire la mappa, di un oggetto per la corpografia e di una cartolina-haiku per affidare la propria composizione all’improvvisazione narrativa.

    • Alla fine dell’esperienza camminatori, percorsi e parole si incontreranno nello spazio della Sala Umberto, in via della Mercede, confluendo in un’improvvisazione narrativa per voce, suono e immagini. Seguirà la proiezione del documentario “Tutti i colori di una vita: Tiziano Terzani si racconta”, di Paolo Aleotti e Luciano Minerva – prodotto da Rai3 e RaiNews24.

    • “Il ritmo delle mie giornate è completamente cambiato – scrive Tiziano Terzani in Un indovino mi disse – le distanze hanno ripreso il loro valore e ho ritrovato nel viaggiare il vecchio gusto di scoperta e di avventura.” E aggiunge nel documentario: “Viviamo delle vite così di corsa, lo dice così bene quel grande T.S.Eliot: siamo continuamente distratti dalla distrazione della distrazione.”

    • Programma in dettaglio:
    • ore 15.00- 16.00 Casa delle Letterature, Piazza dell’orologio 3. Rito cinese del tè con Yara Bitetti e distribuzione del kit di scrittura
    • ore 16.00-19.00 Scrivi a piedi la città: Mappe, percorsi, tracce, tra le vie del centro storico
    • ore 19.00 Fontana di Trevi Corpografia, Azione urbana pubblica
    • ore 20.30 Teatro Sala Umberto, Via della Mercede 50. La lentezza, percorsi narrativi. Testi, musiche e immagini. Intervengono: Adriano Labbucci, Giuseppe Cederna, Rita Marcotulli. Proiezione del documentario “Tutti i colori di una vita: Tiziano Terzani si racconta” di Paolo Aleotti e Luciano Minerva.

    • Per partecipare all’esperienza è consigliata l’iscrizione preventiva ai seguenti recapiti: lentezza@osservatorionomade.net o tel. 333 9538973 STALKER/On





    I libri al centro del mondo: “Il caso Jane Eyre”

    12 02 2008

    Ecco un insolito viaggio nei libri.

    Si puo’ resistere a una detective che si chiama “Giovedì prossimo”? Thursday Next mi ha conquistata dalla prima pagina, il mondo in cui vive le sue storie è strampalato eppure coerente, opposto ma simile al nostro.

    Un universo parallelo dove i libri sono il bene piu’ prezioso: tanto da scatenare rapinatori, ladri e falsari e da aver bisogno di una vera e propria squadra di “detective letterari” per proteggerli. Ma non basta: l’evoluzione ha scelto percorsi diversi e le sorprese sono in agguato ad ogni angolo. Voglio anch’io un DODO come animale da compagnia

    il_caso_jane_eyre.jpg

    Jasper Fforde è uno scrittore che viene dal cinema (sue le sceneggiature di “Entrapment” e “La maschera di Zorro”), e sostiene di aver ricevuto 76 lettere di rifiuto prima di trovare un editore che gli dicesse sì. In Italia è pubblicato da Marcos y Marcos e già le splendide illustrazioni di Lorenzo Lanzi in copertina valgono un’occhiata in più. Ma sarebbe un peccato fermarsi al risvolto: finito il primo romanzo “Il caso Jane Eyre”, mi sono fiondata sul secondo “Persi in un buon libro” e sul terzo”Il pozzo delle trame perdute” da poco tradotto.

    fforde.jpg

    In Inghilterra pubblica a cadenza regolare, un nuovo libro ogni luglio: siamo a febbraio, mi tocca pazientare un altro po’. Intanto rimugino sul potere della terribile Goliath Corporation, e su quanti nomi potrebbero celarsi dietro l’ingerenza di una multinazionale nelle nostre storie private.

    (Autrice: Monica Testa)





    Alcune buone ragioni per andare a Praga, in una casa sulla collina

    9 02 2008

    praga.jpg

    Praga scoppia letteralmente di turisti e di botteghe di souvenir, diversamente da Sòfia per esempio, riflettevo l’altro giorno pensando all’ultima volta che sono stata in questa magica città. Allora affittare una camera in una casa sulla collina sopra al centro storico, come ho fatto io, può essere una soluzione alternativa per vedere un’”altra” Praga, per viverla un po’ più dal di dentro. Di sicuro poi c’è meno pienone d’inverno, con il freddo, che d’estate. Certo, le case di produzione cinematografiche americane, negli ultimi anni, hanno fatto impazzire il mercato immobiliare e aumentare i prezzi della vita, le varie mafie e l’ex nomenclatura si sono spartiti i traffici e i guadagni. Eppure, questa città, cuore antico della nuova Repubblica Ceca può ancora essere considerata, a tutti gli effetti, la capitale culturale dell’Est europeo. Perché allora non scegliere proprio Praga per una settimana o un weekend lungo, magari proprio a San Valentino? O a Pasqua?

      praga6.jpg
       
      E passi allora se per ritrovarne l’anima autentica tra le poche possibilità rimaste ci sia proprio quella di provare a vivere per un po’ da praghesi doc, un po’ più scomodi, è vero, ma gomito a gomito con gli altri abitanti: scendendo in centro sui loro puntualissimi tram, come il 23, che s’inerpica sugli sconosciuti e affascinanti dintorni residenziali con le vecchie case dai tetti aguzzi; mangiando senza menu turistici filetto di maiale alla panna insieme a loro, come nel ristorante preferito dall’ex presidente filosofo Vaclav Havel, il Na Orechovce, in Vychodni, 7; vivendo appunto in una tipica casa praghese un po’ fuori dal centro, come quelle storiche sulle colline di Dejvice o tra le decadenti e affascinanti residenze di Vinohrady.

      praga5.jpg
       
      Forse oggi è solo attraverso la normalità della vita quotidiana, che si può andare al di là della città-cartolina. Bellissima, beninteso, continua scenografia in movimento, e non solo in senso metaforico: grazie ai costi contenuti e alle produzioni straniere (80 per cento americane) la capitale ceca si sta imponendo, in questi ultimi anni, come nuova città del cinema. Anche i registi italiani, da Verdone a Tognazzi, non si sono lasciati sfuggire l’occasione. Qui possono contare su oltre una decina di teatri di posa, su una vasta gamma di impianti di illuminazione e suono con tecnici e maestranze esperte, ma soprattutto sui 250 mila costumi, le oltre 20mila paia di scarpe e i 10mila oggetti d’arredamento di tutte le epoche stipati nei magazzini degli storici Studi Barrandov.

      praga2.jpg

      Gli scorci che offrono poi le cittadine della Boemia e della Moravia, come anche la stessa Praga, costituiscono location autentiche e già pronte per le pellicole in costume dal medioevo al novecento. La speranza di molti cechi, dopo l’ingresso nell’Unione, è di trasformarla in una Hollywood europea. D’altra parte le riconversioni e le ristrutturazioni qui sono di casa. Basta passeggiare tra i vicoli di Mala Strana, letteralmente il Piccolo Quartiere della rive gauche che dai piedi del castello arriva fino alle sponde della Moldava, e affacciarsi al “ruscello del diavolo”, per rendersi conto di come della devastante inondazione di alcuni anni fa, che portò una scia di fango alta due metri e mise in ginocchio la città, non ci sia davvero più traccia. 

        praga4.jpg

         Tutto ricostruito a tempi record nelle stradine intorno al fiume, perché la priorità qui è il turismo e la città è sempre piena di giovani, di coppie che arrivano da ogni angolo del mondo, perché questa è una città romantica, è la Parigi dell’Est, mi disse la simpatica barwoman di un delizioso e coloratissmo “Caffè africano” in Rybna Roh Jakubské, tra le poche possibilità di un espresso vero per italiani esigenti come me. 

          praga3.jpg

           Vai a spasso con Kafka (le sue immagini, il museo, i caffè dedicati, la casa dove visse, il palazzo dove lavorò col tempo sono diventate tappe fisse del turismo più culturale) e i suoi concittadini, ed ecco la Praga cosmopolita di ieri e di oggi emergere dalle nebbie, ed entrare prepotentemente nell’economia dei nuovi mercati. Densa di storia, questa città-simbolo del Paese, che ha sedotto negli anni decine di musicisti e scrittori, finisce sempre con l’offuscare tutte le altre: Brno, per esempio, antica capitale della Moravia ed eterna seconda, che invece oggi vive una grande occasione di rinascita sociale e culturale, o Karlovy Vary (più conosciuta come Karlsbad) la famosa città termale barocca della Boemia, o il lontano borgo di Duchcov, dove Casanova passò gli ultimi anni della sua vita. Tante e famose le mète di questa piccola e centrale regione europea, ingiustamente ancora poco nota. Fatta eccezione per la sua magica capitale…  

            • (testo e foto di Marina Misiti)






            Una mappa urbana “strettamente” personale (Mup)

            4 02 2008

            • Alcune cose sono strettamente legate al viaggiare. Le mappe fanno parte di queste cose. Ma non si tratta solo di cartine geografiche, piuttosto di cartografie dei sentimenti, mappature dei luoghi del cuore, in altre parole: rappresentazioni di sé in uno spazio. Da questa idea sono nate le MUP, cioè il progetto di Mappe Urbane Personali. Soprattutto visive, ma non solo.
            • La mappatura dei nostri tesori nascosti (ovvero dei nostri luoghi del cuore) è stata decisamente un successo, tanto da far nascere un progetto a sé, vicino ma autonomo rispetto al magazine da cui è nato, Donneconlavaligia: è un vero e proprio blog e si chiama come il progetto Mappe Urbane Personale.
            • Seguite lì tutti gli sviluppi…
            • Molte sono state le persone interessate a una topografia originale della capitale, per questo ho iniziato proprio da Roma (poi si procederà sul resto) e così sono in rete, con tanto di foto e mini-interviste, per iniziare a tracciare questa “topografia urbana molto personale“. E va da sé, molto femminile…

            tup2.jpg

            (foto: © Marina Misiti)






            Le donne e il viaggio sacro: Sebastiana Papa

            19 01 2008

            Diversi anni fa incontrai per lavoro una grande fotografa italiana: Sebastiana Papa. Fu quasi un evento magico: lavorammo e viaggiammo anche insieme, per un periodo. Dall’Estremo Oriente all’India alla Terra Santa: furono molti i mondi che questa donna straordinaria seppe svelarmi. Amica di Sonia Gandhi e dei più grandi scrittori israeliani, in punta dei piedi, ma con immensa determinazione, percorreva sola da anni le strade del mondo. Viaggiatrice, artista, fotografa ma anche e soprattutto amica. Poi, un giorno, è partita per il suo ultimo viaggio. Ci ha lasciato le sue foto, i suoi tesori. Questo è l’articolo che scrissi in occasione di una delle sue ultime mostre a Roma, e che fu pubblicato da “Caffe Europa” (nel numero del 9/2/01). Vorrei riproporlo qui riadattato solo in minima parte: una piccola testimonianza su una grande artista.

            • Da Gerusalemme con amore. Da questa città simbolo, vicina e lontana, “porto di mare in riva all’eternità”, come l’ha definita Yehuda Amichai, arrivò al Teatro Argentina nel cuore di Roma, nel febbraio 2001, una mostra fotografica di Sebastiana Papa dal titolo: Incontri a Gerusalemme. Gli uomini e il divino.

            • Cinquanta foto in bianco e nero realizzate nell’arco di quattro autunni, dal ‘96 al ’99, con una Leica Mp3 al collo e la solita voglia di andare al “fondo” delle cose. Per un’artista come Sebastiana Papa, attenta scrutatrice di vite e di anime, per oltre trent’anni in giro per il mondo dove fotografava ed esponeva i suoi lavori, si trattò di “firmare” con la luce un’altra coraggiosa e difficile ricerca: l’esperienza del mistero in Terrasanta. Aveva già percorso una strada parallela e altrettanto ardua ne “Il femminile di Dio” (Edizioni Fahrenheit 451)

            papa.jpg

            • Dopo “Orgosolo”, duro e appassionato lavoro fotografico sulla Sardegna di oggi e del ‘66, quella dei rapimenti e della diffidenza, ma anche dell’innata ospitalità, raccolto poi in un libro (Edizioni Fahrenheit 451), era quella un’altra esperienza forte, “controcorrente”, difficile e anche per questo ancora più preziosa per questa donna straordinaria: documentare l’incontro personale con il trascendente, mostrare quanto questo sia possibile a tutti, donne, uomini, bambini. Possibile soprattutto in una città simbolo come Gerusalemme, luogo d’incontro e scontro delle tre grandi religioni monoteiste.

            • Un rapporto con il divino che non si è mai ridotto ai rituali religiosi, alle preghiere private, ma che pervade da sempre la vita di tutti i giorni, i momenti di festa e quelli dedicati allo studio. “La trascendenza è questa - mi diceva Sebastiana Papa, sedute davanti a una tazza di tè nella piccola cucina della sua casa romana - non è solo Dio, è anche dell’umano nell’umano”. Una professione di laicità, la sua, che sembrava però costituire l’unico modo possibile per fare esperienza del mistero, del divino, per viverlo senza retorica.
 Così, nonostante l’afa di fine estate, vestita “per rispetto” con una lunga gonna blu, calze nere pesanti, maglietta a maniche lunghe e collo alto, fazzoletto in testa, la grande fotografa girava per Gerusalemme in lungo e in largo, mimetizzata.

            • “Mi parlano direttamente in yiddish”, mi raccontava. E spiegava così la sua filosofia: “La fotografia nasce soltanto se c’è comunicazione tra me e la persona che sto fotografando. Questo rapporto però può essere solo paritario, invece in mano io ho un mezzo di potere: la macchina fotografica. Per comunicare allora devo annullare questo potere”. Aveva le mani occupate, Sebastiana Papa, nel momento in cui fotografava, non poteva usare la parola, rimanevano allora solo l’aspetto e quelle che chiamava le sue “energie corporee”. Attraverso queste si raccontava per permettere all’altro, a sua volta, di raccontarsi.

            • E’ così che sono nate le sue magiche e intense fotografie. Non immagini rubate, quindi, ma condivise.
 Immagini che a detta del grande narratore israeliano e suo amico, David Grossman, sprigionano “quel che è impossibile vedere nella frettolosa quotidianità”.
 Le giovani donne davanti al muro del pianto, i ragazzi in festa, i poveri e gli emarginati diventano altro, si aprono davanti agli occhi della fotografa che riesce così a svelare quei piccoli, preziosi “semi d’eternità”, quelle tracce invisibili ai più, quelle emozioni che soltanto un grande artista è capace di trasmettere.

            • Se la preghiera - ebraica, cristiana, musulmana - ha fatto da filo conduttore per queste immagini, la città, Gerusalemme, con le sue luci e le sue ombre, è stata però la vera protagonista di questo viaggio dove le differenze tra ebrei, cristiani e musulmani sono pervase da un unico senso religioso, da una sola esperienza sacrale.

            • Testo: Marina Misiti