Pensi di conoscere il mondo in tutti i suoi angoli? di aver viaggiato abbastanza (anche solo per shopping) da sapere dove si trovano tutte o quasi le capitali dei vari Paesi? oppure, ti definisci una donna viaggiatrice per natura, una turista esperta di mappe e cartine? fai parte delle donne che viaggiano “senza chiedere mai”, sai orientarti ovunque e giuri di conoscere la geografia anche senza averla studiata all’università???
Ecco un bel test firmato TravelPod su cui cimentarsi qui sul web, da sole o in gruppo, per valutare il vostro traveler IQ, e partire… più consapevoli!
Ecco un altro spaccato inusuale di vita quotidiana che Radha, amica di valigia che vive ad Hong Kong, ci regala
La penisola di Stanley, ad Hong Kong, ti proietta in un mondo totalmente “italiano”. La costa, le spiagge, il mercato, i ristoranti e le case basse… un angolo di pace assoluta così diverso dal resto della città! Già in partenza, durante il tragitto in autobus te ne accorgi: un’unica strada porta fino a Stanley. Sembra di attraversare una foresta stretta, con alberi i cui rami sbattono contro i vetri durante il passaggio veloce del minibus a 18 posti. Florence e la sua famiglia (marito e due bambini) ci invitano sempre qui, ogni mese.
Andiamo sulla spiaggia che si trova dietro Murray House, non la spiaggia principale dedicata ai surfisti e alle gare in canoa. Questa è la spiaggetta che suo marito Edwin, insegnante di inglese in una high school, ha visto trasformarsi con gli anni sin dalla sua infanzia trascorsa in questo lembo di terra nella parte sud-orientale di Hong Kong island. Gautama, il maggiore dei due figli, mi racconta che Murray House prima si trovava downtown ed era il palazzo centrale del governo; fu smantellata e trasportata in blocchi con l’elicottero fin qui dove fu ricostruita e rimessa in sesto, verso la fine degli anni Novanta. Oggi i turisti vengono attratti dai ristoranti di sapore internazionale che si trovano al suo piano superiore e dal Museo marittimo che espone la storia navale di Hong Kong, situato a piano terra.
E’ proprio dietro a Murray House che si trova un percorso a ridosso della montagna; ad un certo punto, scavalcando una staccionata di ferro, si prosegue per un centinaio di metri nella foresta tra gli alberi attentamente catalogati e marchiati con il nome da qualche istituto di botanica governamentale. La spiaggia si intravede subito, rocce sulla sinistra e sabbia e battigia verso destra. Bisogna scendere sugli scalini di pietra disposti alla meglio e il mare vi si dispiegherà avanti nella sua purezza. Questo posto non è molto frequentato, infatti come al solito ci siamo noi con altri amici e tre o quattro altre persone.
Non so quanto tempo trascorriamo in acqua - mi sembra un’eternità - alla ricerca di granchi e conchiglie, nuotate, corse in mare, proprio come i bambini non vogliamo asciugarci, la temperatura è perfetta, non è un caldo pienamente estivo ma l’aria è davvero tiepida e l’acqua fresca energizzante. Che fortuna avere questo angolo di mare cosi vicino alla città (mezz’ora quando non c’è traffico)!
Ma Stanley non è solo spiaggia, ovviamente. Perdersi nelle stradine strette strette del mercato è un gioco divertente da fare insieme allo shopping. Questo mercato non può non essere visitato. E’ di nuovo come nuotare, ma tra souvenir di seta cinese e capi di abbigliamento in puro lino e cotone. Si trovano regali fantastici, di tipo cinese. Anche giochi di legno, soprammobili antichizzati e dipinti calligrafici.
Per mangiare qualcosa, proprio di fronte alla stradina costale principale, si trovano numerosi ristoranti sia su strada che su piano rialzato: basta avventurarsi negli edifici, e comunque la segnaletica colorata aiuta molto. Dalla cucina cinese tipica di Hong Kong all’etnico, indiano, coreano, italiano, spagnolo… A voi la scelta, oppure si può ritornare in Murray House, al secondo piano.
La veduta sul mare è spettacolare da qui. C’è una piazza proprio di fronte al Museo marittimo, a forma di arena teatrale. Potreste imbattervi in qualche fiera di qualsiasi tipo (libri, dolci, tessuti…), oppure in un concerto all’aperto serale e accomodarvi sulle gradinate fatte di pietra o sulle sedie al centro e godervi la brezza fresca che qui non manca davvero mai. Respirate a pieni polmoni, però, prima di ritornare in città!
Interessante esperimento quello di Nicolas Kayser-Bril sul blog Online Journalism. Ecco nuove, personali mappe del mondo “redatte” monitorando il lavoro dei redattori capo degli Esteri in alcuni quotidiani e settimanali francesi, inglesi e americani nel 2007 e, infine, il mondo secondo le notizie e le micronotizie che nello stesso anno sono apparse nella blogosfera. Su L’Observatoire des medias c’è anche la versione Flash. Dal “New York Times” all’”Humanité“, dal “Daily Mail” all’”Economist” alla blogosfera…
“La notte è diventata buia a Srinagar. Anche le stelle hanno abbandonato il cielo.
E non si può più bere acqua, perché esce rossa del sangue dei giovani che sono stati uccisi sulle montagne (…) E anche i tuoni fanno paura, perché ricordano le bombe (…)
Ognuno porta nelle tasche il proprio indirizzo, almeno il suo corpo potrà tornare a casa (…)
Dimentica tutto questo, ma non dimenticare me”.
Si chiamano Farooq, Nazki, Bashir i giovani poeti kashmiri che scrivono questi versi e sognano di cambiare il mondo. Penna, quaderno e qualche volta pc a ore nei rari internet café, chattano con i coetanei di Rawalpindi, Delhi, Parigi. E non ci sono confini armati, non bastano le montagne dell’Himalaya, né le acque incantate del lago Dal per fermare le parole. Prima o poi arrivano nell’altra parte del mondo queste poesie, anche se anonime (firmarle, da queste parti, può equivalere a una condanna a morte), ne sono convinti. Intanto hanno creato un altro linguaggio per “raccontare in versi” gli orrori che vedono, per poter testimoniare senza timore di essere arrestati; dicono che le circostanze li hanno resi “poeti”, che non hanno altri modi per descrivere quanto sta accadendo. E’ così che tempo fa arrivarono a me, che sul Kashmir stavo scrivendo un reportage per “Grazia“.
L’Occidente che questi giovani invocano sembra però averli dimenticati. Il dossier Kashmir giaceva chiuso in un angolo da anni. Fino a quando le diplomazie occidentali non si sono accorte che il Paese è una polveriera atomica, nessuno voleva ascoltare le lamentele di qualche tour operator specializzato in viaggi di nozze esotici o in trekking d’alta quota: eppure è dall’89, da quando è esplosa la cosidetta rivolta separatista, che il Paese è off limits per i circuiti turistici internazionali (l’estate del ’95 furono rapiti degli occidentali e uno venne decapitato). Da circa 800.000 visitatori l’anno, oggi sono qualche migliaio, concentrati soprattutto nella regione buddista del Ladakh.
Nei vecchi depliant rimasti accatastati all’ufficio del turismo di Srinagar, c’è stampato ancora il paradiso: laghi tranquilli dove si specchiano imponenti catene montuose, campi di fiori, colline viola di zafferano, frutteti carichi di mele, pere, noci e poi terrazze di riso. E villaggi costruiti sui fianchi delle vallate, al riparo dalle piene, circondati da coltivazioni di grano, orzo, mais. Fiumi impetuosi, altipiani, gole profonde. La Valle, come viene chiamata dai kashmiri la propria terra (ma si tratta solo della parte centrale, quella controllata dall’India), era una Svizzera d’oriente e la sua capitale estiva (quella invernale è Jammu, più a Sud) una piccola Venezia: una ventina di ponti collegano l’isola centrale agli altri quartieri di Srinagar. Tutt’intorno una languida distesa d’acqua, quella del lago Dal che si unisce al fiume Jhelum e a specchiarsi, come ombre cinesi, le shikara, le antiche canoe simili a gondole. Ormeggiate sulle rive del grande lago le house-boat di legno intarsiato, case galleggianti da affittare (vedi sito) celebrate da scrittori, artisti e turisti. Oggi, lasciate marcire senza clienti.
La rosa più bella tra le rose, come Gandhi chiamava questo Paese, è ormai sfiorita. E non per le brutte costruzioni in cemento che stanno sorgendo nella capitale, ma per i continui bunker e posti di blocco che si susseguono nelle strade congestionate di traffico: sono 400.000 i militari arrivati da Nuova Delhi negli ultimi 13 anni. E con loro una scia di sangue che conta dalle 50.000 alle 80.000 vittime, a seconda delle fonti.
Una cosa è certa: neppure i matrimoni si celebrano più a Shrinagar. Gli eunuchi (gli hijada), che da quando non ci sono più gli harem si occupano di combinare nozze a pagamento, lamentano un calo degli affari di oltre il 50 per cento. I giorni di festa si passano al cimitero. E i cimiteri sono sorti ovunque, anche sui lati delle strade. Non c’è famiglia che non pianga un proprio caro. Non c’è donna che non abbia perso almeno un uomo: figlio, fratello, padre, marito. «Ci sono molte donne che ormai vengono chiamate “mezze vedove”: mogli di uomini scomparsi, missing, che probabilmente sono morti ma dei quali non si sa più nulla. Di solito il governo indiano prevede dei risarcimenti per i parenti delle vittime, in questi casi vedove con figli a carico, ma è necessario produrre un certificato di morte, che senza il corpo non è possibile ottenere. Un gruppo di queste donne ha fondato così l’Associazione dei Parenti degli Scomparsi che - secondo i dati sono quasi 4000 - si batte quotidianamente per ottenere informazioni», mi spiega sorseggiando il kawa (tè verde con mandorle tritate e zafferano) Urvashi Butalia, direttrice di “Kali for Women”, la prima e più nota casa editrice di donne in India. Dopo aver dedicato al Kashmir il Diario 2001, questa coraggiosa saggista ha tenuto un lungo tour di conferenze “pacifiste” negli Stati Uniti. «Le donne del Kashmir – musulmane, hindù, sikh o buddiste – possiedono una grande tradizione di lotta e una storia culturale che pochi conoscono. Il loro coraggio e la passione si ritrova nella letteratura, nelle arti e nella poesia. E, fino a cinquant’anni fa, erano presenti anche nella scena politica».
Indù e musulmani avevano sempre vissuto in armonia nella regione himalayana e anche l’islam sufi di queste valli era noto per la sua moderazione. Tuttora indù kashmiri condividono con i vicini musulmani l’idea di appartenere a una cultura distinta: kashmiri al cento per cento. Randeep S., il traduttore-filosofo, nel senso che prima insegnava filosofia all’università di Srinagar e poi con tutta la famiglia è dovuto fuggire, ne è convinto: «La nostra comunità era molto integrata e non è stato l’esercito indiano a proteggerci, ma i nostri vicini musulmani. Il vero problema oggi è il fondamentalismo, la politica della religione». Un’estremismo islamico terrorista che ha spezzettato la sua comunità, quella dei pandit (i kashmiri indù), che contava circa 250.000 persone: oggi sono rimasti in cinquemila nella Valle, gli altri sono stati “spinti” a Sud, verso i campi profughi di Jammu.
Nell’ultimo Eden fotografato dalle cartoline, il melting pot che era già una realtà per uomini e donne, spesso bellissimi, che nei tratti somatici (biondi, pelle scura, occhi azzurri o a mandorla) rivelavano antichi intrecci tra i popoli dell’Asia Centrale, ha lasciato il posto alle divisioni e agli odii etnici e religiosi: da entrambe le parti si dice che è l’altro a non volere la pace.
Difficile immaginare un futuro anche per quei diciottomila civili kashmiri musulmani che, incalzati dagli attacchi delle milizie indiane, hanno attraversato le montagne del Pir Panjal per riparare in una ventina di campi profughi sorti intorno a Muzaffarabad, nell’Azad Kashmir, la fetta del Paese controllata dal Pakistan. Anche qui i funzionari locali si lamentano per il crollo del turismo, perché le vette taglienti e la vallata del Jhelum restano di una bellezza da togliere il fiato. Inaccessibili ormai ai visitatori, come i ghiacciai perenni del Karakoram che hanno visto soldati fronteggiarsi a seimila metri d’altitudine, nella “guerra più alta del mondo”. In questo fazzoletto di terra stritolato dai due giganti vicini (senza considerare la Cina) - che continuano a testare armi nucleari -, divisi solo da una labile linea di controllo lunga 800 chilometri, è in gioco il destino di 12 milioni di persone: i kashmiri, appunto.
India del Nord. Durante il primo plenilunio di marzo, quando l’inverno lascia il posto alla primavera, qui si celebra il Festival dei colori di Holi. Tra dolci e bevande tutti quanti si dipingono l’un l’altro il viso di colori sgargianti, esclusivamente naturali, e si lanciano addosso polveri colorate così da trasformarsi in veri e propri arcobaleni.
Il mese scorso scrivevo, testualmente qui: “Non è un segreto che alcuni leader arabi abbiano affidato alle loro giovani ed esperte consorti, il compito di informatizzare i propri Paesi, ed offrire nuove opportunità di emancipazione alle donne: Rania Yassin, la regina giordana laureata in Gestione d’impresa, è specializzata in informatica; Asma Al Assad, first lady siriana, ha preso una laurea in informatica al King’s College di Londra”. Ora abbiamo letto su Repubblica.it che proprio Rania, la moglie di Abdallah di Giordania, sceglie di utilizzare un video su You Tube per combattere i pregiudizi e dice: “Inviatemi domande e stereotipi sul mondo arabo. Risponderò a tutti”. Emancipazione in rosa 2.0? Un nuovo viaggio per le donne arabe? Sentiamola, dunque…
Intervistare Dith Pran fu uno dei primi incarichi che mi diedero, diversi anni fa, appena arrivata alla redazione Esteri del mio quotidiano. Conoscere quest’uomo e la drammatica, immensa storia di cui fu testimone (lo sterminio di oltre due milioni di cambogiani dal ‘75 al ‘79, ad opera di Pol Pot) mi rese ancora più determinata nell’affrontare questa professione. Rafforzò, come si dice oggi, la mia mission.
Ieri Dith Pran, l’uomo che ha ispirato il film otto volte premio Oscar «Urla del Silenzio» (The Killing Fields, di Roland Joffrè), si è spento all’età di 65 anni, a causa di un male incurabile. Ma il dolore più grande lo ha avuto per non aver visto Pol Pot processato e chiamato a rispondere della morte di due milioni di innocenti. Lo annuncia il suo collega del New York Times (dove Pran ha lavorato come fotografo dopo avere lasciato la Cambogia dei Khmer rossi nel 1979) Sidney Schanberg, l’altro protagonista della storia e Premio Pulitzer.
Le immagini di questo film sono rimaste impresse indelebilmente nella mia memoria e qualche mese fa, in viaggio in Cambogia, non potevo non sovrapporle a quelle delle risaie che mi scorrevano accanto, della terra rossa delle strade e delle pur meravigliose rovine nella giungla ad Angkor…
A Beyoglu sono ancora un’eccezione. Ma nei vicoli di Fatih o nella zona di Suleymaniye, dall’altra parte del Corno d’Oro, di giovani donne avvolte in turban, come usa da queste parti, se ne vedono sempre di più. E direi che non si tratta solo dell’anziana popolazione femminile di Istanbulo di ragazze provenienti dalle campagne dell’Anatolia se, come emerge da un sondaggio recente indossano il foulard islamico il 46,9 per cento delle donne tra i 18 e i 27 anni, il 33,9 per cento delle nubili, il 10,5 delle laureate e il 9,5 delle ragazze di ceto medio-alto residenti nelle grandi città. Viaggiando in Turchia ho notato che il velo – che come sappiamo da pochi mesi non è più vietato per legge nelle università - copre oggi anche i capelli di professioniste, intellettuali e dirigenti d’azienda, in un Paese considerato un fedele alleato degli Stati Uniti e un aspirante partner dell’Europa. Il velo: argomento abusato dai media, ma difficile non leggerne il significato simbolico.
Si tratta di un’emancipazione nel nome di Allah? O del segno di una laicità in crisi di fronte al dilagare della marea fondamentalista? La Turchia, oggi più che mai, è un laboratorio politico e sociale sospeso tra Europa e Oriente: qui si sperimenta un islam politico alla guida di uno Stato laico, schierato a Occidente, con il 99 per cento degli abitanti di religione musulmana. Il mosaico della società turca, a guardarlo da vicino, è pieno di sorprese, e le donne, motore di molte trasformazioni, ne riflettono le contraddizioni interne. “Il velo in Turchia (e non solo, aggiungerei io) è diventato in questi ultimi anni il pomo della discordia tra laici e islamici. In realtà si tratta di un fatto culturale più che religioso. La maggioranza della gente qui è ancora profondamente laica, nessuno tollererebbe iniziative integraliste. Divorzio, educazione, voto alle donne sono preistoria per noi. Questo è l’unico Paese islamico che non ha paura della modernità”.
(foto tratta da: Repubblica.it)
Ne parla davvero convinta la giornalista Venet Simavi, chenon manca di citare il generale Mustafa Kemal, più noto come Ataturk, padre della patria e vera icona popolare che nel dare vita, il 1923, alla repubblica turca ruppe con l’immobilismo secolare dell’impero ottomano, spazzando via in un colpo solo harem, veli e poligamia. E quasi a tranquillizzare un’Europa ancora spaventata dalla prospettiva di avvicinarsi a un Paese che ha consegnato la maggioranza dei seggi in Parlamento agli islamici, cita il fiore all’occhiello di attiviste e femministe turche: il moderno codice di famiglia. Approvato dal Parlamento nel 2001, dopo otto anni di aspre battaglie politiche, il testo sancisce per legge il principio di uguaglianza tra uomo e donna in ambito familiare: l’uomo cessa di essere “il capo della famiglia”. “Le donne - spiega - non devono più chiedere l’autorizzazione del marito per poter lavorare, possono decidere insieme al coniuge quale tipo di scuola i figli dovranno frequentare e che tipo di educazione impartirgli. Il nostro codice civile è un esempio per il mondo islamico: le donne egiziane, saudite o afghane dovranno aspettare anni prima di avere gli stessi diritti”.
Turchia, futuro femminile? O riforme nate già sotto un “velo” di sospetto? L’associazione delle universitarie del Bosforo parlando dell’Akp, il partito della Giustizia e dello Sviluppo, dicono: “Fortemente posizionato a destra, ha usato insieme a una politica populista l’elemento religioso per ottenere maggior consenso. La previsione di una restrizione dei diritti delle donne, quindi, non è certo infondata”. Emel Dogramaci, che per anni è stata la preside della Facoltà delle arti e delle scienze dell’Università di Ankara, fa notare come la condizione della donna in Turchia non sia poi così migliorata: “L’analfabetismo femminile, negli ultimi settant’anni è calato dal 90 all’attuale 28 per cento, ma rimane sempre alto. La percentuale delle donne lavoratrici è del 49,33, ma l’85,6 di queste è dedita all’agricoltura. Nel 1934 fu concesso il diritto di voto alle donne e alle elezioni del ‘35 furono elette 18 donne in Parlamento, pari al 4,6 per cento dei deputati. Oggi è inferiore a quella del 1935”.
Eppure leggo sul blog Istanblues che la Turchia ha scelto, un anno prima di noi, una donna come capo della Confindustria turca: si tratta di Arzuhan Dogan Yalçindag (vedi foto sopra). Dall’altro lato troviamo però una sociologa come Pinar Selek che ha passato due anni in carcere solo per aver pubblicato un’inchiesta sul PKK (anche se poi è stata assolta) e che si accalora: “In Turchia tutto l’establishment sociale, dalla politica alla magistratura è saldamente in mano agli uomini. Tra queste istituzioni e gli uomini non c’è sempre accordo, ma quando devono occuparsi di situazione femminile diventano solidali”.
Quella delle donne come Pinar (foto qui sopra) più che una lotta è quasi una guerra quotidiana: sono storie di coraggio e di passione in un Paese che vuole cambiare, che sa che questo potrebbe essere l’ultimo treno per l’Europa. L’ingresso di Ankara nella Ue passerà necessariamente per la “questione curda”, il muro di Cipro e le violazioni dei diritti umani, in particolare le violenze alle donne, sia in ambito sociale che familiare. “Se non avremo il coraggio del cambiamento resteremo un paese povero e infelice – ha dichiarato tempo fa la deputata Leyla Zana, per anni in prigione per la causa curda -.
I delitti d’onore e le violenze alle donne sono ben noti alla stampa internazionale ma anche a Nebahat Akkoc (proclamata da “Time” Eroina del 2003 in Turchia), fondatrice di KaMer, un centro per la protezione delle donne. Lei stessa ha vissuto sulla pelle la durezza di una regione povera e spietata: il marito assassinato, lei arrestata e torturata. Lasciato l’insegnamento alle scuole elementari, Nebahac inizia ad occuparsi delle violenze in famiglia, convinta che la strada per la pace debba iniziare dentro le mura domestiche. Apre così un centro di aiuto psicologico e legale a Diyarkabakir, zona dove l’Onu stima che il 58 per cento delle donne soffre di abusi commessi da mariti o parenti. Oggi l’associazione ha numerosi centri in tutto il Paese: centinaia di donne si sono rivolte a Nebahat.
I casi quotidiani nel sud est dell’Anatolia, non sono affatto infrequenti nelle cittadine che si affacciano sul Mar di Marmara, vicino a Istanbul. Ed è proprio in questa metropoli caotica e contraddittoria ma pur sempre unica e ricca di fascino, dove ti capita ancora di respirare uno scampolo di quell’esotico Oriente vissuto dalle donne viaggiatrici dell’800, che conduce la sua battaglia Eren Keskin. Avvocato, presiede l’Associazione dei diritti dell’uomo: i suoi sit-in, davanti alla sede, da anni ricordano a passanti frettolosi e distratti i drammatici scioperi della fame dei detenuti e delle loro mogli. In questi anni Keskin ha infatti denunciato pubblicamente la violenza sessuale cui sono soggette le donne che si trovano sotto custodia della polizia. Finita in carcere più d’una volta, dopo aver ascoltato le testimonianze delle altre detenute, ha deciso di dedicare parte del suo lavoro alle donne vittime di abusi sessuali per mano delle forze di sicurezza. “Le storie che ho raccolto sono soltanto la punta dell’iceberg: molte ragazze hanno paura o si vergognano di denunciare la loro traumatica esperienza”. Keskin ha portato 27 casi alla Corte europea per i diritti umani: sotto accusa ci sono 101 agenti di polizia, 33 membri della gendarmeria e 6 guardie di villaggio.
Far condannare membri dell’esercito è un’impresa titanica in Turchia. Spesso a essere perseguitate sono, invece, avvocate, giornaliste o associazioni che cercano di trascinare in tribunale i veri autori delle torture e delle violenze. Keskin stessa è stata minacciata più volte di stupro, anche a mezzo stampa. “Il potere militare è ancora troppo forte – dice - e condiziona tutta la vita sociale ed economica, non solo quella politica. Speriamo nell’Unione Europea”. Fondamentalismo e militarizzazione sembrano essere oggi i due estremi che rischiano di schiacciare la società civile turca, in particolare le donne, e di allontanare questo Paese dalla grande famiglia europea.
Danah Abdulla è una ventiduenne fashion marketer e pubblicitaria, oltre che fotografa, direttrice creativa e graphic designer. La sorella ventisettenne, Rania (Samharra), è una fashion stylist e designer. Entrambe sono di origini palestinesi ma risiedono ad Ottawa, in Canada, e Danah produce e vende t-shirts correlate con la causa palestinese, con il marchio Mainstream Revolution.
Tutte le magliette sono disegnate a mano da Rania e poi modificate al computer da Danah, con uno stile originale e non univoco. Obiettivo delle vendite? Supportare una buona causa, ma con stile. Tutto il ricavato infatti va ad un’associazione di carità palestinese. Le due hanno inviato al blog di cool hunting Communifashion anche un allegato della fashion week di Ottawa, che si terrà a maggio,realizzato proprio da Danah. Fahionistas, ma impegnate.
Da un’amica di valigia, il racconto “dal di dentro” della città in cui vive oggi
Hong Kong sembra essere stata progettata per assecondare l’onda iperattiva su cui viaggiano molti essere umani, in questi tempi moderni e frettolosi. Non è che sia un’onda tanto privilegiata, ma per “cavalcarla” bisogna stare ben centrati per non rischiare di essere capovolti! Le giornate qui passano rapidissime, da quando ti immetti nel traffico della città, la mattina, fino a quando ritorni alla base-casa dopo il lavoro, con lo stesso piccolo minibus che in soli 20 minuti attraversa mezza città. Una “città facile”, come ho sentito anche definirla, visti i trasporti super-efficienti e la rapidità con cui vengono affrontati tutti i piccoli-grandi servizi giornalieri.
Tutto corre, tutti corrono, ovunque, sul marciapiede, nei negozi, al mercato e a vari livelli: su un ponte, in metro underground o al 100esimo piano in un ufficio. Non c’è abbastanza spazio su questo piccolo lembo di terra per 8 milioni di persone.
L’altra sera attraversando a piedi un ponte della zona centrale, ho notato una gru gigante, (avrei quasi potuto toccarla per quanto era vicina), che stava rimuovendo sabbia dal fondale marino per depositarla su un pezzo di costa: in questo modo illusoriamente la città si allunga fisicamente e si ricava piu spazio. Hong Kong, si sa, si sviluppa in altezza più che in larghezza.
Abito nella parte settentrionale, a Tsuen Wan, al 66esimo piano di una delle quattro torri costruite appena due anni fa, supermoderna e completa dei comfort più incredibili, un vero e proprio club dove se resti a casa il sabato puoi fare una sauna e nuotare in piscina, oppure andare in giardino e allestire un bbq, oppure cenare al ristorante e poi leggere un giornale o guardare un film affondando in uno dei morbidi divani sparsi nella hall. Ma uscendo dal palazzo–hotel e chiudendosi la porta di casa alle spalle… comincia il viaggio più interessante, quello che ti porta dentro la città, tra gli odori, i sapori e i volti di chi sta lì fuori intento a “cavalcare l’onda”. Acqua, terra, materia: si può scegliere tra questi elementi.
MARE: Venite con me al porto (uno dei tanti tutt’intorno alla costa), dieci minuti di cammino e siamo al pierre da cui partono i traghetti per le isole vicine. Quando il sole splende alto nelle giornate primaverili ed estive, i suoi raggi si specchiano sulle vetrate dei grattacieli che si scorgono dall’altra parte della costa. Si possono persino osservare pescherecci a riposo. Il mare ha sempre il suo fascino, anche quando manca la spiaggia: l’aria profuma di sale e i rumori delle macchine qui si dissolvono istantaneamente. Sul prato di fronte si può fare stretching o anche dormire o contemplare il blu e l’argento del paesaggio. Altrimenti passeggio, semplicemente, per ossigenare il cervello e meditare. Immediatamente dopo il prato, l’entrata della metropolitana west, per andare in qualsiasi altro posto.
PARCO TRADIZIONALE: Generalmente si trova posizionato nella zona più centrale del quartiere e spesso è completamente circondato da mura di mattoncini caratteristici. Questo era il centro da cui si è sviluppato tutto intorno il sobborgo di Tsuen Wan, ora trasformato in “giardino tipico”: il laghetto con le trote, le tartarughe, piante e fiori, i ponticelli, la tipica casa cinese antica semirestaurata con il tetto a pagoda e le finestre rettangolari, creano un’atmosfera fuori dal tempo di eccezionale valore storico.
Avendo più di un’entrata, il parco può essere utilizzato anche come scorciatoia. E’ uno spaccato antico totalmente inserito nel cuore del quartiere frenetico, tra i suoi edifici slanciati e i mercati fragorosi.
MERCATO: Ce ne sono quattro diversi qui intorno: basta attraversare la strada sotto casa per addentrarsi tra i banchi di verdura più vicini. Frutta e verdura ovunque, anche per terra, attentamente allineata in cestelli di plastica e legno già comodamente suddivisa in porzioni. In questo caso sapere dire i numeri in cinese aiuta molto. I negozianti strillano, chiamano i clienti e ridono tra loro. Sorridono, ti aiutano, se non conosci qualche verdura ti spiegano anche come prepararla.
I mercati alimentari all’aperto qui sono una festa di colori! Tante stradine che si intrecciano tra di loro e sei pronta a perderti tra i banchi alimentari, misti a bugigattoli che vendono incenso, fiori, scodelle, utensili, un mix di cose per la casa. Strada facendo si può entrare in un grande edificio dove si possono fare acquisti su cinque piani di “wet market”. Non solo verdure ma anche grandi vasche di pesci e gabbie con rane e polli. Un teatro di odori e visi tradizionali. Andare al mercato qui è come andare ad una mostra d’arte dove puoi portarti a casa il tuo capolavoro preferito! Un’ultima cosa: dalla mia zona anche l’aeroporto non è lontano! Non c’è che dire: una posizione strategica per tutte le… “donne con la valigia”.
Mentre parlano sorseggiano acqua bollente in tazzine verdi da tè. Mi sorridono composte: Passang Lhamo e Choying Kunsang non hanno ancora trent’anni, ma già cinque li hanno passati nelle carceri cinesi di massima sicurezza. Arrestate e torturate per aver inneggiato a un Tibet libero e per non aver rinnegato il Dalai Lama, le due giovani monache buddiste del “Paese delle nevi” sono fuggite in India e, con l’aiuto di Amnesty International, sono venute anche in Italia per raccontare la loro drammatica esperienza.
(foto: ATT)
Manette taglienti, stupri, lavori forzati, torture psicologiche e sevizie di ogni tipo, non hanno piegato le due amiche. Adesso possono vestirsi di nuovo con l’abito rosso-arancio e rasarsi la testa, secondo le loro norme religiose. Da qualche anno possono finalmente raccontare al mondo anche l’incredibile storia di una loro compagna di prigionia, Ngawang Sangdrol, arrestata ancora bambina, a 13 anni, e condannata a 22 anni di carcere. Della “piccola” monaca ribelle è stata tradotta e pubblicata una toccante biografia, scritta da Philippe Broussard e Danielle Laeng, “La prigioniera di Lhasa” (Fandango Libri). L’aria da bambolina, il suo spirito fiero, il coraggio e la lunga condanna inflittale ne hanno fatto un’eroina nazionale.
Non è più sola. Le sue amiche parlano di un Tibet dove sono sempre più numerose le monache buddiste che vanno al fronte della resistenza pacifista. Un Tibet diverso, più complesso da quello che vede il turista. Ci raccontano la storia, i mesi e gli anni passati dentro le celle di Drapchi, l’Alcatraz delle nevi, costruita da Mao Tse Tung per rinchiuderci i dissidenti. Al buio, lavorando a turno giorno e notte, piegate e rinchiuse in celle piccole come frigoriferi e la mattina, ore e ore coi piedi nudi sul ghiaccio. Sul Tetto del mondo, dove è proibito pregare, tenere in casa una foto del Dalai Lama, e i monaci sono trattati come terroristi, le cifre ufficiali sul numero dei detenuti per motivi d’opinione, sono accuratamente tenute nascoste. Piccole donne coraggiose, che hanno deciso di battersi per un grande ideale: la libertà.
Ma una sfida quasi individuale come la vostra, riuscirà a cambiare il corso della Storia?
Siamo qui e siamo la voce di chi non ha voce. E’ vero, di solito se si lotta da soli si ottiene poco: all’inizio a ribellarci siamo state in sette, otto amiche (monache, ndr), ma adesso solo nella nostra prigione se ne contano almeno duecento. Una stima è impossibile, il governo cinese tiene nascosto il numero dei prigionieri di coscienza, sia degli uomini che delle donne.
In Occidente c’è una grande attrazione verso la spiritualità orientale, ma prevalgono altri valori: il successo, i modelli estetici…
E il consumismo, che è più forte degli ideali. Anche da noi del resto ci sono donne molto “materiali”: la felicità però può anche essere truccarsi, farsi belle, vestirsi alla moda. Ma di fronte agli eccessi viene da chiedersi anche se non state perdendo di vista l’importanza e il vero senso della vita, della bellezza. Ma soprattutto la capacità di sognare, di nutrire lo spirito e la consapevolezza di sé: per non mettere il proprio destino in mano ad altri. Capisci?
Sì. E’ forse un monito per noi donne in Occidente?
Voi, a volte, non vi accorgete più di quello che avete. Bisogna fermarsi, ogni tanto, per essere consci della prpria vita. In Oriente il tempo è ciclico: noi parliamo di reincarnazione, di molte vite e questo dilata la nostra dimensione temporale: abbiamo una diversa visione dell’esistenza.
A proposito di futuro: come sarà adesso il vostro?
Vogliamo tornare a studiare con i lama nel monastero dove ci siamo rifugiate, in India. Perché quei monaci che voi turisti trovate in Tibet, in realtà non possono neanche nominare la religione, né imparare le preghiere o tenere una foto del Dalai Lama: è impossibile praticare il buddismo in Cina. Un consiglio? Non fatevi mai incantare dalle apparenze.
Un inferno lungo alcune centinaia di metri per migliaia di “piccoli fiori” (come vengono chiamate in Cambogia le baby prostitute) che ogni giorno appassiscono un po’ di più, quando le luci della lunga via si accendono e le saracinesche di bar, locali e bordelli si alzano in attesa dei primi clienti. Phnom Penh, strada dei “fiorellini”. Violentate, rapite, vendute, schiave per qualche dollaro, quando arrivano in questo quartiere, spesso, sono ancora bimbe: dieci, dodici anni al massimo. Non hanno mai giocato e non sanno ridere. Al posto delle bambole ricevono 13, 15 clienti al giorno: locali, militari, e soprattutto turisti, la gran parte pedofili, arrivati in gruppi-vacanze con i voli charter dai Paesi occidentali. Una tragedia che si ripete ogni notte per gli oltre 20.000 bambini che attualmente sono costretti a prostituirsi. Non ha molta voglia di parlarmene la nostra guida: a gennaio mi trovavo proprio a Phnom Penh, in Cambogia, tappa obbligata per raggiungere Siem Rep e le maestose, immense rovine di Angkor e meditavo sull’incontro fatto tempo prima con Somaly Mam, la giovane e coraggiosa cambogiana (nel 2006 Donna dell’anno per GLAMOUR) riuscita a fuggire al racket della prostituzione, a ricostruirsi una nuova vita (di cui ha scritto anche un libro-testimonianza, “Il silenzio dell’innocenza” - Corbaccio) e, oggi, attraverso i centri antiviolenza che ha fondato insieme al marito, il francese Pierre Legros, decisa a combattere questa ennesima piaga che affligge il suo Paese. Un Paese che, per contrasto, tra l’altro è davvero bellissimo.
“Non so se Dio esiste davvero dopo gli orrori che ho visto”, mi ha detto quando l’ho intervistata per “Grazia”. Ho deciso di incontrarla dopo aver visto in tivù, qualche anno fa, uno dei più intensi reportage mai realizzati: lo ha girato una straordinaria équipe di “Envoyé spécial” per la tivù francese. Dopo il regime di Pol Pot e il genocidio da parte dei khmer rossi di quasi un quarto della popolazione (1 milione e 700.000 persone) tra il ’75 e il ‘79, dieci anni di guerra civile, milioni di mine, un lungo embargo internazionale e il dramma dei profughi, è la tratta del sesso minorile e il dilagare dell’Aids che sta piegando definitivamente una delle più suggestive regioni dell’ex Indocina.
“E’ solo da pochi anni che mi sono riavvicinata alla gente, che ho iniziato a fidarmi degli altri, che riesco a parlare. Ma anche raccontare fa male. Prima non amavo nessuno” mi ha raccontato Somaly Mam, lunghi capelli setosi e grandi occhi neri lucidi di lacrime, ma privi di paura. Somaly trova la forza, tutti i giorni, di recarsi alla Casa di accoglienza per la riabilitazione di bambine vittime della tratta, che ha aperto nel ’97 a sud di Phnom Penh. Nonostante le numerose minacce di morte ricevute dagli sfruttatori. Nonostante la mancanza assoluta di protezione da parte della polizia, spesso corrotta e d’accordo con gli stessi boss del racket. Nonostante i pochi fondi a disposizione.
“I cambogiani considerano il mio lavoro inutile, persino dannoso, ma non mi fermeranno. Dobbiamo riuscire a salvare più vite possibili: ho sperimentato sulla mia pelle quest’incubo”.
Vuol dire che conosce nei dettagli paure, bisogni, modalità per cambiare il destino di queste bambine?
“Certo e meglio di altri. Sono stata venduta a 14 anni da mio nonno a un militare violento e molto più anziano di me, e poi ceduta da questi a un bordello, dove sono rimasta diverso tempo. Da quando ne sono uscita ho pensato solo ad aiutare le altre ragazze: già dall’89 accoglievamo in casa nostra le ragazzine più provate psicologicamente e fisicamente, ma potevamo contare solo sullo stipendio di mio marito. Così abbiamo creato l’Afesip (Azioni per le donne in situazione precaria) e alcuni anni fa il centro di riabilitazione per le piccole ospiti”.
Ma nei bordelli lei torna ancora oggi. Come riesce a strappare le piccole “schiave” ai mercanti del sesso?
“E’ un lavoro capillare e molto rischioso: solo lo scorso anno abbiamo visitato 4883 bordelli distribuendo preservativi e materiale informativo. Ogni giorno mi reco personalmente nei night club, nei dancing, nei bar-karaoke, ma anche nelle case chiuse: in Cambogia sarebbero fuori legge, invece nel retro di squallide baracche lavorano senza sosta 13, 15 ragazzine a volta. E tra queste di solito troviamo la ragazza che cerchiamo. Se abbiamo la fortuna di fare irruzione con dei poliziotti che non siano corrotti, riusciamo anche a portarla via subito. La carichiamo in auto e andiamo via di corsa. Altrimenti torniamo i giorni seguenti, denunciamo la scomparsa della ragazza, indaghiamo con la nostra “squadra investigativa” sui clienti o sui protettori, finché non riusciamo a trovarla e a strapparla alla tenutaria. A volte ci vogliono settimane e sto male al pensiero che queste bambine siano costrette a restare: anche un’ora di più può essere un’eternità”.
Come individuate le ragazze?
“Spesso tutto parte da una telefonata al nostro numero verde della stessa giovane che ci chiede aiuto e vuole denunciare i suoi “padroni”. Oppure è la madre o il padre a venire da noi per chiederci di cercarla: di solito perché l’altro genitore l’ha ceduta in cambio di soldi”.
E’ la famiglia stessa a vendere i propri figli?
“La maggior parte della popolazione in Cambogia è analfabeta e poverissima: non è raro così trovare ragazzine che anziché vendere sciarpe o cibo sulla strada, vendono se stesse. Le donne da noi nascono già schiave, spesso sono stuprate in famiglia: dal padre, dallo zio, dal nonno. E se una donna non è più vergine, non è facile sposarla, non ha futuro nella società: non resta che venderla ai mercenari del sesso, in cambio, ad esempio, di cibo per almeno un anno. Per duecento dollari si può fare qualunque cosa a un bambino”.
Quante ne ha strappate dalla strada finora? Per una giovane salvata ne restano migliaia prigioniere…
“Direttamente dai bordelli abbiamo già riscattato 290 ragazze. Molte sono vietnamite o thailandesi. In totale abbiamo dato assistenza a un migliaio di ragazzine. Oggi abbiamo una Fondazione con cinque centri in Cambogia - di cui due dedicati alla formazione professionale e uno esclusivamente alle bambine dai 6 ai 16 anni, le più segnate e difficili da recuperare -, un istituto in Laos, uno in Vietnam e un altro in Thailandia. Ogni ragazza liberata ha 15 giorni per decidere se rimanere nel centro, dove potrà soggiornare per 9 mesi. Se è minorenne anche di più”.
Che futuro potranno avere queste giovani?
“Molte quando arrivano hanno già contratto l’Aids. Quindi non ci resta che assisterle fino alla fine: delle prime 20 bambine oggi sono vive solo quattro. Alcune mi hanno confessato di aspettare la morte come un sollievo: dalla nascita hanno conosciuto solo sofferenze. Quelle che invece hanno resistito agli abusi, alle torture e ne portano orribili segni sul corpo, come tagli e ricuciture vaginali per essere rivendute come vergini, vengono prima aiutate sul piano psicologico. Per ricostruirne l’autostima e rielaborare il trauma vissuto utilizziamo il “gioco delle parti”: le ragazze interpretano, in scenette teatrali, uno dei personaggi della loro vita: il cliente, il poliziotto, loro stesse”.
Ma una vera reintegrazione nella vita sociale è possibile? O lei rappresenta un’eccezione? E comunque, in che modo avviene?
“Durante la permanenza all’istituto le ragazze hanno seguito lezioni di cucito per poter lavorare nelle fabbriche di moda o negli atelier, oppure un laboratorio per diventare parrucchiera e manicure o contadina o cuoca nei ristoranti. Il pomeriggio imparano a leggere, a scrivere e un po’ di matematica. Finora tre-quattrocento ragazze si sono reinserite completamente”.
Oggi Somaly (che è diventata molto nota anche in Italia partecipando a manifestazioni ufficiali e programmi televisivi), vive e lavora vicino a Phnom Penh, con il marito e i suoi figli.
Viaggio in Israele, parte seconda. Il testardo rifiuto a non lasciarsi demoralizzare, sembra costituire il leit motiv dell’educazione del giovane israeliano. “Ho il servizio di leva in questo momento: la mattina sono in divisa sulla torretta del tank, quando smonto mi vesto da sera e vado a cantare in un ristorante francese. Il mio sogno? Diventare una cantante”. Einat ha 18 anni ed è nata in Israele. La notte esce quasi sempre.
“Di solito vedo il mio ragazzo, o andiamo a ballare salsa e cha cha cha con gli amici; ma ci piace anche il cinema: stasera andiamo a vedere un film alla multisala sulla Dizengoff (l’arteria principale della capitale, ndr). Ho la borsetta trasparente, così ci metto di meno ai controlli”. Ma questa apparente normalità non rischia di cancellare o allontanare la realtà dei coprifuochi, delle case buttate giù, degli uliveti sradicati, della povertà indotta dalle chiusure dei check point: la drammatica realtà dei palestinesi, insomma, che dista solo qualche decina di chilometri da qui? Non riesco a tenermi la domanda per me. “Ma noi non li frequentiamo” mi risponde candidamente Einat. Ma qui ti può accadere che mentre siedi al caffè ascoltando il rap degli Hadag Nahash che ritma in tre lingue “è tempo di cambiare”, gli elicotteri Apache si alzino in volo verso Gaza City: ennesima rappresaglia con i missili per l’ennesima strage con i kamikaze.
Dorit ha incontrato per la prima volta Etgar Keret in una libreria. Un’attrazione, ha scoperto poi, condivisa con molti suoi compagni di università. In piedi, ha iniziato a sfogliare le pagine dei suoi corrosivi racconti e, improvvisamente ha capito che, come lei, anche altri hanno provato quella sensazione di fiato corto, di instabilità emotiva che fa apparire la vita come qualcosa a metà tra un gioco e un incubo. Keret, insieme a Uzi Weil uno degli autori culto oggi per i giovani israeliani (da Pizzeria Kamikaze, all’ultimo, Le tette di una diciottenne, edizioni e/o , fino al film “Meduse“, premiato a Cannes 2007 - vedi video -) con uno spirito aspro e una satira folgorante scrive di adolescenti e ragazze come lei, parla il suo stesso slang metropolitano e in storie surreali e brevi come videoclips racconta l’assurda realtà quotidiana dei ventenni come Dorit.
“Mi ritrovo nei suoi personaggi - dice - rispecchiano i nostri atteggiamenti: io e i miei amici abbiamo una percezione piuttosto debole di quello che sarà il nostro futuro. Le stragi ci hanno segnato: a volte ci sentiamo angosciati, perduti, altre diventiamo cinici, spesso cerchiamo di rimuovere quello che accade intorno a noi. Leggere in chiave ironica di attentati e suicidi fa persino bene: ormai siamo emotivamente paralizzati di fronte agli eventi della vita, siamo nati e cresciuti in un Paese dominato da conflitti religiosi, etnici o ideologici e, a differenza dei nostri genitori, non siamo neanche sicuri di voler rimanere a vivere qui. Quasi un terzo dei miei amici ha fatto domanda per studiare o specializzarsi all’estero. Molti sognano l’Europa o gli Stati Uniti”.
Dalle parole di Dorit non ci sono dubbi: gli ideali sionisti sembrano definitivamente tramontati, l’abbandono continuo dei kibbutzim è un dato di fatto, i figli non assomigliano più ai padri e il 20 per cento degli israeliani, secondo i sondaggi, inizia a pensare di lasciare il Paese. Accade così che in uno Stato dove il servizio militare è considerato da sempre un sacro dovere, quasi il 7-8 per cento dei giovani sia diventato renitente alla leva: “Il mio ragazzo non voleva fare il soldato – mi ha raccontato Dorit -, ha contattato pure gli obiettori di coscienza, poi è riuscito a imboscarsi in un ufficio. Adesso si è fatto crescere le treccine afro e da Gerusalemme si vuole trasferire a Tel Aviv,in un appartamentino nei pressi di Sheinkin Street”. Gerusalemme ti può stritolare tra le sue mura, i mille simboli, le pesanti tradizioni: non basta Zion square per scrollarsela di dosso. Una rivoluzione giovanile che sta cambiando il Paese e scioccando molti adulti. Ragazzi ebrei che presto avranno in mano il loro destino (e che già costituiscono il 35 per cento della popolazione), sempre più spesso scelgono amici o fidanzati arabo-israeliani, proprio come nei racconti surreali di Etgar Keret: “Metti un libro come Gaza Blues (edito in Italia da e/o): non è un’idea geniale quella di convivere fianco a fianco, almeno nella pagina, con un arabo? E pensare che sua sorella è sposata con un ultraortodosso e il rabbino ha proibito ai suoi figli di leggere i testi dello zio. Se qui ci fossero più persone in grado di ironizzare su se stesse come Keret, forse eviteremmo tante tragedie”. Dorit, minigonna e tacchi a spillo, si prepara così a tirar tardi in discoteca.
Ripenso a quello che mi ha raccontato Hagar, una brunetta cresciuta troppo in fretta. “Da adolescente sogni di innamorarti di un uomo, di farti una famiglia, magari di avere dei figli… ora, a 23 anni, non ci penso più. Il mio domani è brevissimo, è oggi, stasera, questo momento. Non ho più voglia di progettare il futuro. Magari esco da qui e… boom, finisce tutto, com’è accaduto al mio migliore amico, lo scorso anno. Se penso che nell’armadio, insieme alle minigonne, ho la maschera antigas, con il siero anti gas nervino fornito dallo Stato…”. So che Hagar oggi passa la maggior parte delle giornate dentro la sua cameretta, davanti alla tivù o su internet. Più vicina di quanto lei stessa non immagini ai suoi coetanei palestinesi comunque che, dall’altra parte dei reticolati di filo spinato, sono costretti anch’essi a trascorrere lunghe settimane barricati in casa: seguendo le lezioni alla televisione, assediati dalla solitudine e dai carri armati. Un’esistenza blindata che ha fatto parlare lo stesso “Ha’aretz” (il quotidiano d’opinione seguito on line anche negli Usa – mentre il più letto dagli israeliani è “Yediot Ahronot” -) di un’ondata di profonde depressioni tra i giovanissimi. Chi può va a studiare all’estero e sempre più spesso tenta di rimanerci e aumentano i ragazzi renitenti alla leva. Una nuova forma di normalità e di antieroismo?
“Andarsene da qui non è una soluzione”. Marina ha 48 anni, è una pierre di origini russe, da 30 anni vive in Israele. “Ho studiato a Gerusalemme, sono una convinta sionista e vengo dall’esperienza dei kibbutzim. La maggiore delle mie figlie sta facendo il servizio militare: è una grande esperienza per lei. E’ qui che molti giovani incontrano l’anima gemella: si costruiscono relazioni che poi durano tutta la vita. L’esercito può essere anche molto formativo”. Ma Israele, forse, non è più il Paese che aveva sognato… “Le cose oggi sono effettivamente molto cambiate, tanti ragazzi sono svogliati, hanno perduto il nostro spirito di sopravvivenza”. Sarà perché quest’assenza di confini precisi tra guerra e pace, coprifuoco e aperitivi in discoteca, comincia a farsi sentire? “Forse, ma cerco sempre di parlare alle mie ragazze, di renderle fiere del loro Paese ma tolleranti verso tutte le altre popolazioni. L’integrazione è fondamentale per la pace”. Di pace e due popoli parlano da anni anche gli ex ufficiali di Peace Now, i militanti per i diritti civili di B’tselem e Ta’ayush (che significa proprio “vita in comune”), le pacifiste del Jerusalem Link e le Donne in Nero, persino i rabbini più progressisti, i Rabbis for Human Rights. “Scrivilo allora, anche se sono voci minoritarie, anche se sul Medio Oriente è più facile parlare solo di fucili M-16 e di bombe umane”. Sì, vale la pena scriverlo. (Fine -2)
Appunti sparsi su Israele e la Palestina. In tivù ancora le immagini dei funerali delle vittime degli attacchi dei giorni scorsi, sul Mac un’email di un’amica che avevo intervistato tempo fa e che mi rassicura che sta bene, sulla scrivania un libretto di qualche annno fa: “Il mondo visto da Sheinkin Street” di Roberto Festa, un reportage fresco e ben scritto sulle “libertà civili” che, ho appena controllato, vendono ancora online sul sito di Macrolibrarsi. Viaggi di lavoro, ma anche incredibili occasioni di incontro con giovani donne e immersione nella loro vita quotidiana: tutto quello che non leggi mai nei giornali e non vedi in tivù. Allora vale la pena raccogliere le carte e scriverne. Magari a puntate.
Lo sapevate? Il lungomare di Tel Aviv ricorda quello di Copacabana o di Venice Beach. Sotto uno skyline di grattacieli, tra coppiette che passeggiano mano nella mano, rappers che ballano e ronde dell’IDF, i militari dell’Israel Defense Force, che pattugliano la spiaggia con i mitra in spalla, Nurit (ma il suo vero nome mi chiede di non scriverlo) appena può viene a correre: “Qui ci si può divertire più che altrove, credimi, anzi forse i pericoli ci portano ad apprezzare ogni attimo della vita in maniera più intensa. Lo so, è difficile da capire quando il quotidiano è messo sempre in ombra: le news su Israele si fermano alle bombe e ai kamikaze, ai carri armati e ai check point. Della vita di tutti i giorni, delle nostre idee, ma anche dell’arte, della cultura che cambia, delle mode non si parla mai”. E mi chiede almeno di citare i migliori esempi di edifici in stile Bauhaus che arredano la sua città dagli anni Trenta. E’ una donna di successo, Nurit. Ha viaggiato e vissuto all’estero: sei mesi a New York, cinque anni a Londra. E odia Gerusalemme.
“Per i suoi ritmi lenti, per la gente conservatrice che vive solo di passioni politico-religiose. Tel Aviv, invece, è il cuore pulsante di questo Paese: laica, libera, piena di vita e di possibilità. Ogni notte puoi scegliere un party diverso, in centro, o a Herzliya (il “suo” quartiere residenziale chic, a nord della città, ndr) dove ci sono moltissimi locali, club, circoli. Ho amici di tutti i tipi, tribù e provenienze: c’è sempre qualcosa da fare, è tutto aperto a ogni ora del giorno e della notte… altro che Grande Mela”. Ma arrivata alla piccola lapide con ventuno nomi in cirillico, sulla spiaggia tra la moschea e la discoteca Dolphinarium (dove alcuni anni fa un kamikaze fece strage di una comitiva di 21 ragazzi russi), si ferma ogni volta. Paura? “Direi di no, ci sono agenti della sicurezza in ogni strada, cinema, e shopping centre. Certo, evito di prendere gli autobus, ho una mappa delle strade sconsigliate e porto sempre con me il cellulare per tranquillizzare parenti e amici dopo “le brutte notizie”, come quelle dei giorni scorsi (qui c’è la più alta concentrazione al mondo di gsm, vengo a sapere, e non mi meraviglia), ma poi conduco la vita di una qualsiasi altra trentenne in una qualsiasi altra metropoli”.
Da qualche parte ho letto che negli ultimi anni i problemi di sicurezza hanno tenuto lontani turismo e business: i grandi alberghi che si affacciano su questo spicchio di Mediterraneo e sulla Promenade dove la notte i ragazzi amano sfrecciare a bordo dei loro pick-up, si sono ridimensionati o hanno chiuso. “Anche se la gente continua a uscire, a viaggiare, a mangiare bene, il nostro livello di vita è peggiorato. I problemi di sicurezza poi hanno tenuto lontani persino i partners statunitensi, che oggi preferiscono il business via internet. E come dargli torto” mi ha raccontato Ron, analista marketing. Sposato, tre figli, credo che viva ancora nel Nord della Galilea. Passeggiando al mercato delle spezie e degli agrumi più famoso della città, il Suq HaCarmel, fino a qualche stagione fa mèta turistica dall’atmosfera orientale e importante crocevia commerciale, poi preso di mira dalle bombe, mi sono resa conto del forte calo dei frequentatori.
Di sicuro non risente della recessione la grande azienda di radiotrasmettitori militari dove lavora la mia amica Yolanda. Nata in Libia, scuole in Italia e da oltre venti anni tornata nel “suo” Paese: “Sono ebrea, ecco perché sono venuta. Ho fatto il servizio militare qui. La mia vita quotidiana? Lavoro fino alle cinque, poi un salto a casa a cambiarmi e di nuovo fuori per mangiare e ballare. Cucina greca e sirtaki possibilmente, oppure danza del ventre, o disco-bar”, dice mentre guida per le strade trafficatissime del centro di Tel Aviv, a mezzanotte e mezzo. E’ Shabbat, oggi, eppure sulla Ibn Gevirol sono tutti in giro. “Noi diciamo: se è venuto il tuo momento, non ti puoi nascondere. E’ destino, no? E allora gli autisti degli autobus 823 che dovrebbero fare, smettere di lavorare?”, dice ridendo, ansiosa di mostrarmi la “movida” israeliana. Nei locali dietro al porto, tutti cantano e ballano come se fossero gli ultimi giorni del mondo. Una forma di resistenza per non svanire dopo l’ultimo telegiornale della sera? Yolanda sorride mentre chatta con gli amici sparsi in Europa. Mi racconta che usa la webcam per farsi vedere e tranquillizzarli: “Sto bene, scrivo a tutti ogni giorno. Vedete? anche oggi sono sopravvissuta”. (Continua -1)