Come fare le valigie, e non solo

26 07 2008

Ancora a proposito di come fare (bene) valigie e bagagli di cui ho scritto qui.

foto: [au ro]

Leggendo l’utile corporate blog di Europ Assistance ho trovato finalmente un post che fa chiarezza sulla questione dei liquidi da portare in aereo. Riuscirò a portare una bottiglia di vino al mio amico che mi viene a prendere in aeroporto? Si chiede l’autrice. Ecco qui tutte le sue risposte…

“Se state partendo con bagaglio a mano e bagaglio da stiva, allora per voi non ci saranno particolari problemi: nel bagaglio che imbarcate infatti potrete mettere tutti i liquidi che volete. Se invece partite con il solo bagaglio a mano, dovrete stare attenti perché ci sono delle restrizioni:

I liquidi che potete trasportare dovranno essere presentati ai controlli di sicurezza:

- in recipienti aventi ciascuno la capacità massima di 100 millilitri (1/10 di litro) o equivalenti (es: 100 grammi)
- questi recipienti dovranno essere inseriti in un sacchetto di plastica trasparente, di capacità non superiore ad 1 litro
- il sacchetto dovrà essere richiudibile
- ogni passeggero (bambini compresi) potrà presentare uno ed un solo sacchetto di plastica

Ma che cosa rientra nella categoria “liquidi”?

* acqua ed altre bevande, minestre, sciroppi
* creme, lozioni ed olii
* profumi
* spray
* gel, inclusi quelli per i capelli e per la doccia
* contenuto di recipienti sotto pressione, incluse schiume da barba, altre schiume e deodoranti
* sostanze in pasta, incluso dentifricio
* miscele di liquidi e solidi
* ogni altro prodotto di analoga consistenza (per esempio crema di cioccolato, mascara, lucida labbra liquido, yogurt, formaggio fresco o morbido, aerosol, roll on)

Prodotti che al contrario NON si considerano liquidi ad esempio sono: cipria, fard, rossetto solido… (leggi tutto cliccando qui)





Parole (e valigie) prêt à porter

3 07 2008

«La donna migliore ha la valigia pronta. Il titolo della mia collezione? “La Pétite Valise”. Ovvero come preparare un bagaglio perfetto senza stagioni, visto che ormai non esistono più.

Le idee migliori le ho sempre avute mentre facevo la valigia.

Se una donna impara a fare la valigia è a posto ovunque. La risposta a tutte le esigenze è un guardaroba in maglina, non si stropiccia, tiene poco posto.

La Pétite Valise si compone di abiti leggeri, portabili. Un bagaglio non ingombrante deve essere intelligente, perché presuppone una scelta di capi trasversali adatti a ogni stagione perfetti per un ballo, un coktail, un party, una visita al museo».

Diane Fürstenberg





10 consigli per fare (bene) le valigie

30 06 2008

Questo argomento è stato molto seguito negli ultimi giorni, e da più parti mi è stato richiesto di ampliare e approfondire il tema “come fare la valigia perfetta”. Ne è nato un agevole e, spero, utile E-BOOK sulla difficile arte del bagaglio adatto ad ogni viaggio, scaricabile direttamente cliccando qui, al prezzo di 3,75 euro. Per saperne di più leggi tutto…

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Sono diventata una donna con la valigia più o meno a sette anni, quando (visto che già viaggiavamo molto in famiglia) ricevetti in regalo dai miei la prima valigetta: era a fiori rossi e arancio, tipica anni ‘70 (oggi sarebbe uno splendido pezzo hippy-vintage!) e i patti furono: la prepari da sola, tutto quello che entra lo puoi portare il resto lo devi lasciare, se dimentichi qualcosa è un problema tuo. Insomma, è tua e ne sei responsabile solo tu. Accettai le clausole e benedico ancora la mia famiglia perché negli anni a venire ho imparato così bene (senza false modestie!) a preparare le valigie che potrei scriverne un libro intero, altro che un post! Qui però vi segno le più importanti dritte cui mi attengo di solito, un utile vademecum da aggiungere a questo e a questo:

1. Compro sempre valigie molto piccole (vedi qui), e in questi ultimi anni viaggio sempre e soltanto con un mini-trolley semirigido. Poiché vale la regola più sono grandi, più cose ci metti dentro, è praticamente certo che anche se non pensate di riempire subito (e poi trascinare) una bella valigia medio-grande, all’ultimo momento poi lo farete lo stesso. E addio “spazio libero” per souvenir e regalini.

2. Il mini-size vi costringe ad un utile esercizio di space clearing (un po’ di zen non fa mai male): vi accorgerete con il tempo che tante cose che sembrano indispensabili in realtà poi non lo sono, anzi. Per arrivare a comprendere quali siano i vostri “inutili ingombri” la prossima volta al rientro da un viaggio annotatevi se non avete usato degli indumenti e quali sono i “doppioni”. Il viaggio dopo, scartateli senza paura: nell’80 per cento dei casi è un di più (tranquillizzante, ma sempre un di più). Scegliete poi un colore dominante o neutro e capi basic: meglio portare più accessori colorati con cui giocare che rischiare di appesantire il bagaglio.

3. Durante l’anno collezionate set di piccoli contenitori: svuotateli del loro contenuto e riempiteli con le vostre creme e saponi. Più sono mini, meglio è. Anche un piccolo beauty fa la differenza.

4. Iniziate a considerare l’idea di lavare alcuni indumenti (come fanno molti stranieri): quindi dimezzate il numero da portare e affidateli alle lavanderie degli alberghi (nei Paesi più poveri costano pochissimo), altrimenti nei soggiorni più lunghi cercate una lavanderia a gettoni (è un ottimo modo per conoscere e scambiare due chiacchiere con i locali), terza opzione lavate tutto e stendete nella stanza d’albergo. Non è il massimo dell’estetica, ma anche la comodità di un bagaglio leggero ha un prezzo.

5. Ormai è diventato più difficile (per questo vi consiglio il mini-trolley), ma se potete fate della vostra valigia un bagaglio a mano. E’ incredibile quanto tempo si guadagni non aspettando ai nastri le valigie… e poi volete mettere il rischio che vadano perse? Uscire dall’aeroporto per primi (dopo ore e ore di viaggio) e prendere uno dei pochi taxi disponibili o il pulman in partenza, non ha prezzo…

6. Ok, arrivate sul posto vogliamo comprare dei ricordi e non entrano nella valigia. Le possibilità sono due: acquistare sul posto un borsone, anche semplice in plastica e metterci tutti i regali (sarà quello al ritorno il bagaglio a mano!); ma se i souvenir non sono molto ingombranti fare un po’ di spazio utilizzando la tecnica dei… rotolini! Ogni maglia, gonna, pantalone (soprattutto quelli usati, ma non solo) se arrotolati non si sgualciranno e occuperanno uno spazio minore. Attenzione, però: i rotolini vanno impilati in verticale uno accanto all’altro e… il gioco è fatto!

7. Non date retta a chi vi dirà che tutto ciò non è possibile, che queste regole non si adattano ai propri vestiti, che il proprio viaggio necessita di molti cambi: questi consigli sono stati provati in anni di viaggi di ogni tipo e sono davvero praticabili (a patto che lo si voglia davvero) da tutti.

8. Una volta provato, il mini bagaglio non lo si lascia più. Spostamenti molto più semplici, la sensazione di libertà data dalla consapevolezza che nulla è poi davvero necessario, che noi non siamo il nostro armadio… insomma lasciate perdere la storia dello zaino e della libertà. Quali che siano i vostri gusti in fatto di valigie, anche con un mini trolley sempre accanto ci si può sentire libere di muoversi per il mondo! E in più non pesa, ha le ruote e non ti fa sudare la schiena… certo, a patto che sia leggero, però.

9. Piccole dritte pratiche: libri, scarpe, ombrello e tutto ciò che è pesante va in fondo, come nelle buste della spesa. Le camicie di seta o le gonne plissettate in alto, mi raccomando.

10. In viaggio portatevi un 80 per cento di abiti vecchi (di quelli che vorreste dare via, anche perché questa non è una cattiva idea: lasciate qualcosa di vecchio in albergo o regalatele in giro e riportate in valigia le nuove t-shits comprate) e un 20 per cento di nuovi pezzi per serate particolari. Se l’abbigliamento è a “cipolla” poi,  come consigliato da tutte le guide, avrete sempre il pezzo giusto per l’occasione giusta, anche con un mini bagaglio a mano.

(Testo: Marina Misiti - Credits photos: [au ro], justCRONO)





Misura il tuo Traveler IQ e parti

20 06 2008
Pensi di conoscere il mondo in tutti i suoi angoli? di aver viaggiato abbastanza (anche solo per shopping) da sapere dove si trovano tutte o quasi le capitali dei vari Paesi? oppure, ti definisci una donna viaggiatrice per natura, una turista esperta di mappe e cartine? fai parte delle donne che viaggiano “senza chiedere mai”, sai orientarti ovunque e giuri di conoscere la geografia anche senza averla studiata all’università???
Ecco un bel test firmato TravelPod su cui cimentarsi qui sul web, da sole o in gruppo, per valutare il vostro traveler IQ, e partire… più consapevoli!

(Fonte: Trend & The City)





E adesso parliamo di valigie…

1 05 2008

Come muoversi tra foreste e metropoli con la disinvoltura di una viaggiatrice provetta (e senza lasciare a casa i tacchi a spillo)? Che bagaglio porto? E cosa ci metto dentro? Fa caldo o fa freddo? E se piove? Conosci un albergo a…, dove posso prenotare? Dove mi consigli di andare per cena? Il Manuale della viaggiatrice (Morellini editore) è nato così, mi scrive l’autrice, Federica Brunini: “un compendio organizzato di tutte (o quasi) le risposte che ho dato alle amiche e colleghe in partenza. Più quelle che io stessa mi sono andata a cercare, prima di mettermi in viaggio. Con la speranza che siano utili a tutte le donne con la valigia…”. E aggiunge, iscrivendosi al club delle DCV: “Mi spiace non aver conosciuto te e il tuo sito prima. Accidenti!”. In effetti Donneconlavaligia è nato solo da alcuni mesi, ma sta agendo da calamita per tutte le viaggiatrici, e non solo, on e off line! E Federica è una nuova “amica di valigia” che sull’argomento sta per pubblicare una guida. Di che si tratta?
“Naturalmente questo libro non ha la pretesa di insegnare nulla a nessuno, né di esaurire tutto lo scibile viaggereccio (ci vorrebbe un’enciclopedia… e forse non basterebbe). Le mie pagine vogliono essere un aiuto –ironico- per tutte le donne come me/noi che abbiamo deciso di scoprire una fetta o qualche briciola di mondo. Sono il frutto delle mie esperienze intorno al globo, dei miei successi e dei miei piccoli e grandi pasticci. Sono il risultato di tutte quelle volte che ho detto “mai più così” e di tutte le altre in cui ho esclamato “meno male che”. Sono certa che sapete di cosa sto parlando. Di tutte le volte che non abbiamo portato quello che ci era indispensabile e di tutte le altre in cui il “dispensabile” ha pesato (troppo) sulle nostre spalle… Di quando ci siamo dovute consegnare agli agenti del check-in, salvo intuire, prima dell’arresto, che la bomba a mano in borsa…era il mascara! E poi: come selezionare i compagni di viaggio, le mete, gli hotel, il posto in aereo (per ritrovarsi, magari, sedute accanto a George Clooney -o uno che gli somiglia tanto tanto)? Io ci ho messo tutto: consigli, dritte, strategie e avvertenze per viaggiare serene, dalla A di aeroporto alla Z di zone off limits, per partire con le amiche, il fidanzato, la famiglia, i bambini, i cuccioli di casa… Ma soprattutto in buona compagnia di noi stesse”.





Parole prêt à porter

29 04 2008

“Soprattutto, ricorda che la cosa più importante che puoi portare ovunque non è una borsetta di Gucci o dei jeans modello francese: è una mente aperta”.

Gail Rubin Bereny





Parole prêt à porter

19 04 2008

“L’immaginazione è l’aquilone che si può far volare più in alto”.

Lauren Bacall

 





Donneconlavaligia, un blog-magazine sempre più cliccato

14 04 2008

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DCV è un blog-zine sempre più cliccato e apprezzato. Dopo una prima rassegna stampa da leggere qui, ecco altre belle interviste e articoli usciti in questi ultimi giorni su Donneconlavaligia

 

MoleskineCity

LonelyTraveller

ItaliaGeoMagazine (interv)

B2Corporate

 

A voi tutti e ai numerosi lettori, un ringraziamento speciale per l’interesse mostrato (e il viaggio continua…)





Strip di viaggi prêt à porter

12 04 2008

Curiosando nella blogosfera oggi ho trovato questa striscia gustosa intitolata “GRANDI VIAGGI” (ce ne sono altre dello stesso autore su svariati argomenti). Spesso si viaggia così,  mmhh, riflettiamo, amiche e amici di valigia, riflettiamo…

(Autore: ilbiglia/Comic Strip su Freddalo)





India, colori e magie di primavera

4 04 2008

 

India del Nord. Durante il primo plenilunio di marzo, quando l’inverno lascia il posto alla primavera, qui si celebra il Festival dei colori di Holi. Tra dolci e bevande tutti quanti si dipingono l’un l’altro il viso di colori sgargianti, esclusivamente naturali, e si lanciano addosso polveri colorate così da trasformarsi in veri e propri arcobaleni. 

 

(Video: svdeals)





Donne con la valigia, io (non) viaggio da sola…

31 03 2008
  • E’ sempre una piccola soddisfazione vedere il proprio sito così apprezzato, citato e linkato, e in questi due mesi sono stati tantissimi a farlo, oltre al grande numero di iscrizioni al Club DCV dedicato alle viaggiatrici, per cui ne approfitto per ringraziarvi pubblicamente.
  • Così oggi mi sembra giusto mettere in risalto e contraccambiare proprio qui alcuni di quei siti che, autonomamente, hanno deciso di parlare e di dedicare oltre al link, anche un articolo al nostro blog-magazine Donneconlavaligia. Leggete qui:

 

ItaliaGeoMagazine (articolo)

Schimage.it

FormazioneZero

Tè e teiere 

Giuseppe Celi 

Sensi Attivi 

IlBlogdiOut  

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  • E altri articoli su DCV stanno per essere pubblicati. Grazie in anticipo. I viaggi più belli sono quelli che si possono condividere. E’ ora di ri-partire allora…
 
 




Parole prêt à porter

30 03 2008

 “Dunque che cos’è la Donna Selvaggia? Dal punto di vista della psicologia archetipa così come per la tradizione dei cantastorie è l’anima femminile. Eppure è di più; è la fonte del femminino. E’ tutto quanto è istinto, è un insieme di mondi visibili e nascosti…

Dov’è presente? Dove potete sentirla, dove trovarla? Percorre i deserti, i boschi, gli oceani, le città, va nei barrios e nei castelli. Vive tra le regine, tra le campesinas, in sala di consiglio, in fabbrica, in prigione, sulla montagna della solitudine. Vive nel ghetto, all’università e nelle strade….

Lascia impronte ovunque ci sia una donna che è terreno fertile”. 

Clarissa Pinkola Estés  





Parole prêt à porter

22 03 2008

«Un viaggio non solo rimescola il sangue, ma rinvigorisce anche lo spirito».

Florence Prag Kahn

 





Il mondo visto dalle ragazze di Tel Aviv

10 03 2008
 
Viaggio in Israele, parte seconda. Il testardo rifiuto a non lasciarsi demoralizzare, sembra costituire il leit motiv dell’educazione del giovane israeliano. “Ho il servizio di leva in questo momento: la mattina sono in divisa sulla torretta del tank, quando smonto mi vesto da sera e vado a cantare in un ristorante francese. Il mio sogno? Diventare una cantante”. Einat ha 18 anni ed è nata in Israele. La notte esce quasi sempre.
 
 
(foto: © Marina Misiti)  
 
“Di solito vedo il mio ragazzo, o andiamo a ballare salsa e cha cha cha con gli amici; ma ci piace anche il cinema: stasera andiamo a vedere un film alla multisala sulla Dizengoff (l’arteria principale della capitale, ndr). Ho la borsetta trasparente, così ci metto di meno ai controlli”. Ma questa apparente normalità non rischia di cancellare o allontanare la realtà dei coprifuochi, delle case buttate giù, degli uliveti sradicati, della povertà indotta dalle chiusure dei check point: la drammatica realtà dei palestinesi, insomma, che dista solo qualche decina di chilometri da qui? Non riesco a tenermi la domanda per me. “Ma noi non li frequentiamo” mi risponde candidamente Einat. Ma qui ti può accadere che mentre siedi al caffè ascoltando il rap degli Hadag Nahash che ritma in tre lingue “è tempo di cambiare”, gli elicotteri Apache si alzino in volo verso Gaza City: ennesima rappresaglia con i missili per l’ennesima strage con i kamikaze. 
 
 
(foto: © Marina Misiti) 
 
Dorit ha incontrato per la prima volta Etgar Keret in una libreria. Un’attrazione, ha scoperto poi, condivisa con molti suoi compagni di università. In piedi, ha iniziato a sfogliare le pagine dei suoi corrosivi racconti e, improvvisamente ha capito che, come lei, anche altri hanno provato quella sensazione di fiato corto, di instabilità emotiva che fa apparire la vita come qualcosa a metà tra un gioco e un incubo. Keret, insieme a Uzi Weil uno degli autori culto oggi per i giovani israeliani (da Pizzeria Kamikaze, all’ultimo, Le tette di una diciottenneedizioni e/o , fino al film “Meduse“, premiato a Cannes 2007 - vedi video -) con uno spirito aspro e una satira folgorante scrive di adolescenti e ragazze come lei, parla il suo stesso slang metropolitano e in storie surreali e brevi come videoclips racconta l’assurda realtà quotidiana dei ventenni come Dorit.

  

“Mi ritrovo nei suoi personaggi - dice - rispecchiano i nostri atteggiamenti: io e i miei amici abbiamo una percezione piuttosto debole di quello che sarà il nostro futuro. Le stragi ci hanno segnato: a volte ci sentiamo angosciati, perduti, altre diventiamo cinici, spesso cerchiamo di rimuovere quello che accade intorno a noi. Leggere in chiave ironica di attentati e suicidi fa persino bene: ormai siamo emotivamente paralizzati di fronte agli eventi della vita, siamo nati e cresciuti in un Paese dominato da conflitti religiosi, etnici o ideologici e, a differenza dei nostri genitori, non siamo neanche sicuri di voler rimanere a vivere qui. Quasi un terzo dei miei amici ha fatto domanda per studiare o specializzarsi all’estero. Molti sognano l’Europa o gli Stati Uniti”.

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  (foto: © Marina Misiti) 

Dalle parole di Dorit non ci sono dubbi: gli ideali sionisti sembrano definitivamente tramontati, l’abbandono continuo dei kibbutzim è un dato di fatto, i figli non assomigliano più ai padri e il 20 per cento degli israeliani, secondo i sondaggi, inizia a pensare di lasciare il Paese. Accade così che in uno Stato dove il servizio militare è considerato da sempre un sacro dovere, quasi il 7-8 per cento dei giovani sia diventato renitente alla leva: “Il mio ragazzo non voleva fare il soldato – mi ha raccontato Dorit -, ha contattato pure gli obiettori di coscienza, poi è riuscito a imboscarsi in un ufficio. Adesso si è fatto crescere le treccine afro e da Gerusalemme si vuole trasferire a Tel Aviv, in un appartamentino nei pressi di Sheinkin Street”. Gerusalemme ti può stritolare tra le sue mura, i mille simboli, le pesanti tradizioni: non basta Zion square per scrollarsela di dosso. Una rivoluzione giovanile che sta cambiando il Paese e scioccando molti adulti. Ragazzi ebrei che presto avranno in mano il loro destino (e che già costituiscono il 35 per cento della popolazione), sempre più spesso scelgono amici o fidanzati arabo-israeliani, proprio come nei racconti surreali di Etgar Keret: “Metti un libro come Gaza Blues (edito in Italia da e/o): non è un’idea geniale quella di convivere fianco a fianco, almeno nella pagina, con un arabo? E pensare che sua sorella è sposata con un ultraortodosso e il rabbino ha proibito ai suoi figli di leggere i testi dello zio. Se qui ci fossero più persone in grado di ironizzare su se stesse come Keret, forse eviteremmo tante tragedie”. Dorit, minigonna e tacchi a spillo, si prepara così a tirar tardi in discoteca.

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  (foto: © Marina Misiti) 

Ripenso a quello che mi ha raccontato Hagar, una brunetta cresciuta troppo in fretta. “Da adolescente sogni di innamorarti di un uomo, di farti una famiglia, magari di avere dei figli… ora, a 23 anni, non ci penso più. Il mio domani è brevissimo, è oggi, stasera, questo momento. Non ho più voglia di progettare il futuro. Magari esco da qui e… boom, finisce tutto, com’è accaduto al mio migliore amico, lo scorso anno. Se penso che nell’armadio, insieme alle minigonne, ho la maschera antigas, con il siero anti gas nervino fornito dallo Stato…”. So che Hagar oggi passa la maggior parte delle giornate dentro la sua cameretta, davanti alla tivù o su internet. Più vicina di quanto lei stessa non immagini ai suoi coetanei palestinesi comunque che, dall’altra parte dei reticolati di filo spinato, sono costretti anch’essi a trascorrere lunghe settimane barricati in casa: seguendo le lezioni alla televisione, assediati dalla solitudine e dai carri armati. Un’esistenza blindata che ha fatto parlare lo stesso “Ha’aretz” (il quotidiano d’opinione seguito on line anche negli Usa – mentre il più letto dagli israeliani è “Yediot Ahronot” -) di un’ondata di profonde depressioni tra i giovanissimi. Chi può va a studiare all’estero e sempre più spesso tenta di rimanerci e aumentano i ragazzi renitenti alla leva. Una nuova forma di normalità e di antieroismo?

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 (foto: © Marina Misiti)  

“Andarsene da qui non è una soluzione”. Marina ha 48 anni, è una pierre di origini russe, da 30 anni vive in Israele. “Ho studiato a Gerusalemme, sono una convinta sionista e vengo dall’esperienza dei kibbutzim. La maggiore delle mie figlie sta facendo il servizio militare: è una grande esperienza per lei. E’ qui che molti giovani incontrano l’anima gemella: si costruiscono relazioni che poi durano tutta la vita. L’esercito può essere anche molto formativo”. Ma Israele, forse, non è più il Paese che aveva sognato… “Le cose oggi sono effettivamente molto cambiate, tanti ragazzi sono svogliati, hanno perduto il nostro spirito di sopravvivenza”. Sarà perché quest’assenza di confini precisi tra guerra e pace, coprifuoco e aperitivi in discoteca, comincia a farsi sentire? “Forse, ma cerco sempre di parlare alle mie ragazze, di renderle fiere del loro Paese ma tolleranti verso tutte le altre popolazioni. L’integrazione è fondamentale per la pace”. Di pace e due popoli parlano da anni anche gli ex ufficiali di Peace Now, i militanti per i diritti civili di B’tselem e Ta’ayush (che significa proprio “vita in comune”), le pacifiste del Jerusalem Link e le Donne in Nero, persino i rabbini più progressisti, i Rabbis for Human Rights. “Scrivilo allora, anche se sono voci minoritarie, anche se sul Medio Oriente è più facile parlare solo di fucili M-16 e di bombe umane”. Sì, vale la pena scriverlo. (Fine -2)

  • (Testo e foto di Marina Misiti




Mare, bombe e rock’nd roll… viaggiando in Israele

9 03 2008
 
Appunti sparsi su Israele e la Palestina. In tivù ancora le immagini dei funerali delle vittime degli attacchi dei giorni scorsi, sul Mac un’email di un’amica che avevo intervistato tempo fa e che mi rassicura che sta bene, sulla scrivania un libretto di qualche annno fa: “Il mondo visto da Sheinkin Street” di Roberto Festa, un reportage fresco e ben scritto sulle “libertà civili” che, ho appena controllato, vendono ancora online sul sito di Macrolibrarsi. Viaggi di lavoro, ma anche incredibili occasioni di incontro con giovani donne e immersione nella loro vita quotidiana: tutto quello che non leggi mai nei giornali e non vedi in tivù. Allora vale la pena raccogliere le carte e scriverne. Magari a puntate. 

 

  (foto: © Marina Misiti) 

Lo sapevate? Il lungomare di Tel Aviv ricorda quello di Copacabana o di Venice Beach. Sotto uno skyline di grattacieli, tra coppiette che passeggiano mano nella mano, rappers che ballano e ronde dell’IDF, i militari dell’Israel Defense Force, che pattugliano la spiaggia con i mitra in spalla, Nurit (ma il suo vero nome mi chiede di non scriverlo) appena può viene a correre: “Qui ci si può divertire più che altrove, credimi, anzi forse i pericoli ci portano ad apprezzare ogni attimo della vita in maniera più intensa. Lo so, è difficile da capire quando il quotidiano è messo sempre in ombra: le news su Israele si fermano alle bombe e ai kamikaze, ai carri armati e ai check point. Della vita di tutti i giorni, delle nostre idee, ma anche dell’arte, della cultura che cambia, delle mode non si parla mai”. E mi chiede almeno di citare i migliori esempi di edifici in stile Bauhaus che arredano la sua città dagli anni Trenta. E’ una donna di successo, Nurit. Ha viaggiato e vissuto all’estero: sei mesi a New York, cinque anni a Londra. E odia Gerusalemme.

 

(foto: © Marina Misiti) 

“Per i suoi ritmi lenti, per la gente conservatrice che vive solo di passioni politico-religiose. Tel Aviv, invece, è il cuore pulsante di questo Paese: laica, libera, piena di vita e di possibilità. Ogni notte puoi scegliere un party diverso, in centro, o a Herzliya (il “suo” quartiere residenziale chic, a nord della città, ndr) dove ci sono moltissimi locali, club, circoli. Ho amici di tutti i tipi, tribù e provenienze: c’è sempre qualcosa da fare, è tutto aperto a ogni ora del giorno e della notte… altro che Grande Mela”. Ma arrivata alla piccola lapide con ventuno nomi in cirillico, sulla spiaggia tra la moschea e la discoteca Dolphinarium (dove alcuni anni fa un kamikaze fece strage di una comitiva di 21 ragazzi russi), si ferma ogni volta. Paura? “Direi di no, ci sono agenti della sicurezza in ogni strada, cinema, e shopping centre. Certo, evito di prendere gli autobus, ho una mappa delle strade sconsigliate e porto sempre con me il cellulare per tranquillizzare parenti e amici dopo “le brutte notizie”, come quelle dei giorni scorsi (qui c’è la più alta concentrazione al mondo di gsm, vengo a sapere, e non mi meraviglia), ma poi conduco la vita di una qualsiasi altra trentenne in una qualsiasi altra metropoli”.

 

 (foto: © Marina Misiti) 

Da qualche parte ho letto che negli ultimi anni i problemi di sicurezza hanno tenuto lontani turismo e business: i grandi alberghi che si affacciano su questo spicchio di Mediterraneo e sulla Promenade dove la notte i ragazzi amano sfrecciare a bordo dei loro pick-up, si sono ridimensionati o hanno chiuso. “Anche se la gente continua a uscire, a viaggiare, a mangiare bene, il nostro livello di vita è peggiorato. I problemi di sicurezza poi hanno tenuto lontani persino i partners statunitensi, che oggi preferiscono il business via internet. E come dargli torto” mi ha raccontato Ron, analista marketing. Sposato, tre figli, credo che viva ancora nel Nord della Galilea. Passeggiando al mercato delle spezie e degli agrumi più famoso della città, il Suq HaCarmel, fino a qualche stagione fa mèta turistica dall’atmosfera orientale e importante crocevia commerciale, poi preso di mira dalle bombe, mi sono resa conto del forte calo dei frequentatori.

 

 (foto: © Marina Misiti) 

Di sicuro non risente della recessione la grande azienda di radiotrasmettitori militari dove lavora la mia amica Yolanda. Nata in Libia, scuole in Italia e da oltre venti anni tornata nel “suo” Paese: “Sono ebrea, ecco perché sono venuta. Ho fatto il servizio militare qui. La mia vita quotidiana? Lavoro fino alle cinque, poi un salto a casa a cambiarmi e di nuovo fuori per mangiare e ballare. Cucina greca e sirtaki possibilmente, oppure danza del ventre, o disco-bar”, dice mentre guida per le strade trafficatissime del centro di Tel Aviv, a mezzanotte e mezzo. E’ Shabbat, oggi, eppure sulla Ibn Gevirol sono tutti in giro. “Noi diciamo: se è venuto il tuo momento, non ti puoi nascondere. E’ destino, no? E allora gli autisti degli autobus 823 che dovrebbero fare, smettere di lavorare?”, dice ridendo, ansiosa di mostrarmi la “movida” israeliana. Nei locali dietro al porto, tutti cantano e ballano come se fossero gli ultimi giorni del mondo. Una forma di resistenza per non svanire dopo l’ultimo telegiornale della sera? Yolanda sorride mentre chatta con gli amici sparsi in Europa. Mi racconta che usa la webcam per farsi vedere e tranquillizzarli: “Sto bene, scrivo a tutti ogni giorno. Vedete? anche oggi sono sopravvissuta”. (Continua -1)  

  • (Testo e foto di Marina Misiti




Parole prêt à porter

9 03 2008

“Ho capito anche il vantaggio della immobilità in un punto del mondo: guardando il passare delle stagioni da uno stesso punto, si viaggia comunque insieme alla terra (…). Ma il bisogno del viaggio resta imperioso come un desiderio carnale; e allora ho ripreso ad andare e lo farò ancora, in un modo o nell’altro, finché ne avrò la forza”.

Marguerite Yourcenar  






Persepolis. Dedicato a tutte le… “ragazze con lo zaino”

6 03 2008

(Video: bimdistribuzione)

  • Un consiglio pret à porter? Ho appena visto Persepolis, il film d’animazione appena uscito nelle sale italiane tratto dall’omonimo “romanzo a fumetti“ made in Iran della bravissima Marj, ovvero Marjane Satrapi, che firma la regia accanto a Vincent Paronnaud. Bellissimo e di spirito, come del resto i volumi a puntate (Lizard ed., adesso riuniti in uno solo) dell’originale graphic novel. Dopo Cannes ha sfiorato l’Oscar, se ne è scritto moltissimo - è la storia dell’Iran e della rivoluzione khomeinista, vista con gli occhi di una bambina un po’ speciale - e qui vorrei postarvi due link in più: quello del blog dedicato al film, scritto benissimo e ricco di curiosità; e per approfondire ancora di più, quello di una tesi di laurea che una giovane antropologa ha dedicato al testo e alla sua autrice.




Kyoto, zen e finte monache

1 03 2008

Dal glamour alla spiritualità. Dal “geisha style” alla meditazione zen. Da Gion al monte Hiei: anche qui però l’apparenza, a volte, inganna. Viaggio a Kyoto, in Giappone. Ecco un altro pezzo del lungo reportage di cui vi ho parlato qui.

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Ryoanji’s rock garden. Photo Creative Commons License Marcus Trimble

  • Nel Paese del Sol Levante la setta buddista Tendai possiede più di 4000 templi: in un terzo di questi non ci sono più monaci. Di monache, poi, se ne contano sempre meno. Migrano in città, diventano insegnanti, dirigono gli asili. Così la setta per la prima volta nella sua storia, è ricorsa agli annunci sui giornali per trovare aspiranti monaci. La vita monastica è molto severa: otto anni di prove durissime. Le cinque giovani monache che ho incontrato, sono le sole praticanti sul monte Hiei, a nord-est di Kyoto. Arrivano tutte insieme, chiamate dal suono di un gong: la loro “guida spirituale” le ha convocate per una speciale cerimonia del tè, in onore della visitatrice occidentale. Noto subito che hanno delle piaghe arrossate ai polsi e alle caviglie. Sono qui da meno di un anno, mi dicono. Sono arrivate tutte insieme. La maggiore ha 25 anni, la più giovane 17. Pallide, la testa rasata, profonde occhiaie violacee, spiegano di aver appena terminato la settimana del digiuno. Adesso si stanno preparando per il mese della preghiera in ginocchio: si alzeranno alle 2 del mattino per dirigersi ai 125 templi del complesso, pregando a ogni tempio che incontrano. «Sarà molto dura», si lascia sfuggire la più giovane. Subito ripresa con un’occhiataccia dal capo, che tiene a sottolineare quanto le pratiche, qui, siano uguali per uomini e donne. Insomma, nessuna discriminazione per le adepte e nessuno sconto.
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Ryoanji’s Zen garden in snow. Photo Creative Commons License Liz 
  • Eppure, trovare una monaca nei numerosissimi e spettacolari templi di Kyoto, è stato come cercare un ago in un pagliaio. Giorni e giorni di ricerche. Poi, finalmente vengo a sapere che in un piccolo tempio di Higashiyama vive una delle ultime, grandi monache buddiste, insieme a una giovane assistente. Tutte le mattine lavora al piccolo giardino rigoglioso che circonda il tempio. Tutti i pomeriggi prepara una minuziosa e lentissima cerimonia del tè. Accetta di incontrarmi. Il pomeriggio assisto a quella che probabilmente è una delle ultime, autentiche cerimonie che si potranno mai più vedere in Giappone. Lo intuisco dall’animazione e dall’entusiasmo che si lascia sfuggire l’interprete di solito, com’è costume da queste parti, molto composta. «Sì, non ci sono quasi più novizie – ammette l’anziana monaca dopo due ore di assoluto silenzio passate a preparare e servire il tè -, neanche la mia assistente vuole diventare monaca. Ama troppo i vestiti, i divertimenti della città. E’ orfana e da 15 anni vive con me, mi vuole bene, eppure ha deciso che presto se ne andrà».
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The moss garden. Photo Creative Commons License jmsmytaste 
  • Al tempio Domyonji di Osaka, qualche settimana prima, due giovani monache si erano lasciate fotografare. «Non siamo vere monache, però – mi avevano spiegato divertite – facciamo le “guardiane” del tempio. Siamo state normalmente assunte. Ci vestiamo così per lavorare. A fine turno torniamo a casa. Veniamo in metropolitana». E la religione? anzi, il percorso spirituale, il viaggio zen, l’universo del wabi-sabi?, avevo chiesto stupita, mentre mi appariva così appropriata la citazione zen che avevo appena letto: “Non avere una mèta, nemmeno quella dell’Illuminazione, è il miglior punto di partenza“…  «Noi giapponesi siamo buddisti quando meditiamo e restiamo soli, scintoisti quando mettiamo su casa e preghiamo gli antenati, cristiani quando ci sposiamo: perché ci piace tanto l’abito bianco». Non capisco, allora siete scintoisti, buddisti o cristiani? «Perché una sola religione?», è la loro risposta stupita. 
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  • Consulto le stime ufficiali. Dicono che la metà dei giapponesi è scintoista, il 30 per cento buddista, pochi sono cristiani. Secondo i giornali, invece, tre quarti dei giapponesi non pratica alcuna religione. Ma, ironia, ogni anno si calcola che nascano cento nuove sette, sostenute dagli sgravi fiscali concessi dallo Stato. Un’impresa, quella spirituale, davvero fiorente. Ancora una citazione zen in mente: accettare l’inevitabile. Monachesimo e business, quindi. Sembrerebbe proprio di sì, considerando i monaci che ho visto sfrecciare in Mercedes, look glamour e magliette Lacoste. Mi chiedo chi siano davvero quei monaci incontrati a Kyoto, nella zona dei templi zen Myoshin-ji. E nessuno si scandalizza quando nomino Setouchi Jakuchô, una vera celebrità da queste parti: monaca buddista e scrittrice, vive con una segretaria personale in una splendida villa circondata dal verde nel lussuoso ed esclusivo quartiere di Sagano. Sul cancello della villa trovo un cartello in cui si dice che “le visite sono sospese: troppi impegni televisivi e professionali”. Forse, a questo punto, a noi “tatamizzati” occidentali (come amano definirci i giapponesi da quando tatami e futon hanno iniziato a sostituire i nostri letti), non resta che immaginare i segni della spiritualità zen che permea una città-simbolo come Kyoto, assieme ai monaci e samurai-attori che sono sul set di un film che stanno girando vicino al tempio Taoizo-in. Non resta che chiederci se la finzione, qui, non sia più vera della realtà. 

(Testo: Marina Misiti)





Julia in viaggio sugli alberi

26 02 2008

Il richiamo della foresta 

  

  • Ricordate Julia “Butterfly” Hill? Anni fa si arrampicò in cima a una sequoia, battezzata Luna, e ne ridisce solo due anni e sei giorni dopo. Ecco una strardinaria donna con la valigia, anzi con uno zaino e alcune grandi idee dentro. Per farsi ascoltare intraprese un “viaggio” estremo a 56 metri da terra. Per combattere la sua battaglia andò a vivere sulla piccola piattaforma di legno nonostante il freddo, la fame e le condizioni durissime. Julia poteva continuare a fare surf come le sue coetanee californiane, invece poco più che ventenne mise a repentaglio la sua vita per salvare quella di una sequoia e dell’intera foresta millenaria che stava per diventare legname per camini. 

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    • Ieri ho ritrovato una email che mi ha inviato tempo fa per aggiornarmi sulle sue battaglie ecologiste: siamo rimaste in contatto, in qualche modo, dopo che l’ho intervistata per “MondoDonna” (l’e-magazine della Mondadori) e poi per “Grazia“. L’ho anche raggiunta in California, non lontano dalla “sua” foresta e credo che valga la pena riproporvi l’intervista che facemmo in occasione dell’uscita del suo primo libro qui in Italia. Per conoscerla meglio, perché Julia Hill, nome di battaglia “Butterfly” (e con le farfalle, mi ha confidato, ha un rapporto speciale fin dall’infanzia), oggi trentaquattrenne, ha sempre un’incredibile avventura da raccontare…

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      • La ragazza sull’albero”, (questo è anche il titolo del suo diario, pubblicato su carta riciclata da Corbaccio): a guardarla non diresti che è proprio lei l’ecoterrorista più famosa del mondo. Un fisico da modella, lunghi capelli scuri (ora li ha tagliati) e piedi scalzi anche in città, “come quando era su”. La sua è stata una drammatica avventura, la lotta di una ragazza sola contro una multinazionale del legname, la Pacific Lumber. E una battaglia quotidiana contro il freddo, la fame, le tempeste violentissime, il rombo minaccioso degli elicotteri sopra la testa e delle motoseghe sotto di lei. Ma anche la paura, la solitudine, il disagio di restare in una piattaforma di un metro e mezzo per due, le febbri e la malattia ai reni. Julia mi spiega di aver scritto il libro-diario dettando al registratore le sue paure e le sue poesie, le sue giornate piene di interviste, lettere e arrampicate sui grandi rami intorno alla sua piccola piattaforma a 56 metri d’altezza.

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        • Hai scritto che la vera forza arriva quando ci si libera anche dalle preoccupazioni per noi stessi. Ma come hai fatto a liberartene in condizioni così difficili?
        • “Ci si abitua a tutto, anche a mangiare cous cous e frutta secca, a lavarsi con le spugnature di acqua piovana e ad andare in bagno in un secchio foderato da una busta. In più, io avevo un scopo importante: salvare qualcun altro, salvare Luna e la foresta”.
        • Allora la forza di resistere ti è venuta da dentro?
        • “Dal cuore, sì, ma non solo. I miei fratelli, sorelle, amici, ma anche i mass media, mi hanno sempre sostenuta e incoraggiata”.
        • E le preghiere? Nel diario ce ne sono tante.
        • “Mi accompagnano da sempre. Mi indicano la via: credo che al fondo di tutto ci sia la fede”.
        • In questi anni sei diventata un simbolo, ti conoscono in tutto il mondo.
        • “Se lo avessi saputo me la sarei data a gambe…”
        • Eppure sono venuti a trovarti sull’albero personaggi famosi, cantanti, attori, da Joan Baez a Woody Harrelson, a Mickey Hart dei Grateful Dead. C’è stata grande risonanza anche in tivù. Che impressione ne hai avuto?
        • “E’ stato un vero autentico regalo e con ognuno ho mantenuto un rapporto speciale. Da quel momento i media si sono interessati sempre di più alla mia battaglia: da “Newsweek” a “People” fino al Letterman Show, hanno parlato tutti della “ragazza sull’albero””.
        • Non ti senti un’eccezione rispetto alla tua generazione, sempre più consumista e rinunciataria?
        • “Non riesco a paragonarmi ai miei coetanei: i loro modelli culturali, gli abiti, le mode, non sono i miei. Penso che ognuno debba seguire un proprio modello di vita e non conformarsi a quelli dominanti. Personalmente credo che se le azioni non coincidono con le parole, il nostro valore come persone ne sia sminuito”.
        • Hai esposto la tua vita per le tue convinzioni: pensi che la tua lotta abbia influenzato la percezione che la gente ha delle foreste?
        • “Ne sono certa. Ha cambiato non solo il modo di percepire il rapporto con le foreste, ma anche quello con il mondo. Anche dall’Italia mi hanno detto che con questa azione pacifica di disobbedienza civile ho contribuito a una nuova consapevolezza ecologica”.
        • Quali sono i tuoi obiettivi, oggi? Hai ancora il “richiamo della foresta”?
        • “Luna mi è rimasta nel cuore, nel frattempo ho fondato un’associazione, il Circolo della vita, per continuare le battaglie ecologiste, ma non solo. Lavoro per i diritti dei nativi americani e contro la pena di morte negli Stati Uniti”.

        (testo: Marina Misiti)
         




        I viaggi delle donne? L’ultima moda è lo spirituale-chic

        24 02 2008
        • Stressate? Curiose? Stufe del frastuono del mondo? E’ arrivato il momento di staccare la spina e organizzare una vacanza al femminile alla ricerca della pace interiore, lontane dal caos e dai continui impegni della vita di tutti i giorni. Dove? Nei monasteri, naturalmente, oppure in convento o ancora nelle abbazie.

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        Foto: Nicodemo Misiti

        • Prezzi modesti, atmosfera incantata, recupero del senso della vita e magico viaggio nel passato: sembrerebbero questi i motivi di un successo via via crescente. Da alcuni anni ormai centinaia di monasteri e abbazie sparse su tutto il territorio italiano, hanno restaurato le antiche foresterie e organizzato un vero e proprio circuito turistico molto apprezzato dalle donne che viaggiano da sole.

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        • Anche da vip e politici, però. Sembra, infatti, che a ritemprarsi tra i boschi dell’Appennino, nel monastero di Camaldoli, vicino ad Arezzo, si ritrovino a volte Massimo Cacciari, ma anche Pietro Ingrao, Romano Prodi e Rossana Rossanda. Complici forse l’arte e la meditazione, ma probabilmente anche una natura mozzafiato e delle belle e confortevoli “celle”. Il boom dei “ritiri dello spirito” è accompagnato dalla pubblicazione di numerose guide, dall’apertura di siti web religiosi, oltre che da pacchetti confezionati ad hoc da tour operator specializzati. Oggi si può parlare di veri e propri “stages dell’animo”. Le settimane di ritiro, infatti, prevedono sempre più spesso corsi di meditazione, di canto gregoriano, ginnastica respiratoria, esercizi spirituali con tanto di personal-trainer dell’anima, lavori artigianali, produzione di marmellate, e così via.“Ma non si tratta di una vacanza “alternativa” o di un periodo di relax e basta per le donne che scelgono questo “viaggio” – mi ha detto un abate dell’Abbazia di Monte Oliveto Maggiore, in provincia di Siena – quanto piuttosto di un tempo di riflessione intensa e di riscoperta della vita. Per questo è fondamentale che tutti gli ospiti partecipino alle attività lavorative quotidiane. Ai silenzi e alle preghiere, alle messe in latino e ai canti gregoriani, così come alla produzione del vino e alla gestione del patrimonio artistico”.

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        • Luoghi ad alta energia e di grande ispirazione. Se ne sono accorti artisti famosi: da Franco Battiato (che della pace nei monasteri parla persino nelle sue canzoni) a Umberto Eco (il cui “Nome della rosa” fu ispirato proprio dalla famosa biblioteca dell’Abbazia Sacra di San Michele). Ma anche coach e formatori: Paolo G. Bianchi, autore del libro “Ora et labora. La regola benedettina applicata alla strategia d’impresa e al lavoro manageriale” (Xenia edizioni) e del blog Formazione zero che già da diversi anni organizza dei corsi di formazione imprenditoriale e coaching nei monasteri attraverso il suo Abbey Programme®. Per non parlare poi del cinema che, a partire dal successo del film Il grande silenzio di Philip Gröning, ha iniziato a considerare il convento sempre più una location piena di ispirazioni per nuovi soggetti.

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        • Gli eremi infine, oggi sono visitabili anche su internet. Oltre ai siti degli ordini più famosi, anche i monasteri di clausura si sono affacciati in rete. Le monache offrono consigli, rispondono ai problemi quotidiani e chiedono elemosine e aiuti on line. Non è un segreto, infatti, che conventi gloriosi rischino di chiudere per il caro affitto: le nuove stime degli uffici erariali sembra abbiano spaventato i religiosi, soprattutto quelli che appartengono agli ordini di povertà, e l’incontro con il turismo è diventato così, per molte comunità, una insperata fonte di guadagno.

        (Testo: Marina Misiti)