Parliamo di new wave ellenica

4 08 2008

Lo scorso anno ero a Santorini, una delle isole greche che amo di più e su, in cima ai Merovigli, con il sole caldissimo e il mare che si stendeva sotto di me a perdita d’occhio, pensavo che oggi artisti, scrittori e registi della grecità hanno ripreso la magia, i riti e le tradizioni, proiettandone però una versione rinnovata e originale, tanto che ormai ovunque nel mondo si parla di new wave ellenica (per distinguerla da quella degli anni Sessanta-Settanta legata al jet-set e a Jackie Kennedy Onassis, tanto per capirci). E a declinarla sono, guarda caso, soprattutto le giovani donne.

Già, perché dovete sapere, per esempio, che le più interessanti case editrici, in Grecia, sono dirette da donne: lì l’editoria è davvero femminile, la cultura con la C maiuscola è davvero “in rosa”, e non erano solo curatrici di collane, quelle che incontrai ad Atene anni fa, ma direttrici editoriali delle imprese più importanti del Paese.

«Tra una crema di yogurt e cetrioli e polpettine di ceci o crocchette di baccalà preparate secondo i canoni della tradizione, ascoltiamo il rebetiko e cantiamo, mentre i nostri figli imparano a usare mani e piedi per i passi del sirtaki, il nostro ballo nazionale. Certo non è come un’esibizione nei bouzoukia della mia città» mi spiegava qui Maraki, una giovane architetto e amica di valigia trasferitasi in Italia per studiare ma con il cuore e una piccola casa nella Plaka, sotto all’Acropoli, dice, per «gustarmi la rinascita urbanistica e i nuovi, avanguardistici spazi espositivi di Atene».

Insomma, greci alla ribalta. Non solo in Usa quindi dove, secondo i dati dell’ultimo censimento, le persone di origine greca supererebbero il milione di persone. Lì i ristoranti e i locali più “cool” dei quartieri ellenici di New York, come il Queens, o di Chicago e Toronto sono diventati le tappe fisse della gioventù modaiola. Mète preferite dalle donne con una valigia piena di curiosità per altri stili di vita, e non più solo di quei divi di Hollywood che hanno inglesizzato i loro impronunciabili cognomi di origine greca, come Jennifer Aniston o Nicholas Cage, al secolo Nikos Gatzoyiannis.

Ma il ritmo frenetico del glenti, la movida ellenica, con il suo stile di vita, la musica, le danze, il cibo si è diffuso sempre più anche lungo le sponde del Mediterraneo: da Tel Aviv a Palermo, da Roma a Genova, fino a Venezia e a Milano. E non è solo merito della diffusione degli spiedini souvlaki, ultima moda in fatto di street food.

Se nella costa israeliana ho passato serate a base di mussaka e orchestre dal vivo, nel nostro Paese - già attratto da sempre turisticamente dalle isole che si affacciano sul Peloponneso -, è bastato poco per garantire il successo ad associazioni tradizionali e locali etnici. Una leggera ondata (wave, appunto) di vitalità e gioia ellenica…

(Testo e foto: Marina Misiti)





Dedicato a tutte le travelling women

23 07 2008

Non c’è che dire: le corrispondenti/bloggers dal mondo di questo blog-magazine sono davvero uniche! Questo network di donne con la valigia (piena di idee, sogni e viaggi!) continua ad allargarsi a macchia d’olio e dall’Italia e dal mondo arrivano tante, continue e inaspettate conferme: vi ringrazio pubblicamente tutte, siete davvero speciali! Ecco le ultime:

Leggete qui cosa ha scritto ieri Radha (in inglese) su DCV e su di me… wow, che belle parole, sempre profonde e sentite; qui trovate invece il bel post di Disik da Mauritius su DCV; dall’Italia invece ecco un’intervista che mi ha fatto una nuova amica di valigia, Anna Lauria, qualche giorno fa. Infine ecco un altro articolo su Travelblog che parla di questo blog-zine ed è firmato dalla Valen, la nostra blogger dall’Argentina che ci dedica anche questo altro post nel suo blog.

(testo e foto: Marina Misiti)





In treno da Hong Kong a Pechino

21 07 2008

Radha, la nostra blogger corrispondente da Hong Kong, mi ha appena inviato una serie di scatti fatti da un treno. Mi è sembrata subito una bella idea: queste fotografie raccontano un viaggio in treno intercity - 24 ore non stop - da Hong Kong a Pechino (e ritorno) che la stessa Radha ha effetturato la prima settimana di luglio. Un fotoracconto freschissimo su un Paese, la Cina, che tra qualche settimana avrà tutti i riflettori puntati addosso per via delle Olimpiadi, ma che pochi forse racconteranno nei suoi aspetti di vita quotidiana, nei suoi paesaggi, nei suoi colori. Ecco questa speciale finestra, anzi “finestrino” su queste zone: di seguito, come un mini-corto, una selezione di 10 su 400 fotogrammi-testimonianza lungo migliaia di chilometri di strada ferrata…

(Credits photos: Radha)





Parole prêt à porter

29 04 2008

“Soprattutto, ricorda che la cosa più importante che puoi portare ovunque non è una borsetta di Gucci o dei jeans modello francese: è una mente aperta”.

Gail Rubin Bereny





La mia carriera? Travel Writer

22 04 2008

No, non è solo un gioco di parole: il bel sito di Helga Ogliari, brillante formatrice, trainer e amica di valigia (oltre che compagna di social network), si chiama proprio “La mia carriera” e oggi dedica un lungo articolo-intervista proprio a Donneconlavaligia  e alla mia professione di Travel Writer. Da leggere assolutamente.





Parole prêt à porter

19 04 2008

“L’immaginazione è l’aquilone che si può far volare più in alto”.

Lauren Bacall

 





E’ il momento del Greek Chic

8 04 2008
  • «Esistono solo due categorie di persone: i greci e tutti quelli che vorrebbero essere greci». Mai battuta - come quella pronunciata da Gus Portokalos, ne Il mio grosso grasso matrimonio greco, il padre di Toula (Nia Vardalos), la protagonista -, fu più profetica. L’America negli ultimi anni è letteralmente impazzita per il greek style. Complice l’enorme successo che ebbe questa pellicola indipendente prodotta da Tom Hanks e signora e della sua versione sitcom, l’ellenicità è ormai di gran moda (non a caso il settimanale “Gioia” tempo fa mi ha chiesto di occuparmene). E così ho scoperto che il greek style pervade ormai anche da noi cinema e letteratura, così come stili di vita, musica e cibo. Artisti, scrittori e registi della grecità hanno ripreso la magia, i riti e le tradizioni, proiettandone però una versione rinnovata e originale, tanto da far parlare oggi di new wave ellenica (per distinguerla dagli anni Sessanta legati al jet-set e a Jackie Kennedy Onassis). E a declinarla sono, guarda caso, soprattutto le giovani donne.
  • CINEMA. Merito infatti di Rita Wilson Ibrahimoff (la moglie di origine greca di Tom Hanks) aver visto un giorno, in un teatro losangeliano, un curioso monologo scritto e interpretato da una sconosciuta e autoironica greco-canadese, Nia Vardalos appunto, essersene innamorata subito e aver spinto il marito a produrne il film. Risultato? Incasso stratosferico, riconoscimenti di pubblico e critica in tutto il mondo, pellicola rivenduta come prodigio culturale del melting pot, alfiere del nuovo orgoglio greco, exploit di una minoranza etnica che ha saputo conquistare tutti. I ristoranti e dancing dei quartieri ellenici di New York, come il Queens, o di Chicago e Toronto sono diventati le tappe fisse della gioventù modaiola. Mète preferite dalle donne con una valigia piena di curiosità per altri stili di vita, e non più solo di quei divi di Hollywood che hanno inglesizzato i loro impronunciabili cognomi di origine greca, come Jennifer Aniston o Nicholas Cage, al secolo Nikos Gatzoyiannis.
  • GLENTI. E’ un dato di fatto: il ritmo frenetico del glenti, la movida ellenica, con il suo stile di vita, la musica, le danze, il cibo si è diffuso sempre più lungo le sponde del Mediterraneo: da Tel Aviv a Palermo, da Roma a Genova, fino a Venezia e a Milano. E non è solo merito della diffusione degli spiedini souvlaki, ultima moda in fatto di street food. Se nella costa israeliana le serate a base di mussaka e orchestre dal vivo, stanno rimpiazzando danza col ventre e cibo kosher, nel nostro Paese - già attratto da sempre turisticamente dalle isole che si affacciano sul Peloponneso, locations ideali di film da Oscar come Mediterraneo di Gabriele Salvatores (interamente girato nella sperduta e magica Castellonizo) -, è bastato poco per garantire il successo ad associazioni tradizionali e locali etnici. 
  • «Tra una crema di yogurt e cetrioli e polpettine di ceci o crocchette di baccalà preparate secondo i canoni della tradizione, ascoltiamo il rebetiko e cantiamo, mentre i nostri figli imparano a usare mani e piedi per i passi del sirtaki, il nostro ballo nazionale. Certo non è come un’esibizione nei bouzoukia della mia città» spiega Maraki una giovane architetto e amica di valigia trasferitasi in Italia per studiare ma con il cuore e una piccola casa nella Plaka, sotto all’Acropoli, per «gustarmi la rinascita urbanistica e i nuovi, avanguardistici spazi espositivi di Atene». Sono venuta a sapere così che in Italia è attiva una vera e propria rete di comunità elleniche il cui scopo è mantenere viva l’identità etnica delle famiglie greche o miste residenti nel nostro Paese, attraverso l’insegnamento del greco moderno ai giovani, e numerosi laboratori di musiche tradizionali e danze. Agorà virtuale però è Ellenis, un sito internet realizzato dalla Federazione delle comunità elleniche in Italia, che ha sede a Bologna. Insomma, greci alla ribalta. Non solo in Usa quindi dove, secondo i dati dell’ultimo censimento, le persone di origine greca supererebbero il milione di persone.
  • LIBRI. Ma è la partecipazione straordinaria a diversi Saloni del libro internazionali a costituire la cartina di tornasole della nuova vitalità ellenica. Anche in Italia, infatti, è appena sbarcata una nuova ondata di giovani autori in salsa tzatziki, dai noir ateniesi di Petros Markaris (Bompiani) il cui Montalbano locale è il bizzarro Kostas Charitos, alla Bridget Jones mediterranea protagonista di Giuda baciava da Dio (Sonzogno) scritto da Maira Papathanassopoulou: è la storia di una giovane donna alle prese con un marito insensibile e traditore (Giuda, appunto) e della sua voglia di rivincita. Condito da originalità e umorismo che si ritrovano anche ne Le relazioni culinarie di Andrea Staikos (Ponte alle Grazie), un romanzo gastronomico tutto da gustare, una guerra di seduzione a colpi di mussaka, polpo al vino bianco e involtini di foglie di vite. Un menu di erotismo mediterraneo, tanto per citare alcuni testi, su cui hanno giustamente puntato le brillanti editor ateniesi. Già, perché dovete sapere che le più interessanti case editrici, in Grecia, sono dirette da donne: lì l’editoria è davvero femminile, e non si trattava di curatrici di collane quelle che incontrai ad Atene anni fa, ma di direttrici editoriali delle imprese più importanti del Paese.
  • ARTE. E’ una prospettiva inconsueta sulla cultura ellenica quella che riesce a sfondare sul mercato estero, e a colpire la fantasia di artisti e registi. Una Mamma Grecia rivisitata come nell’album fotografico realizzato da Philip Tsiaras (Contrasto). L’artista statunitense di origine greca ha ritratto in queste fotografie genitori, zii, cugini. La scenografia è la sua casa di famiglia, tra soprammobili kitsch e bandiere elleniche. Il risultato è un omaggio ai più profondi legami affettivi, ma anche un esilarante teatrino di zii musoni e mamme edipiche. Che la letteratura greca non finisca con Euripide sembra essersene accorto anche Martin Scorsese che avrebbe messo gli occhi su Spose (Crocetti editore), capolavoro di Ioanna Karistiani: la storia vera, scoperta e scritta dall’autrice cretese, di una nave carica di spose per gli immigrati salpata nel 1920 da Smirne per New York.
  • DONNE. D’altra parte la capitale greca ha ridisegnato il suo profilo urbano con le Olimpiadi del 2004 e lo ha fatto per mano femminile: tra i nomi Dora Bakojannis, sindaco di Atene (nella foto qui sopra), Fofi Jennimatas, la neo presidente dell’Attica, cioè la regione in cui è inserita la capitale; ma la vera eroina nazionale è stata Lady G, ovvero Gianna Daskalaki Angelopoulos, la presidente del Comitato organizzativo delle Olimpiadi di Atene 2004. Con lei è partita la riscossa di un intero popolo. Per aver portato di nuovo il suo Paese all’attenzione mondiale, per aver ridato orgoglio e fierezza ai greci, sono stati tutti disposti a perdonarle anche una certa megalomania. Le lady di ferro del Peloponneso hanno fatto passi da gigante insomma se è vero che fino ad oggi… “le brave ragazze greche dovevano fare solo tre cose: sposare un ragazzo greco, fare figli greci, cucinare per tutti fino alla fine dei loro giorni”. Parola di Toula Portokalos, la protagonista trentenne, bruttina e con gli occhiali spessi prima di quel suo grasso, grosso (e fortunato) matrimonio da moderna Cenerentola.
(Testo e foto: © Marina Misiti-Donneconlavaligia)

 





Parole prêt à porter

30 03 2008

 “Dunque che cos’è la Donna Selvaggia? Dal punto di vista della psicologia archetipa così come per la tradizione dei cantastorie è l’anima femminile. Eppure è di più; è la fonte del femminino. E’ tutto quanto è istinto, è un insieme di mondi visibili e nascosti…

Dov’è presente? Dove potete sentirla, dove trovarla? Percorre i deserti, i boschi, gli oceani, le città, va nei barrios e nei castelli. Vive tra le regine, tra le campesinas, in sala di consiglio, in fabbrica, in prigione, sulla montagna della solitudine. Vive nel ghetto, all’università e nelle strade….

Lascia impronte ovunque ci sia una donna che è terreno fertile”. 

Clarissa Pinkola Estés  





Le donne di Istanbul, oggi

29 03 2008

  • A Beyoglu sono ancora un’eccezione. Ma nei vicoli di Fatih o nella zona di Suleymaniye, dall’altra parte del Corno d’Oro, di giovani donne avvolte in turban, come usa da queste parti, se ne vedono sempre di più. E direi che non si tratta solo dell’anziana popolazione femminile di Istanbul o di ragazze provenienti dalle campagne dell’Anatolia se, come emerge da un sondaggio recente indossano il foulard islamico il 46,9 per cento delle donne tra i 18 e i 27 anni, il 33,9 per cento delle nubili, il 10,5 delle laureate e il 9,5 delle ragazze di ceto medio-alto residenti nelle grandi città. Viaggiando in Turchia ho notato che il velo – che come sappiamo da pochi mesi non è più vietato per legge nelle università - copre oggi anche i capelli di professioniste, intellettuali e dirigenti d’azienda, in un Paese considerato un fedele alleato degli Stati Uniti e un aspirante partner dell’Europa. Il velo: argomento abusato dai media, ma difficile non leggerne il significato simbolico.
  • Si tratta di un’emancipazione nel nome di Allah? O del segno di una laicità in crisi di fronte al dilagare della marea fondamentalista? La Turchia, oggi più che mai, è un laboratorio politico e sociale sospeso tra Europa e Oriente: qui si sperimenta un islam politico alla guida di uno Stato laico, schierato a Occidente, con il 99 per cento degli abitanti di religione musulmana. Il mosaico della società turca, a guardarlo da vicino, è pieno di sorprese, e le donne, motore di molte trasformazioni, ne riflettono le contraddizioni interne. “Il velo in Turchia (e non solo, aggiungerei io) è diventato in questi ultimi anni il pomo della discordia tra laici e islamici. In realtà si tratta di un fatto culturale più che religioso. La maggioranza della gente qui è ancora profondamente laica, nessuno tollererebbe iniziative integraliste. Divorzio, educazione, voto alle donne sono preistoria per noi. Questo è l’unico Paese islamico che non ha paura della modernità”.

(foto tratta da: Repubblica.it)

  • Ne parla davvero convinta la giornalista Venet Simavi, che non manca di citare il generale Mustafa Kemal, più noto come Ataturk, padre della patria e vera icona popolare che nel dare vita, il 1923, alla repubblica turca ruppe con l’immobilismo secolare dell’impero ottomano, spazzando via in un colpo solo harem, veli e poligamia. E quasi a tranquillizzare un’Europa ancora spaventata dalla prospettiva di avvicinarsi a un Paese che ha consegnato la maggioranza dei seggi in Parlamento agli islamici, cita il fiore all’occhiello di attiviste e femministe turche: il moderno codice di famiglia. Approvato dal Parlamento nel 2001, dopo otto anni di aspre battaglie politiche, il testo sancisce per legge il principio di uguaglianza tra uomo e donna in ambito familiare: l’uomo cessa di essere “il capo della famiglia”. “Le donne - spiega - non devono più chiedere l’autorizzazione del marito per poter lavorare, possono decidere insieme al coniuge quale tipo di scuola i figli dovranno frequentare e che tipo di educazione impartirgli. Il nostro codice civile è un esempio per il mondo islamico: le donne egiziane, saudite o afghane dovranno aspettare anni prima di avere gli stessi diritti”.
  • Turchia, futuro femminile? O riforme nate già sotto un “velo” di sospetto? L’associazione delle universitarie del Bosforo parlando dell’Akp, il partito della Giustizia e dello Sviluppo, dicono: “Fortemente posizionato a destra, ha usato insieme a una politica populista l’elemento religioso per ottenere maggior consenso. La previsione di una restrizione dei diritti delle donne, quindi, non è certo infondata”. Emel Dogramaci, che per anni è stata la preside della Facoltà delle arti e delle scienze dell’Università di Ankara, fa notare come la condizione della donna in Turchia non sia poi così migliorata: “L’analfabetismo femminile, negli ultimi settant’anni è calato dal 90 all’attuale 28 per cento, ma rimane sempre alto. La percentuale delle donne lavoratrici è del 49,33, ma l’85,6 di queste è dedita all’agricoltura. Nel 1934 fu concesso il diritto di voto alle donne e alle elezioni del ‘35 furono elette 18 donne in Parlamento, pari al 4,6 per cento dei deputati. Oggi è inferiore a quella del 1935”.
  • Eppure leggo sul blog Istanblues che la Turchia ha scelto, un anno prima di noi, una donna come capo della Confindustria turca: si tratta di Arzuhan Dogan Yalçindag (vedi foto sopra). Dall’altro lato troviamo però una sociologa come Pinar Selek che ha passato due anni in carcere solo per aver pubblicato un’inchiesta sul PKK (anche se poi è stata assolta) e che si accalora: “In Turchia tutto l’establishment sociale, dalla politica alla magistratura è saldamente in mano agli uomini. Tra queste istituzioni e gli uomini non c’è sempre accordo, ma quando devono occuparsi di situazione femminile diventano solidali”.

  • Quella delle donne come Pinar (foto qui sopra) più che una lotta è quasi una guerra quotidiana: sono storie di coraggio e di passione in un Paese che vuole cambiare, che sa che questo potrebbe essere l’ultimo treno per l’Europa. L’ingresso di Ankara nella Ue passerà necessariamente per la “questione curda”, il muro di Cipro e le violazioni dei diritti umani, in particolare le violenze alle donne, sia in ambito sociale che familiare. “Se non avremo il coraggio del cambiamento resteremo un paese povero e infelice – ha dichiarato tempo fa la deputata Leyla Zana, per anni in prigione per la causa curda -.

  • I delitti d’onore e le violenze alle donne sono ben noti alla stampa internazionale ma anche a Nebahat Akkoc (proclamata da “Time” Eroina del 2003 in Turchia), fondatrice di KaMer, un centro per la protezione delle donne. Lei stessa ha vissuto sulla pelle la durezza di una regione povera e spietata: il marito assassinato, lei arrestata e torturata. Lasciato l’insegnamento alle scuole elementari, Nebahac inizia ad occuparsi delle violenze in famiglia, convinta che la strada per la pace debba iniziare dentro le mura domestiche. Apre così un centro di aiuto psicologico e legale a Diyarkabakir, zona dove l’Onu stima che il 58 per cento delle donne soffre di abusi commessi da mariti o parenti. Oggi l’associazione ha numerosi centri in tutto il Paese: centinaia di donne si sono rivolte a Nebahat.
  • I casi quotidiani nel sud est dell’Anatolia, non sono affatto infrequenti nelle cittadine che si affacciano sul Mar di Marmara, vicino a Istanbul. Ed è proprio in questa metropoli caotica e contraddittoria ma pur sempre unica e ricca di fascino, dove ti capita ancora di respirare uno scampolo di quell’esotico Oriente vissuto dalle donne viaggiatrici dell’800, che conduce la sua battaglia Eren Keskin. Avvocato, presiede l’Associazione dei diritti dell’uomo: i suoi sit-in, davanti alla sede, da anni ricordano a passanti frettolosi e distratti i drammatici scioperi della fame dei detenuti e delle loro mogli. In questi anni Keskin ha infatti denunciato pubblicamente la violenza sessuale cui sono soggette le donne che si trovano sotto custodia della polizia. Finita in carcere più d’una volta, dopo aver ascoltato le testimonianze delle altre detenute, ha deciso di dedicare parte del suo lavoro alle donne vittime di abusi sessuali per mano delle forze di sicurezza. “Le storie che ho raccolto sono soltanto la punta dell’iceberg: molte ragazze hanno paura o si vergognano di denunciare la loro traumatica esperienza”. Keskin ha portato 27 casi alla Corte europea per i diritti umani: sotto accusa ci sono 101 agenti di polizia, 33 membri della gendarmeria e 6 guardie di villaggio.
  • Far condannare membri dell’esercito è un’impresa titanica in Turchia. Spesso a essere perseguitate sono, invece, avvocate, giornaliste o associazioni che cercano di trascinare in tribunale i veri autori delle torture e delle violenze. Keskin stessa è stata minacciata più volte di stupro, anche a mezzo stampa. “Il potere militare è ancora troppo forte – dice - e condiziona tutta la vita sociale ed economica, non solo quella politica. Speriamo  nell’Unione Europea”. Fondamentalismo e militarizzazione sembrano essere oggi i due estremi che rischiano di schiacciare la società civile turca, in particolare le donne, e di allontanare questo Paese dalla grande famiglia europea.
(Testo: Marina Misiti)




Londra charity-chic, una mappa per lo shopping più di moda

19 03 2008
 
Nel mio ultimo weekend lungo a Londra, ho fatto il tour dei charity shop più noti della capitale. Una mia amica di Londra mi aveva assicurato che il Natale scorso erano diventati la tappa-in fondamentale per “shopaholic eque e solidali”, e non solo. Per tutte le donne (me compresa) che si sono ritrovate nella famosa e irresistibile Becky Bloomwood, nata dalla penna felice di Sophie Kinsella

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 (Photo Creative Commons License Steve Bowbrick) 

Numerose comunque anche le vip avvistate nei vari centri-raccolta da quando la foto di Victoria Beckham che fruga tra i vestiti di Oxfam a Notting Hill, ha fatto il giro del mondo. Ci si sono precipitate in tante: dalla molto “glamour” Sienna Miller all’icona delle ragazzine Kate Moss, da Kylie MinogueKate Middleton, la fidanzata del principe William. Nessuna più sembra disdegnare i vecchi “negozi della carità” (un’istituzione in Inghilterra, sono centinaia e a Londra si trovano praticamente in ogni quartiere, vedi mappa qui) per amore del vintage-style, anzi le più snob, mi dice la mia amica, donano ormai l’intero guardaroba dell’anno passato per comprare le nuove collezioni e alleggerirsi la coscienza in un colpo solo.

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(Photo: Traid)

Così ti capita di trovare dei tailleur Jigsaw, scarpe Prada, borse Gucci, l’importante è frequentarli assiduamente: tutto cambia velocemente, la merce di ieri non è più la stessa di oggi e con un po’ di fortuna… Insomma il second hand è diventato di tendenza in quest’inverno londinese e le giovani comprano capi e accessori vintage per mixarli con cappottini e miniabiti alla moda, secondo quanto suggeriscono oggi le riviste di moda. E i charity shop devolvono gli aumentati incassi a svariati progetti di beneficienza. Sì, perché da quando è di moda il percorso charity-fashion, il tour per le donne a caccia del capo vintage unico e irripetibile, la clientela di questi negozi è cambiata visibilmente. Da polveroso regno di anziane donne dell’esercito della salvezza a tappa obbligata di ogni fashion-woman che passa per la capitale inglese. Già, pare che anche molte straniere si facciano vedere nei vari “negozi della carità”, che tra l’altro non vendono solo abiti e accessori.

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(Photo Creative Commons License Steve Bowbrick)

Ecco qual è stato il mio itinerario (la mia Mup londinese), ma si può personalizzare a seconda della zona della città che preferite. Io ho iniziato dando un’occhiata a Traid (quello al 61 di Westbourne Grove), poi ho raggiunto Oxfam al 114 di Notting Hill Gate. Non mi sono fatta mancare il Cancer Research al 24 di Marylebone High Street, il Fara di Bond Street 39, e sono arrivata fino a St. Pauls Road (318-320) con la metro - fermata Highbury & Islington - per sbirciare il Marie Curie. Alla fine io e la mia amica abbiamo trovato un mucchio di cose interessanti a prezzi modici e il bagaglio al ritorno era parecchio aumentato: ecco una vacanza “alternativa” per tutte le donne con la valigia (grande e semi-vuota, almeno all’andata!).

(testo di Marina Misiti)





Piccole monache tibetane coraggiose…

19 03 2008
  • Mentre parlano sorseggiano acqua bollente in tazzine verdi da tè. Mi sorridono composte: Passang Lhamo e Choying Kunsang non hanno ancora trent’anni, ma già cinque li hanno passati nelle carceri cinesi di massima sicurezza. Arrestate e torturate per aver inneggiato a un Tibet libero e per non aver rinnegato il Dalai Lama, le due giovani monache buddiste del “Paese delle nevi” sono fuggite in India e, con l’aiuto di Amnesty International, sono venute anche in Italia per raccontare la loro drammatica esperienza.

(foto: ATT

  • Manette taglienti, stupri, lavori forzati, torture psicologiche e sevizie di ogni tipo, non hanno piegato le due amiche. Adesso possono vestirsi di nuovo con l’abito rosso-arancio e rasarsi la testa, secondo le loro norme religiose. Da qualche anno possono finalmente raccontare al mondo anche l’incredibile storia di una loro compagna di prigionia, Ngawang Sangdrol, arrestata ancora bambina, a 13 anni, e condannata a 22 anni di carcere. Della “piccola” monaca ribelle è stata tradotta e pubblicata una toccante biografia, scritta da Philippe Broussard e Danielle Laeng, “La prigioniera di Lhasa” (Fandango Libri). L’aria da bambolina, il suo spirito fiero, il coraggio e la lunga condanna inflittale ne hanno fatto un’eroina nazionale.
  • Non è più sola. Le sue amiche parlano di un Tibet dove sono sempre più numerose le monache buddiste che vanno al fronte della resistenza pacifista. Un Tibet diverso, più complesso da quello che vede il turista. Ci raccontano la storia, i mesi e gli anni passati dentro le celle di Drapchi, l’Alcatraz delle nevi, costruita da Mao Tse Tung per rinchiuderci i dissidenti. Al buio, lavorando a turno giorno e notte, piegate e rinchiuse in celle piccole come frigoriferi e la mattina, ore e ore coi piedi nudi sul ghiaccio. Sul Tetto del mondo, dove è proibito pregare, tenere in casa una foto del Dalai Lama, e i monaci sono trattati come terroristi, le cifre ufficiali sul numero dei detenuti per motivi d’opinione, sono accuratamente tenute nascoste. Piccole donne coraggiose, che hanno deciso di battersi per un grande ideale: la libertà.
  • Ma una sfida quasi individuale come la vostra, riuscirà a cambiare il corso della Storia?
  • Siamo qui e siamo la voce di chi non ha voce. E’ vero, di solito se si lotta da soli si ottiene poco: all’inizio a ribellarci siamo state in sette, otto amiche (monache, ndr), ma adesso solo nella nostra prigione se ne contano almeno duecento. Una stima è impossibile, il governo cinese tiene nascosto il numero dei prigionieri di coscienza, sia degli uomini che delle donne.
  • In Occidente c’è una grande attrazione verso la spiritualità orientale, ma prevalgono altri valori: il successo, i modelli estetici…
  • E il consumismo, che è più forte degli ideali. Anche da noi del resto ci sono donne molto “materiali”: la felicità però può anche essere truccarsi, farsi belle, vestirsi alla moda. Ma di fronte agli eccessi viene da chiedersi anche se non state perdendo di vista l’importanza e il vero senso della vita, della bellezza. Ma soprattutto la capacità di sognare, di nutrire lo spirito e la consapevolezza di sé: per non mettere il proprio destino in mano ad altri. Capisci?
  • Sì. E’ forse un monito per noi donne in Occidente?
  • Voi, a volte, non vi accorgete più di quello che avete. Bisogna fermarsi, ogni tanto, per essere consci della prpria vita. In Oriente il tempo è ciclico: noi parliamo di reincarnazione, di molte vite e questo dilata la nostra dimensione temporale: abbiamo una diversa visione dell’esistenza.
  • A proposito di futuro: come sarà adesso il vostro?
  • Vogliamo tornare a studiare con i lama nel monastero dove ci siamo rifugiate, in India. Perché quei monaci che voi turisti trovate in Tibet, in realtà non possono neanche nominare la religione, né imparare le preghiere o tenere una foto del Dalai Lama: è impossibile praticare il buddismo in Cina. Un consiglio? Non fatevi mai incantare dalle apparenze.




Viaggio tra le donne nel cinema

12 03 2008

Non ho resistito, sono andata a curiosare ed ho scoperto un altro video montato dallo stesso autore del post precedenteeggman913 (Philip Scott Johnson), con un omaggio alle donne nel cinema, in digital art.





Good morning, Kosovo

18 02 2008

  • E’ il Kosovo che non ti aspetti, pensavo già qualche anno fa, mentre mi ritrovavo lì per il mio giornale. E vale la pena riparlarne proprio ora che i kosovari albanesi stanno festeggiano in piazza l’indipendenza, nonostante la neve, le polemiche e le tensioni internazionali. E’ il Kosovo delle giovani donne che vanno dal parrucchiere e a fare shopping e che la sera, a gruppetti, si danno appuntamento fuori per mangiare insieme la pizza, quello che ho ritrovato a Pec e a Pristina. Il Kosovo dei ragazzi che la notte si riversano sul polveroso vialone principale della capitale con i suoi internet cafè e i ristorantini all’aperto, proprio come accade in tutte le altre città europee.

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  • Si tornava a studiare nelle università, si costruiva, si restaurava. A bassa voce e nonostante la forte criminalità, c’era già chi cominciava a parlare di stabilizzazione, di investimenti dall’estero, anche dall’Italia, per il turismo e i beni culturali. I colpi dei kalashnikov avevano lasciato il posto al rumore dei clacson. Ma il paradiso all’occidentale, captato con le parabole montate su ogni balcone, non era per tutti.

  • Pec, città termale dove un tempo la nomenklatura serba veniva in vacanza, continuava ad essere attraversata da milizie. Pristina, la capitale, era ancora contrassegnata da posti di blocco. Doveva nascere, nel Kosovo sotto tutela armata, una società plurietnica e multireligiosa. Ma il puzzle politico ed economico, etnico e religioso, non sembrava semplice da ricomporre. Eppure, dopo esser fuggita dai massacri dell’esercito serbo, dalle bombe “umanitarie” Nato del ‘99, dalle milizie dell’Uck e dalla contro pulizia etnica degli albanesi kosovari, la gente e le donne con cui parlavo avevano un solo desiderio: dimenticare.

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  • “La normalità è perduta per sempre finché saremo costrette a vivere in questa prigione dorata: su 250 serbi tornati nelle loro case, ci sono 150 militari che li scortano per fare la spesa, tagliare la legna, raggiungere l’ospedale. Tutto per evitare le ritorsioni dei kosovari albanesi sulle minoranze serbe e rom”, mi avvertiva Dobrila Bozovic, eminenza grigia del Patriarcato Ortodosso di Pec, il luogo più sacro del popolo serbo: uno straordinario complesso di quattro chiese affrescate (in restauro da una ong italiana) del XIII e XIV secolo. 

  • Lì, nella lussureggiante e bellissima valle Rugova, un’unica strada conduce al monastero. Per entrare e uscire si passava il controllo del check point Kfor: il contingente italiano proteggeva le più importanti chiese ortodosse e le enclave dei pochi serbi rientrati. Vorrei immaginare un futuro prossimo in cui questi luoghi magici possano tornare accessibili e visitabili pure dai turisti…


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  • La vera ricostruzione, quella psicologica, stava comiciando proprio dalla parte femminile della società. Che si investa sulle donne come soggetti attivi nei processi di pacificazione e nelle ricostruzioni post-belliche, non è una novità. Le donne in Kosovo si dedicano soprattutto al commercio di cosmetici e di dolci, al lavoro a maglia e alla tessitura di tappeti. Oltre che allo sminamento: numerose le giovani “istruite” da Intersos per ripulire la loro terra, bruciata dagli odii etnici e dalle bombe cluster. 

  • Good morning Kosovo” è stata la trasmissione che l’ha lanciata, anni fa, al suo arrivo a Pec: Blerta Zeqja, bionda e solare albanese di Scutari, è stata una delle voci più note di Radio West, emittente nata per l’esercito italiano e diventata un piccolo miracolo di convivenza etnica. Sintonizzati sui 97 megahertz c’erano proprio tutti: albanesi serbi e albanesi kosovari, giovani, donne, bambini, oltre ai nostri soldati. Multietnica per vocazione, con musica, rubriche e dibattiti socio-culturali trasmessi in ben cinque lingue, la radio (captata nell’80 per cento del territorio del Kosovo) è stata la voce della speranza per chi doveva ricostruire tutto.


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  • Blerta mi accolse per una chiacchierata nella piccola cabina di regia alloggiata in una dépendance in legno nel giardino dell’Hotel Metohija (che quando andai era stato requisito dal comando italiano). “Quando sono arrivata qui, l’odore acre dei morti era dappertutto – mi raccontò -.  Ma non essendo sposata, ho potuto decidere da sola della mia vita e un giorno mi sono detta: devo riuscire a tirar su questa gente. Inutile continuare a piangere, chi è vivo deve tornare a vivere. Dalle 7 a mezzanotte ho lavorato per la pace del mio popolo. Pensando solo a intrattenere le persone, a risollevarne lo spirito, a ridare fiducia ai giovani, alle donne che in quei giorni venivano al comando per chiedere i famosi “sacchi neri” in cui avvolgere i cadaveri dei parenti che ancora giacevano in strada. Un inferno che ho cercato di combattere a colpi di musica, soprattutto di canzoni italiane, molto amate da queste parti. E con una serie di programmi dedicati a chi, soprattutto donne rimaste sole e capofamiglia, cercava di reagire, di trovare un lavoro, di mandare di nuovo i figli a scuola e, perché no, di tornare a sorridere. La sera, nel programma di musica con dediche, chiamano ancora in tante per salutare gli amici e i fidanzati, soprattutto il sabato mentre passeggiano in piazza della Libertà”. Il Kosovo del futuro, forse, sarà anche questo.

  • (testo e foto: Marina Misiti)
 
 




Parole prêt à porter

6 02 2008
 
 
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  • “Una donna può desiderare follemente essere vicino all’acqua, o a pancia in giù, con la faccia nella terra, a odorare quel profumo selvaggio. Può aver voglia di correre nel vento, o di piantare qualcosa, di togliere qualcosa dalla terra o mettere qualcosa nella terra. Può aver voglia di impastare e mettere in forno, immersa nella farina fino ai gomiti. 
  • Può aver voglia di salire sulla montagna saltando di roccia in roccia, e facendo risuonare la sua voce. Può aver bisogno di ore di notti stellate, quando le stelle sono come cipria sparsa su un pavimento di marmo nero. 
  • Può sentire che morirà se non potrà danzare nuda nella tempesta, sedere in perfetto silenzio, tornare a casa sporca di inchiostro, di pittura, di lacrime, di luna”.

  • Clarissa Pinkola Estés 
 
(l’immagine è presa da un quadro di Claudia Amantini. Ringrazio l’autrice per la gentile concessione)
 
 




Viaggio intorno al mondo della moda

31 01 2008
 
Dal Medio Oriente a Roma Alta Moda: le principesse dello stilista Tony Ward sospese tra due culture
 
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  • “La percezione occidentale sul Medio Oriente è falsata. Il mondo della Moda può far conoscere meglio le culture, i diversi mondi, e promuovere in questo modo la pace.” Le parole sono di Tony Ward, stilista libanese, cresciuto a Parigi, sposato a una italiana che ha sfilato all’Auditorium di Roma nell’ultima giornata di AltaRoma AltaModa 2008.
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  • Interessante la kermesse romana: accanto ai giovani e a cinque maison storiche hanno sfilato una decina di stilisti stranieri, provenienti da Libano, Palestina, Russia, Olanda e Repubblica Ceca, tra cui Ella Zahlan, stilista libanese molto amata dalle dive di Bollywood.
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  • Ho visto (e fotografato) abiti luminosi e scintillanti dai colori accesi, realizzati dalle sarte dell’atelier di Beirut: Ward sembra aver assorbito le culture che sono intervenute nella sua formazione personale. Medio Oriente ed Occidente convivono felicemente in abiti ricchi di dettagli sartoriali. Una collezione “Inedita” ispirata agli anni ‘50, adatta alle principesse arabe, realizzata con tessuti preziosi (organza, broccato, mussola, seta) accanto alla plastica, tagliata al laser e dipinta a mano.
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  • Ai poeti le parole. Ai sognatori i sogni. Ad un couturier come Ward l’abilità di trasformare l’abito in poesia, si legge nella brochure del suo invito.

(testo e foto: © Marina Misiti)
 
 




Le donne e il viaggio sacro: Sebastiana Papa

19 01 2008

Diversi anni fa incontrai per lavoro una grande fotografa italiana: Sebastiana Papa. Fu quasi un evento magico: lavorammo e viaggiammo anche insieme, per un periodo. Dall’Estremo Oriente all’India alla Terra Santa: furono molti i mondi che questa donna straordinaria seppe svelarmi. Amica di Sonia Gandhi e dei più grandi scrittori israeliani, in punta dei piedi, ma con immensa determinazione, percorreva sola da anni le strade del mondo. Viaggiatrice, artista, fotografa ma anche e soprattutto amica. Poi, un giorno, è partita per il suo ultimo viaggio. Ci ha lasciato le sue foto, i suoi tesori. Questo è l’articolo che scrissi in occasione di una delle sue ultime mostre a Roma, e che fu pubblicato da “Caffe Europa” (nel numero del 9/2/01). Vorrei riproporlo qui riadattato solo in minima parte: una piccola testimonianza su una grande artista.

  • Da Gerusalemme con amore. Da questa città simbolo, vicina e lontana, “porto di mare in riva all’eternità”, come l’ha definita Yehuda Amichai, arrivò al Teatro Argentina nel cuore di Roma, nel febbraio 2001, una mostra fotografica di Sebastiana Papa dal titolo: Incontri a Gerusalemme. Gli uomini e il divino.

  • Cinquanta foto in bianco e nero realizzate nell’arco di quattro autunni, dal ‘96 al ’99, con una Leica Mp3 al collo e la solita voglia di andare al “fondo” delle cose. Per un’artista come Sebastiana Papa, attenta scrutatrice di vite e di anime, per oltre trent’anni in giro per il mondo dove fotografava ed esponeva i suoi lavori, si trattò di “firmare” con la luce un’altra coraggiosa e difficile ricerca: l’esperienza del mistero in Terrasanta. Aveva già percorso una strada parallela e altrettanto ardua ne “Il femminile di Dio” (Edizioni Fahrenheit 451)

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  • Dopo “Orgosolo”, duro e appassionato lavoro fotografico sulla Sardegna di oggi e del ‘66, quella dei rapimenti e della diffidenza, ma anche dell’innata ospitalità, raccolto poi in un libro (Edizioni Fahrenheit 451), era quella un’altra esperienza forte, “controcorrente”, difficile e anche per questo ancora più preziosa per questa donna straordinaria: documentare l’incontro personale con il trascendente, mostrare quanto questo sia possibile a tutti, donne, uomini, bambini. Possibile soprattutto in una città simbolo come Gerusalemme, luogo d’incontro e scontro delle tre grandi religioni monoteiste.

  • Un rapporto con il divino che non si è mai ridotto ai rituali religiosi, alle preghiere private, ma che pervade da sempre la vita di tutti i giorni, i momenti di festa e quelli dedicati allo studio. “La trascendenza è questa - mi diceva Sebastiana Papa, sedute davanti a una tazza di tè nella piccola cucina della sua casa romana - non è solo Dio, è anche dell’umano nell’umano”. Una professione di laicità, la sua, che sembrava però costituire l’unico modo possibile per fare esperienza del mistero, del divino, per viverlo senza retorica.
 Così, nonostante l’afa di fine estate, vestita “per rispetto” con una lunga gonna blu, calze nere pesanti, maglietta a maniche lunghe e collo alto, fazzoletto in testa, la grande fotografa girava per Gerusalemme in lungo e in largo, mimetizzata.

  • “Mi parlano direttamente in yiddish”, mi raccontava. E spiegava così la sua filosofia: “La fotografia nasce soltanto se c’è comunicazione tra me e la persona che sto fotografando. Questo rapporto però può essere solo paritario, invece in mano io ho un mezzo di potere: la macchina fotografica. Per comunicare allora devo annullare questo potere”. Aveva le mani occupate, Sebastiana Papa, nel momento in cui fotografava, non poteva usare la parola, rimanevano allora solo l’aspetto e quelle che chiamava le sue “energie corporee”. Attraverso queste si raccontava per permettere all’altro, a sua volta, di raccontarsi.

  • E’ così che sono nate le sue magiche e intense fotografie. Non immagini rubate, quindi, ma condivise.
 Immagini che a detta del grande narratore israeliano e suo amico, David Grossman, sprigionano “quel che è impossibile vedere nella frettolosa quotidianità”.
 Le giovani donne davanti al muro del pianto, i ragazzi in festa, i poveri e gli emarginati diventano altro, si aprono davanti agli occhi della fotografa che riesce così a svelare quei piccoli, preziosi “semi d’eternità”, quelle tracce invisibili ai più, quelle emozioni che soltanto un grande artista è capace di trasmettere.

  • Se la preghiera - ebraica, cristiana, musulmana - ha fatto da filo conduttore per queste immagini, la città, Gerusalemme, con le sue luci e le sue ombre, è stata però la vera protagonista di questo viaggio dove le differenze tra ebrei, cristiani e musulmani sono pervase da un unico senso religioso, da una sola esperienza sacrale.

  • Testo: Marina Misiti





Peggy, la donna, l’arte e Venezia

18 01 2008

  • Era il 1948 quando Peggy Guggenheim fu invitata da Rodolfo Pallucchini, allora Segretario Generale della Biennale di Venezia, ad esporre la propria, già leggendaria, collezione al Padiglione della Grecia, paese all’epoca impegnato nella guerra civile: per la prima volta in Europa il pubblico poteva ammirare le opere dei grandi rappresentanti dell’Espressionismo astratto americano, artisti quali Pollock, Gorky, Rothko. Appena un anno più tardi Peggy Guggenheim acquistava Palazzo Venier dei Leoni, prezioso scrigno sul Canal Grande che da allora custodisce la sua collezione, la più importante in Italia per l’arte europea e americana della prima metà del Novecento. Durante i trent’anni trascorsi a Venezia, Peggy ha continuato instancabilmente a collezionare opere d’arte e ad appoggiare artisti internazionali e locali, come Edmondo Bacci e Tancredi Parmeggiani.

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  • Il 2008 si è aperto così  all’insegna delle celebrazioni per i 60 anni della Collezione Peggy Guggenheim di Venezia: una serie di eventi, mostre temporanee, conferenze e dibattiti, laboratori didattici, visite guidate gratuite, proiezioni di film in giardino e il concerto per il compleanno di Peggy, ripercorreranno i momenti che hanno segnato la vita della mecenate americana dal suo arrivo a Venezia nel 1948 attraverso la storia delle opere della sua Collezione, dei suoi amici artisti, del suo talento e del suo amore per l’arte.


  • Nel 1969 Peggy decide di donare il palazzo e le opere d’arte alla Fondazione Solomon R. Guggenheim, creata nel 1937 dallo zio Solomon per amministrare la propria collezione e il museo. Partendo proprio dai contenuti delle due mostre temporanee, Coming of Age: American Art, 1850s to 1950s (28 giugno–12 ottobre) e Carlo Cardazzo. Una nuova visione dell’arte (1 novembre–9 febbraio 2009), il programma dell’anniversario intende ripercorre la “geografia” di Peggy, per approfondire da un lato l’importanza dei suoi legami con le avanguardie americane, e dall’altro la sua influenza all’interno del panorama artistico veneziano degli anni ‘40 e ’50, mettendo così in luce due diversi aspetti di quell’unica grande passione artistica che animò l’esistenza della straordinaria mecenate americana.


  • Il 2007, intanto, si è chiuso con un nuovo record alla Collezione Peggy Guggenheim: in 12 mesi il museo ha registrato 378.613 visitatori durante l’orario di apertura al pubblico. Nei 314 giorni di apertura, la media giornaliera è stata di 1.206 presenze: i gruppi sono stati ben 855, di cui 647 provenienti da scuole italiane e straniere, per un totale di 25.201 visitatori. A queste presenze si sommano gli oltre 8.395 studenti che hanno partecipato ai programmi didattici del museo, oltre 500 insegnanti e le circa 9,000 persone che hanno visitato la collezione in occasione di inaugurazioni, eventi istituzionali, eventi e visite speciali che la scorsa stagione hanno raggiunto quota 68.

Fonte: Collezione Peggy Guggenheim





Shopping d’autore a Vienna

11 01 2008


Suggerimenti da intenditori sui negozi della Kettenbruckengasse. Nelle immediate vicinanze del Naschmarkt di Vienna e a pochi passi dal cosiddetto Freihausviertel, celebre quartiere della moda, sta sorgendo un nuovo piccolo ma raffinato raggruppamento di negozi trendy.

 

Anna Stein, ad esempio, propone accessori e souvenir stravaganti, borse di panno, CD, fonduta alla cioccolata e bijoux brasiliani. Ma il motto del posto non è certamente “shop till you drop” (compra fino allo sfinimento), si tratta piuttosto di un luogo d’incontro senza obbligo di acquisto. E se le clienti lo desiderano, lo shop si trasforma in un salotto: si sta insieme, si beve caffè, si chiacchiera e ci si scambia consigli 5., Kettenbrückengasse 21, tel. +43–669–120 314 30, www.anna-stein.com

Il Cameo invece propone “Satisfashion” e woman-wear per donne giovani e giovanili in un piccolo e colorato negozio. 4., Kettenbrückengasse 14 tel. +43–1–586 80 30.

E il Bananas espone interessanti mobili del periodo tra gli anni Cinquanta e gli Ottanta. 5., Kettenbrückengasse 15, tel. +43–664–312 94 49, www.bananas.at

Ma anche nel panorama dei locali le novità non mancano: nel nuovo “Transporter Café” vi attendono arte e DJ per fare le ore piccole. 5., Kettenbrückengasse 1, www.transporterbar.com

Fonte: Vienna vi aspetta

 





Se ami l’arte (e il design), ami Vienna

9 01 2008

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(foto: © Marina Misiti)
 

Appena arrivata a Vienna, e per sentirmi subito nel clima “giusto”, ho scelto un nuovissimo albergo che è già di per sé un pezzo d’arte (contemporanea, s’intende). Si chiama Viennart, e non a caso è realizzato secondo un nuovo concetto di ospitalità: la facciata, l’ingresso, ma soprattutto la hall stessa costituiscono un luogo espositivo vero e proprio, dove quadri, luci e istallazioni ti fanno toccare con mano quello che Vienna poi ti riserverà. La collocazione strategica, inoltre, lo rende un indirizzo ideale. Posata la valigia, dunque, sono uscita immediatamente con un unico obiettivo: raggiungere l’MQ, ovvero il nuovo (è stato inaugurato da pochi anni e visitato già da oltre tre milioni di persone) MuseumsQuartier e il suo immenso centro culturale. All’entrata leggo che si tratta di sessantamila metri quadrati suddivisi in 40 strutture con musei, fondazioni e centri di ricerca costruiti negli spazi delle ex scuderie imperiali. Entro nel primo cortile e l’immagine dei classici musei viennesi, dall’Albertina alle Belle Arti, sembra appartenere a secoli fa. Qui due grandi edifici cubici costruiti “su misura” per le eccezionali collezioni d’arte che ospitano, si impongono immediatamente alla vista, come due gioielli preziosi. A destra la pop art della Ludwig Foundation esposta sui cinque piani di un edificio grigio scuro di pietra lavica con feritoie alle pareti; a sinistra, in pietra calcarea del Danubio, sorge il palazzo del Museo Leopold dedicato a Schiele, Kokoschka e Klimt. Qui i lavori artistici non devono adattarsi all’ambiente come avviene negli altri musei, ma è piuttosto il contrario. (Continua -2)